mag 17 2010

Non tutta la privatizzazione vien per nuocere

Mi ero sempre tenuto fuori dall’argomento. Più per fatica che per altro. Però visto che continua ad essere sulla cresta dell’onda, forse è il caso di parlare della paventata minaccia della privatizzazione nazionale dell’acqua.

Bollette da duemila euro, necessità di acquistare acqua in bottiglia, acqua oro blu, speculazione, acquedotti lasciati a secco, inizio di un mondo in cui l’acqua sarà come il petrolio. Sarà guerra, per l’acqua.

Come direbbe quel mio amico che viene da tanto lontano, queste sono cazzate. Infatti, come al solito, prima di parlare o di reagire contro qualcosa in maniera così simile ad uno strizzone di diarrea, bisognerebbe informarsi, pensare e dialogare. Qui, il testo del decreto Ronchi 135/2009 (l’articolo sull’argomento è il n°15). Andiamo quindi con maggior consapevolezza a fare alcune considerazioni.

L’acqua non verrà privatizzata. L’acqua non può essere privatizzata. Sarà solo la gestione della distribuzione ad essere affidata ad imprese e società private – nella maggior parte dei casi, a partecipazione pubblica.
L’indirizzo e il controllo amministrativo, la proprietà degli acquedotti, degli impianti di depurazione, delle fognature, degli altri impianti restano pubblici. La grossa discussione adesso sta sulla creazione o meno di un’Autorità Indipendente di settore apposita che stabilisca tariffe eque e impedisca la speculazione così come esiste per l’Energia. Dopotutto, ad oggi, con la rete statale, a Milano l’acqua si paga un quarto di quanto si paga a Terni.

L’acqua non si tocca. E l’elettricità sì? La distribuzione d’acqua non sta che muovendosi verso il tipo di regime di distribuzione che attualmente ha l’energia elettrica. Lasciando stare la penosa situazione energetica Italiana (di cui torneremo a parlare a breve), come avrete tutti potuto apprezzare il servizio elettrico in Italia sta acquisendo tutte le caratteristiche di flessibilità e adattabilità alle esigenze del singolo proprie dei servizi privati, e sta diventando decisamente concorrenziale.

La rete di distribuzione idrica è un colabrodo. Il 30% dell’acqua viene persa per strada. Gli enti pubblici per caso hanno qualche centinaio di milioni di euro d’avanzo (per ogni regione) per risistemarla? Purtroppo c’è grossa grisi, e non ce li hanno. Ma le imprese private ce li hanno (magie delle Società per Azioni), e nel momento in cui viene loro affidata la gestione, ce li investono più che volentieri. Anche perché, stando alle stime del Corriere della Sera, i soldi buttati dalla finestra per via del pietoso stato di manutenzione degli acquedotti e delle gestioni negligenti arrivano a due miliardi e quattrocentosessantaquattro milioni di euro l’anno. E’ un gruzzolo che – come dire? – torna buono, che poi ti ci compri il gelato il sabato pomeriggio.

Sarà poco riguardoso dirlo, ma il dispendio di denaro, tempo ed energia che si genera affidando un lavoro a dipendenti statali, parastatali e affini è leggendario. E si sa che ogni leggenda ha un fondo di verità. Una moderata liberalizzazione nel campo sarà di enorme giovamento all’efficienza del servizio e della sua gestione.

L’acqua non sarà mai un bene esclusivo come il petrolio. Sciocco chi lo dice, sciocco chi si rende fico e misterioso prevedendo guerre per l’oro blu.
Il petrolio è una risorsa limitatissima e irriproducibile (per fortuna). L’acqua dolce, oltre ad avere un chiaro (ed imbarazzante) margine di miglioramento per quanto riguarda il modo in cui è amministrata, è un bene la cui disponibilità è incredibilmente ampliabile (per fortuna).

Gridare a scandali, attacchi a diritti fondamentali e proporre onerosissimi referendum non rende nessuno più interessante, non fa sembrare nessuno fascinosamente informato e coinvolto nel sociale, non ricopre di un’aura di preveggenza mistica e non rende piacevoli. E’ un compito ingrato che ci tocca già troppo spesso. Evitiamo quindi almeno gli al lupo al lupo quando il lupo non c’è.

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apr 12 2010

Informazione e conoscenza

“Siamo nell’era dell’Informazione!”.
“Occacchio. Non me l’aspettavo”.

Ma ebbene sì, siamo nell’era dell’informazione. Maestosi terabyte di info, news, files, .rtf, .pdf, video, tracks e menate angloidi similari sfilano lungo autostrade sotterranee facendole tremare o dardeggiano fischiando come strali per l’etere, a ritmo barbaro.

L’informazione è libertà, sentiamo dire. Dove andremmo a finire se l’informazione non fosse più libera, se fosse limitata e controllata.
E la maggior parte delle fiacche proteste che vengono condotte in rete lo squittiscono. Rantolano contro i cattivoni che vogliono privarci di un’informazione libera, che la vogliono censurare, che vogliono tapparci la bocca, urliamolo al mondo, gridiamolo, tutti devono sapere, mi vogliono tappare la boccaaaa!
Questo sarebbe un problema se effettivamente io avessi qualcosa da dire. Perché se invece nel momento in cui apro bocca tossisco stupidità, è meglio se io per primo la tengo chiusa. Semplice questione di buongusto. Informazione non vuol dire conoscenza.

La nostra era moderna, spesso definita “era dell’informazione”, non è mai stata chiamanta “era della conoscenza”. L’informazione non si traduce necessariamente in conoscenza; deve essere prima acquisita: ci si deve accedere, deve essere assorbita, compresa, integrata e conservata. (R. Cialdini)

In altre parole, abbiamo la biblioteca stipata di libri ma di leggere se ne parla pochissimo. Protestiamo e ci incendiamo se vediamo minacciata la nostra biblioteca e veniamo spronati a farlo, ma di leggere non se ne parla quasi mai. E questo, quantomeno, è curioso.

Ai tempi in cui non c’era grande disponibilità d’informazione, in cui sapere quale fosse la composizione della Duma di Stato russa, tenersi al passo da laico sugli ultimi sviluppi dello studio ITER sulla fusione nucleare in Francia o avere il De Rerum Natura di Lucrezio tradotto in sei lingue, ai tempi, dico, in cui tutto questo non era possibile stando fermi su una poltrona, la voracità di conoscenza era diversa.
I libri più rivoluzionari e le musiche più innovative passavano fra gli adolescenti di mano in mano come panetti di hashish, gli studiosi prendevano il treno per raggiungere chissà quale archivio e prendere appunti da chissà quale rarità editoriale, i pittori affollavano i musei armati di matite e gli architetti facevano lunghi soggiorni all’estero per studiare le grandezze di paesi stranieri. E quando non c’erano orizzonti, be’, la gente conosceva almeno quello che era in vista nella vita più semplice, da come mettere le mani su una Cinquecento a come si coltiva la terra a come mettere l’olio di lino nei fiaschi per non fare inacidire il vino a come si cuce. Come le bestie, che in tempi di carestia si arrangiano mangiando quel che possono o migrano.

Adesso non siamo più in carestia. Abbiamo pesanti forme di pecorino e notizie. Abbiamo una cantina piena di vini e statistiche. Credenze piene di stoviglie di porcellana e motori di ricerca. Abbiamo alberi da frutto così stracarichi di informazioni che… ci distendiamo alla loro ombra fresca, e a bocca aperta aspettiamo che i frutti ci cadano in bocca.
E moriamo di fame.
E nemmeno andare avanti a salatini e telegiornali, sgranocchini e Wikipedia ci fa bene. La mente si sollazza ma impoverisce. Sembra di nutrirla e invece… la si riempie soltanto. La si occupa. E comunque niente di quel bendiddio è DOC. I formaggi sono fatti di aromatico latte di topo e sentito dire; il vino è una soluzione di acqua alcol colorante E124 rosso cocciniglia e fonti di quarta mano; le stoviglie sono di ceramica da sanitari decorate da opnionisti della domenica e gli alberi da frutto sono bombati di anticrittogamici e informazioni comode con tanto di riporto in fronde di plastica cinese sui rami più sofferenti.
E quando non ci sono orizzonti? Be’, oggi è più raro non averne proprio: solo, si vive in una beata infanzia tecnologica pesando sulla terra senza porsi un singolo perché. Si usano inconsapevolmente macchinari che non si ha interesse a sapere come funzionino, si snocciolano opinioni pensate da altri, sentite alla televisione. In poche parole si attraversa una vita intera nella pura ignoranza di ciò che ci circonda. Ignoranza che non è affatto beata.

Ben, che cosa fai?
Direi che sto andando alla deriva. Qui in piscina… (Il Laureato)

E’ ovviamente giusto far sentire la propria posizione in appoggio ad un’informazione forte e libera che troppo spesso viene filtrata, contraffatta, controllata, celata, perfino censurata. Ma è è decisamente comodo vociare se lo si fa solo per questo, parte passiva di un diritto complesso. E’ assolutamente necessario dimostrarsi degni dell’informazione pura e luminosa e certa che desideriamo. E questo merito, questo credito karmico si può acquisire solo impegnandosi con dedizione a digerire la mole di informazione di cui disponiamo, a trasformarla in conoscenza viva, rigogliosa, che cresce e si amplia a spirale intorno a se stessa.

Avere a portata di mano delle informazioni – così come avere un libro in biblioteca – non significa averle a propria disposizione. Saranno a tua disposizione, a disposizione di te, quando le avrai assunte, quando le avrai assorbite – quando avrai letto quel libro – quando insomma saranno parte di te, della tua persona, della costruzione della tua mente.
Il biglietto d’aereo non è il viaggio. E’ un pezzo di carta.

Concludendo, l’informazione, etimologicamente, dà la forma. Anche il DNA è informazione. E libertà d’informazione, quindi, significa libertà di scegliere, con giudizio di valore, la nostra forma.
La conoscenza, etimologicamente, è ciò che si raggiunge con l’intelligenza. Con l’intendere profondo. E libertà di conoscenza, quindi, significa libertà di esercitare la propria intelligenza, cardine primo di tutto quello che riusciremo mai a fare.
La prima, senza la seconda, è minerale.

Sono a favore della chirurgia etica: rifacciamoci il senno. (Alessandro Bergonzoni)

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gen 10 2010

Il mio ultimo safari per l’estate

Com’è che non riesci più a volare cacciare?

Be’. Capodanno è passato, e a lunghe falcate si avvicina la primavera, tenendosi dietro per mano la tanto amata estate.
Per evitare di ripegare all’ultimo su vacanzucce dappoco e arrangiate, è il caso di iniziare subito a tirare fuori idee e a farsi un bel programma, no?

Anche io, in pausa da notifiche a Pubblici Ministeri e Consigli d’Amministrazione di S.p.A., ho fatto vagare la mia fantasia indugiando sull’estate prossima, e mi sono guardato un po’ intorno a caccia dell’offerta migliore, quella proprio adatta a me. E il diavolo mi porti se non l’ho trovata.

Chiaramente ogni riferimento a strutture o persone reali è fortemente voluto dall’autore, che è cattivo e rancoroso.

Sudafrica. Linea del Tropico del Cancro. Ah… una natura vergine e spietata. Come una Valchiria dei Mari del Sud. Ecco, osservate: una riserva naturale privata, curata da un filantropo sognatore vestito di bianco. Recintata stile Jurassic Park. Al centro di questa riserva naturale, un esclusivo residence con così tante stelle che la Via Lattea recupera il cappotto e se ne va umiliata. Ci sono dei cottage elegantissimi in rustico stile safari. I materassi sono imbottiti di crine di leone e i cuscini di piume di dodo. Sì, l’avevo detto che è luogo molto esclusivo. Fuori, strepitosi luoghi di socializzazione. Una piscina d’acqua limpida, piastrellata con maioliche originali del ’300 senese, così grande che ha solo due ore di buio al giorno. Splendida, ma mi chiedo come abbiano fatto a trasferirci dentro anche la barriera corallina. Poi, un punto in cui fare fuochi serali così colossali che anneriscono la luna. Gli schiavi I servi in livrea, pronti a servirvi frutta fresca del luogo e generose bottiglie di Morellino di Scansano di casa vostra o di vini francesi che non pronuncerete mai correttamente. Ma non è un semplice residence superlusso nella natura incontaminata. E sapete perché? Perché domattina andiamo a fare un safari particolare. Un safari di Caccia Grossa.

Io come arma userò un arco, che fa più Zulu. Tu prendi pure un fucile, di quelli che quando sparano ridisegnano la geografia del luogo. Che animali ci sono nella riserva? Be’, di tutti i tipi. Centinaia di specie di uccelli. Gazzelle, bufali, impala, zebre, giraffe. Leopardi. Foscolo. E altri poeti da pelliccia. “Un momento!” dirà qualcuno. “Ma non ci sono anche specie prote…”. Un sonoro soffio di cerbottana. Un tonfo. Andiamo!

Eccoci di ritorno. A bordopiscina un amico siede comodamente su una poltrona di bufalo, la testa abbandonata nell’incavo delle corna, e fuma un Montecristo appoggiando i piedi sul ventre di un facocero. Le ragazze, in acqua, chiacchierano e ridono, leziose, aggrappate al collo galleggiante di una giraffa. Le donne, sedute attorno a un tavolo, si fanno vento con le orecchie di un fu-pachiderma. Io me ne sto stoicamente in piedi vicino al fuoco, con ottanta chili di leopardo sulle spalle a mo’ di stola. Dissimulo l’imminenza del mio crollo sorseggiando un mojito, che mescolo con un corno di impala. Vicino a me dei bambini fanno volare i loro Power Ranger con le ali di superbi volatili smontati, e due più grandicelli fanno la lotta usando due zanne di elefante come spade.

“Hai visto com’era grossa la zebra che ho ammazzato?” dico agli altri.
“Ma figuriamoci! Non era grande mezzo pony”.
“Ha-ha-ha! E’ vero! Quella che ho ucciso io, invece sì che era un colosso”.
“Quella era una giraffa”.
“Sempre morta è! Ha-ha-ha!”
“Ha-ha-ha!”
“Ha-ha-ha!”

Sì. E’ questa la vacanza che voglio fare! Nell’Africa selvaggia. Con amici fidati. All’avventura ma nel lusso. Uccidendo brutalmente tutto quello che mi passi vicino anche solo per distrazione. Specie se è bello, elegante e maestoso come io non sarò mai. Dopotutto 50.000 dollari per una vacanza del genere (escluse le spese dell’assistenza venatoria durante i safari, ma sono solo 10, massimo 15.000 dollari, e le tasse di abbattimento – 5.800 dollari per un leone è un affare, più costoso un elefante con zanne sopra i 32 kg, che viene 24.000 dollari), 50.000 dollari per una vacanza del genere, dico, sono ben spesi.

____________________________________________

Un leone è un leone perché gli uomini, contro di lui, non possono nulla, perché per catturarlo perdiamo cinque dei nostri, perché per ucciderlo bisogna essere più silenziosi, più veloci, più forti, e con un coraggio come il suo. Lo sapete? I leoni, uccisi col fucile da biascicanti americani entusiasti d’ignoranza o da ricchi francesi pallidi e burrosi, muoiono due volte. La caccia può non essere un male assoluto. Ma non se fatto per il divertimento di sentirsi qualcuno ammazzando vigliaccamente le fiere più superbe per farne trofei, per farsi foto coi loro cadaveri riversi scoprendone le zanne sporche del sangue che anche tu vomiteresti con una pallottola di piombo incandescente che ti sfonda i polmoni. Sono quelle fiere che ci terrorizzavano a morte, quando non eravamo che gli ultimi ospiti di questa terra. Quelle che hanno passato al vaglio il valore e l’intelligenza di tanti uomini. Quelle che portano ancora riflesso negli occhi, senza mai scordarlo, il volto bellissimo e terribile della Natura.

Postilla: ho romanzato. Ma questo posto esiste davvero. E non è l’unico. Sono decine, e decine, e decine.

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mar 2 2009

Pro Luttazzo

Il 27 febbraio sono stato a vedere lo spettacolo di Daniele Luttazzi “Decameron” al Saschall – un grande teatro fiorentino.
La cosa che mi ha colpito è che questo, intorno a me, ha suscitato un vespaio. Un sacco di persone, quando hanno saputo che andavo a vedere Luttazzi mi hanno detto, increduli “Ma Luttazzi Daniele?” o ancora “Ma Luttazzi Luttazzi, quello che mangia la merda?” oppure “Quel comunista?” con lo stesso tono con cui si incalza qualcuno che ci ha appena detto andrà a fare sei mesi di volontariato a Calcutta.

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Io Luttazzi non lo conoscevo. L’ho scoperto da pochissimi mesi. In mente avevo qualche ricordo del suo nome… “Espulsi Biagi, Santoro e Luttazzi” “Luttazzi annusa le mutande di Anna Falchi in Televisione” ed echi simili. Dopotutto all’inizio del XXI secolo avevo solo dieci anni. Nessuna parola lusinghiera, comunque.
Poi un mio amico, Jacopo Caffé, mi ha invitato a procurarmi alcuni suoi spettacoli – e ne sono rimasto assolutamente folgorato. Ho finalmente compreso la definizione che il geniale Alessandro Bergonzoni dà di volgarità: “Assenza di idee”. Perché certo, se si sta parlando di metri tradizionali, Luttazzi è di una volgarità vertiginosa, ma se si accetta l’acuta tesi bergonzoniana e si scende un po’ più in profondità, ci si accorge che dietro a quegli smaliziati e lubrìchi discorsi che spaziano dalla scatologia alla genitalità alla politica, si nascondono una cultura ciclopica e una raffinatezza di pensiero che oggi, in Italia, hanno al massimo cinque o sei artisti.

Non importa come sia schierato politicamente – bisogna piantarla di giudicare le persone in base alle proprie idee politiche. Tutti si scandalizzano (giustamente) se uno viene giudicato in base al colore della propria pelle o alla propria religione o alle proprie tendenze sessuali, mentre è consuetudine consolidata e moralmente accettata che si giudichi ferocemente e irrevocabilmente qualcuno conoscendone soltanto lo schieramento politico. Sarò paranoico, ma mi pare di intuire un errore logico, in questa realtà. I pregiudizi o si hanno o non si hanno. Non è che se ne ammettono alcuni. Inoltre, come cantava Gaber, “L’uomo è quasi sempre meglio, rispetto alla propria ideologia”. Quindi piantiamola di (pre)giudicare secondo l’inclinazione Destra/Sinistra, per favore. Oltretutto quelle di Luttazzi non sono posizioni frutto di credenze sedimentate: è un profondo palombaro dell’informazione, che giustifica ogni sua posizione con argomentazioni solide come la verità.

Daniele Luttazzi è un integerrimo artista a tutto tondo, che ha studiato medicina ed è iscritto all’albo dei giornalisti, un densissimo e multiforme concentrato di sapere volto alla comicità e alla satira, di una umanità pura come quella che ho sempre sognato.
Lo spettacolo, inutile dirlo, è stato clamorosamente bello. Due ore e mezzo di monologo serrato in cui è passato dal fascino più “Oh…” alla satira più bassa e spanciante. “Con il mio Decameron rappresento il fenomeno opposto a Benigni“, ha detto. “Lui, con al Divina Commendia, ha sengnato l’unione di Sacro e Profano nel Sacro. Io, l’unione di Sacro e Profano nel Profano“. Subito dopo lo spettacolo, poi, riceve tutti i suoi fan che gli vogliano parlare. Mi sono fatto autografare il suo libro “Bollito misto con mostarda“, il mio libro di appunti personale e gli ho chiesto: “Daniele, io studio Giurisprudenza. Secondo te, che indirizzo dovrei scegliere per migliorare davvero le cose?” E lui: “Be’, la cosa migliore sarebbe tu facessi il magistrato. Ma non te lo imporre, deve essere una vocazione. Credo sia seguendo la propria vocazione che si possa migliorare il mondo“.

Vi consiglio vivamente di procurarvi qualche suo spettacolo. Non vi farà che bene.

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feb 8 2009

Amo guardare come muoiono i bambini

“Amo guardare come muoiono i bambini”, diceva Vladimir Majakovskij in Qualche parola su me stesso. Be’, ai tempi forse poteva essere un’affermazione scandalosa – almeno, questo è l’intento con cui è formulata. Il povero Vladimiro non sapeva che invece una reale simile tendenza sarcofaga» di morbosa attenzione alle morti più tragiche dei bambini si sarebbe addirittura largamente inflazionata, ai giorni nostri. Esatto, largamente inflazionata – almeno qui in Italia, beninteso.

Ormai li sappiamo tutti a memoria, i loro nomi.
Il piccolo Samuele, il piccolo Tommaso, i piccoli Ciccio e Tore sono i capitani di questa schera di bimbi malamente morti. Bimbi morti che soli riescono eroicamente a tenere tutta unita l’Italia.
Fermatevi un attimo e riflettete. A parte i mondiali, c’è qualcosa che rende più fratelli gli Italiani del commuoversi tutti insieme con la bava alla bocca davanti alla televisione, mentre il telegiornale zoomma sulle mamme piangenti dei pargoletti ammazzati a zoccolate, squartati, o tragicamente crepati di fame e sete in un pozzo secco? E il fortunato intervistatore, felice come se fosse stato estratto a sorte per fare un’intervista incrociata fra Obama e Ahmadinejad, domanda “Come si sente, signora?” e lei giù, altri pianti.

Delacroix: "Medea uccide i figli". Poi ne servirà le carni in pasto al marito. Italiane, patriote, prendete esempio, please.

Delacroix: "Medea uccide i figli". Poi ne servirà le carni in pasto al marito. Italiane, patriote, prendere esempio please.

Certo, i bambini decomposti sono le prede preferite dai giornalisti (insieme alle loro famiglie, ovviamente); ciononostante, ci si può accontentare anche di un qualsiasi omicidio, sempreché sia particolarmente truculento e le indagini e il processo tirino avanti per anni. Anche questi li conosciamo tutti, dalla strage di Erba a Meredith, e anche questi sono pilastri dell’unità nazionale, da Bergamo a Canicattì.
Quando parlano di certe notizie si vede proprio che ai giornalisti si allarga una misteriosa chiazza sui pantaloni. Il sangue e le lacrime li eccitano sessualmente. E gli Italiani dietro, pronti a leccare la padella, già pregustando le foto delle vittime in tempi felici, i genitori straziati, il volto dell’assassino – hai notato? Assomiglia un casino al tuo vicino di casa.

Questo mi ha dato un po’ da pensare… Ok lo sport come malta sociale, ma se siamo arrivati a questo punto, che conseguenze ne devo trarre? Perché c’è questo latente desiderio di vivere il dramma altrui? Poi, viverlo… far finta di avere idea di che cosa sia quel dramma quel tanto che basta per apparire sensibili, compassionevoli e forti. Forse l’uomo ha bisogno di commuoversi per qualcosa, di raddoppiarsi al di fuori della propria vita interpersonale. E forse, se non lo trova nei libri, e piange leggendo l’ultimo monologo di Novecento o La Città della Gioia, nei film, e ride con le lacrime di commozione agli occhi guardando Big Fish, o Neverland, o La Morte a Venezia, a teatro, e a bocca aperta gli si rigano le gote – e nemmeno se ne accorge! – quando Otello inizia a dire “Ad Aleppo… Ad Aleppo…”, forse, dico, senza questo c’è davvero bisogno di raddoppiare i propri sentimenti in quelli altrui visti al telegiornale – che passione! teatro tragico quotidiano, fisso in programma ad ogni stagione. E magari diamo anche un’occhiata al Grande Fratello» , eh? Riflesso di vita q. b. per evitare di accorgersi di non star vivendo, e coscienza in pace per aver già condiviso del dolore altrui. Nel modo più inutile possibile? Sì, ma via, questo è tutt’un altro discorso…
Male non può fare. Dopotutto, è solo televisione, uno può spengerla quando vuole.
La pensa così anche un eroinomane che conosco, quindi dev’essere vero.

Comunque, la prossima volta che vedrete un telegionale che parla dell’ennesimo morto, mettetevi sull’attenti e presentat-arm all’eroe dell’unità nazionale. E se è un bambino, medaglia d’oro.

Anzi, sapete una cosa?, non mi stupirei se il Presidente della Repubblica Napolitano lanciasse un appello agli Italiani: “Se proprio dovete morire, cercate di farlo nel modo più agghiacciante e tragico possibile – almeno chi resta si sentirà più unito“.
Onore alla Repubblica.

(ringrazio gli Hyronisti per lo spunto)

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Sarco-fago, mangiatore di carne
Ma come si può anche solo pensare di chiamare seriamente un programma televisivo come il dittatore di 1984?!

I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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