Non tutta la privatizzazione vien per nuocere
Mi ero sempre tenuto fuori dall’argomento. Più per fatica che per altro. Però visto che continua ad essere sulla cresta dell’onda, forse è il caso di parlare della paventata minaccia della privatizzazione nazionale dell’acqua.
Bollette da duemila euro, necessità di acquistare acqua in bottiglia, acqua oro blu, speculazione, acquedotti lasciati a secco, inizio di un mondo in cui l’acqua sarà come il petrolio. Sarà guerra, per l’acqua.
Come direbbe quel mio amico che viene da tanto lontano, queste sono cazzate. Infatti, come al solito, prima di parlare o di reagire contro qualcosa in maniera così simile ad uno strizzone di diarrea, bisognerebbe informarsi, pensare e dialogare. Qui, il testo del decreto Ronchi 135/2009 (l’articolo sull’argomento è il n°15). Andiamo quindi con maggior consapevolezza a fare alcune considerazioni.
L’acqua non verrà privatizzata. L’acqua non può essere privatizzata. Sarà solo la gestione della distribuzione ad essere affidata ad imprese e società private – nella maggior parte dei casi, a partecipazione pubblica.
L’indirizzo e il controllo amministrativo, la proprietà degli acquedotti, degli impianti di depurazione, delle fognature, degli altri impianti restano pubblici. La grossa discussione adesso sta sulla creazione o meno di un’Autorità Indipendente di settore apposita che stabilisca tariffe eque e impedisca la speculazione così come esiste per l’Energia. Dopotutto, ad oggi, con la rete statale, a Milano l’acqua si paga un quarto di quanto si paga a Terni.
L’acqua non si tocca. E l’elettricità sì? La distribuzione d’acqua non sta che muovendosi verso il tipo di regime di distribuzione che attualmente ha l’energia elettrica. Lasciando stare la penosa situazione energetica Italiana (di cui torneremo a parlare a breve), come avrete tutti potuto apprezzare il servizio elettrico in Italia sta acquisendo tutte le caratteristiche di flessibilità e adattabilità alle esigenze del singolo proprie dei servizi privati, e sta diventando decisamente concorrenziale.
La rete di distribuzione idrica è un colabrodo. Il 30% dell’acqua viene persa per strada. Gli enti pubblici per caso hanno qualche centinaio di milioni di euro d’avanzo (per ogni regione) per risistemarla? Purtroppo c’è grossa grisi, e non ce li hanno. Ma le imprese private ce li hanno (magie delle Società per Azioni), e nel momento in cui viene loro affidata la gestione, ce li investono più che volentieri. Anche perché, stando alle stime del Corriere della Sera, i soldi buttati dalla finestra per via del pietoso stato di manutenzione degli acquedotti e delle gestioni negligenti arrivano a due miliardi e quattrocentosessantaquattro milioni di euro l’anno. E’ un gruzzolo che – come dire? – torna buono, che poi ti ci compri il gelato il sabato pomeriggio.
Sarà poco riguardoso dirlo, ma il dispendio di denaro, tempo ed energia che si genera affidando un lavoro a dipendenti statali, parastatali e affini è leggendario. E si sa che ogni leggenda ha un fondo di verità. Una moderata liberalizzazione nel campo sarà di enorme giovamento all’efficienza del servizio e della sua gestione.
L’acqua non sarà mai un bene esclusivo come il petrolio. Sciocco chi lo dice, sciocco chi si rende fico e misterioso prevedendo guerre per l’oro blu.
Il petrolio è una risorsa limitatissima e irriproducibile (per fortuna). L’acqua dolce, oltre ad avere un chiaro (ed imbarazzante) margine di miglioramento per quanto riguarda il modo in cui è amministrata, è un bene la cui disponibilità è incredibilmente ampliabile (per fortuna).
Gridare a scandali, attacchi a diritti fondamentali e proporre onerosissimi referendum non rende nessuno più interessante, non fa sembrare nessuno fascinosamente informato e coinvolto nel sociale, non ricopre di un’aura di preveggenza mistica e non rende piacevoli. E’ un compito ingrato che ci tocca già troppo spesso. Evitiamo quindi almeno gli al lupo al lupo quando il lupo non c’è.







