feb 11 2010

Se solo si smettesse di pensare al nucleare – Anniversario della rivoluzione in Iran

di David Caratelli

No, questo non è un post sul nuovo piano energetico italiano. Il nucleare in questione è quello dell’Iran. Da anni ormai la Repubblica Islamica Iraniana è sulle prime pagine della stampa internazionale, un giorno perché dice di aver arricchito l’uranio di un altro “zerovirgola” percento, un altro perché si rende disponibile a cooperare con l’IAEA (International Atomic Energy Agency). E ogni qualvolta accada qualcosa di nuovo a riguardo, puntuali arrivano gli edotoriali e le interviste sulle conseguenze per il mondo: la minaccia di un attacco nucleare in Israele ed in Europa, le sanzioni, o addirittura, le implicazioni sui costi del greggio.

Insomma, dell’Iran degli iraniani non se ne fotte quasi nessuno (lodevole eccezione, “Il Riformista”, ma anche “Il Foglio”), a parte ogni tanto quando le stragi di civili sono veramente impressionanti. E’ normale per un paese interessarsi di piu’ alle faccende interne che non a quelle internazionali, a meno che queste non siano eccezionali. E’ anche vero però che il nostro interesse per ciò che succederà alla tramvia di Firenze deve essere messo in prospettiva con le spaventose violazioni dei diritti umani a Teheran. Così come, ormai più di sessant’anni fa, i campi di concentramento apparivano ogni tanto, timidamente, sui giornali dei vari paesi, senza che la gente si preoccupasse piu’ di tanto. Lo stesso accade oggi. Ci si accontenta di sapere un qualcosina ogni tanto, e poi il buio fino al prossimo aggiornamento dopo un mesetto.

Insomma, sembra che la lezione non l’abbiamo imparata, e forse é nella nostra natura non impararla. E se é vero che i media influenzano l’opinione pubblica é anche vero che la gente si informa su quel che vuol sapere, e dunque ha un suo potere decisionale.

In Iran, ormai da dopo le elezioni dell’estate scorsa, stanno accadendo cose fuori dal comune, in positivo ed in negativo: una brutalità mai vista da parte del regime che ora arresta senza motivo, impicca più di prima, e fa tutto il possibile per impedire una qualsiasi forma di comunicazione tra i cittadini del suo paese (a volte bloccando, in un batter d’occhio, la capacità di mandare SMS in tutta Teheran). Eppure la gente, spesso in gran parte studenti della mia (o nostra) età, colpiti da uno dei sentimenti più nobili che si possa avere, l’amore per la libertà, rischiano e sacrificano la propria vita per cercare di affermare i propri diritti. Io sono un ottimista, e penso che prima o poi i cittadini iraniani otterranno ciò che da tempo chiedono e pagano con il sangue. Tuttavia, ogni giorno che passa con proteste soffocate nel sangue degli stessi manifestanti, ogni giorno che il regime è ancora in piedi, significa vite perdute e diritti negati.

Ma tuttavia, a noi paesi occidentali, in fondo la vicenda ci interessa solamente se tornano in gioco le armi nucleari. Allora si teme per il nostro paese e per la nostra libertà. E se i paesi si comportano così evidentemente è perché questo è come si comportano i loro cittadini. Qui non vale il solito discorso dei politici-brutta-gente che fanno i loro interessi economici (questa mia idea di come nei paesi occidentali la politica estera spesso rispecchia lo stesso sentimento nazionale è un argomento interessante che sarò contento di approfondire – se vorrete – nei commenti). Siamo noi quei cittadini: magari ogni tanto leggiamo qualcosa a riguardo, ma poi torniamo alle nostre quotidiane routine. Spesso anch’io subito dopo aver sentito qualcosa su ciò che accade in Iran mi sento “pompato” e pronto a cambiare il mondo. Eppure non ho mai fatto le valige per andare a Teheran e “dare una mano”. Non propongo certo un esodo di massa – sarebbe stupido -, ma possiamo dare un contributo in altri modi. Se nascesse un vero sentimento di interesse nei confronti della sorte dei nostri amici, compagni, fratelli, o come-volete-chiamarli, in Iran, potremmo fare pressione sul nostro governo chidendo un interesse maggiore e più concreto sulla questione iraniana, magari non limitata alle nostre paure per un Iran nucleare. L’Italia, soprattutto con l’Eni, investe un sacco di soldi in Iran, e questi soldi ultimamente finiscono nelle mani del governo o dei suoi collaboratori. “Ricattare” Teheran non solo chiedendole di smettere di arricchire l’uranio, ma facendo pressione sull’aspetto diritti umani/civili sarebbe un appoggio enorme e concreto alle migliaia di giovani che da soli sfilano per le strade davanti a soldati legittimati a premere il grilletto in qualsiasi momento. In fondo, se smettessimo di interessarci solamente ai problemi iraniani in relazione alla nostra sicurezza, e pensassimo a quella dei suoi cittadini, non otterremmo forse risultati infinitamente migliori anche per noi? Serve da parte del mondo “democratico” un appoggio vero e concreto, magari cercando di aiutare i dissidenti a diffondere i loro messaggi, o appoggiando finanziariamente politici in esilio che stanno cercando di formare movimenti di opposizione. Le idee sono tante, basterebbe che venisse da noi una qualche pressione affinché queste idee vengano messe in pratica.

Oggi 11 febbraio, ricorre l’anniversario della rivoluzione iraniana. Io mi auspico che quando sui giornali di domani se ne scriverà, il lettore non si limiti a provare simpatia per chi cerca di cambiare le cose, ma provi, nel suo piccolo, a contribuire in qualche modo. Magari scrivendo, che so, al proprio ministro degli esteri.

Prima vennero e portarono via gli zingari: io fui contento perchè rubavano!
Poi vennero e portarono via gli omosessuali: fui sollevato perchè mi davano fastidio!
Poi vennero e portarono via gli ebrei: stetti zitto perchè mi stavano un po’ antipatici!
Poi vennero e portarono via i comunisti: non dissi nulla, perchè io non lo ero!
Poi vennero e portarono via me: purtroppo non era rimasto nessuno a protestare.

Bertold Brecht.

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giu 22 2009

L’Onda verde

Be’, chiunque ha dei pregiudizi. Io ne avevo uno ben radicato, che in questi giorni ho avuto l’immenso piacere di poter vedere sgretolarsi davanti alla meravigliosa realtà dei fatti.

Il 12 giugno in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali. Quando si sente parlare di Iran, di questi tempi ci viene subito in mente Ahmadinejad che sbraita sulla distruzione di Israele, che fa di tutto per creare incidenti diplomatici, un presidittatore ultranazionalista – e un paese che gli va dietro appecorato. “Sai, con una religione come quella islamica dopotutto risulta difficile alzare il capo contro autorità religiose come la Guida Suprema e Ayatollah Khamenei che appoggia Ahmadinejad, quindi capisco che la gente si ingreggisca e imbarbarisca arroccandosi su posizioni perconservatrici veteromusulmane”. Questo pensavo. Ma avevo torto.

Il 12 giugno in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali. Mi immaginavo fossero una formalità per rieleggere Ahamadinejad. Pensavo che il popolo intero dell’Iran adorasse il suo presidente, e le sue violentissime politiche estere ed economiche. Vedete che cosa porta a pensare l’ignoranza?

Il 12 giugno in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali. Attese a gloria da gran parte degli Iraniani nella speranza concreta di poter davvero cambiare le cose. Cambiare un’economia fallimentare, un’apertura sul mondo inesistente, un regime reazionario e violento. «Stasera tutti a casa, zero provocazioni. La polizia po­trebbe cancellare le elezioni». «Non fare differenze tra i seg­gi nelle scuole o nelle mo­schee, concentrare i voti solo nelle scuole aumenterebbe la possibilità di brogli». «Porta la tua penna, quelle ai seggi hanno l’inchiostro simpatico che scompare dopo un’ora». E la gente andava fiera alle urne, con negli occhi la scintilla di chi sente nell’aria che il proprio mondo si può davvero cambiare. Ed ecco che cosa ho visto di nuovo.

Due giorni dopo risultava chiaro vincitore Ahmadinejad, anche e soprattutto nei seggi della capitale Teheran, dove più che in ogni altro luogo i milioni di sostenitori degli altri candidati, Moussavi in testa, avevano manifestato la propria massiccia presenza. E’ così risultato che di seggi irregolari nel conteggio e nel trasporto delle schede ce ne sono stati quasi 700. Ahmadinejad però ha escluso controlli e riconteggi, e si è affrettato a riprendere ufficialmente il ruolo di presidente dell’Iran.

Allora è successa la meraviglia: è nata l’Onda Verde.
Una manifestazione quotidiana di milioni di persone nella capitale, vestite di verde o con fazzoletti verdi al collo – verde, il colore dello schieramento di Moussavi, il colore dello stendardo del Profeta, il colore dei giardini del paradiso che sogna chi vive nel deserto.

Ahmadinejad ha fatto oscurare i mezzi telematici, ha bloccato gli sms, ha stretto in una morsa televisioni e giornali, confinato i giornalisti esteri, e ha sguinzagliato i Pasdaran armati per le strade. Ma dai tetti dei palazzi le persone cantano “Allah-u-Akbar!” “Dio è grande!”, sulle banconote circolanti viene scritto “Dov’è il mio voto?”, e la folla oceanica che sfila in strada è composta, in certe parti silenziosa, in certe parti motteggiante, e i giovani recitano ad alta voce poesie composte sul momento, facendo onore alla loro tradizione» . I Pasdaran manganellano e sparano, arrestano, uccidono, mandano a morte, ma nessuno dei manifestanti li attacca, né si difende. Le ossa dei manifestanti vengono rotte dai soldati ma nessuno smette di cantare. I proprietari dei palazzi in cui vogliono entrare i Pasdaran barricano le porte e incitano chi sta sui tetti a cantare più forte, tutti vivi, tutti pervasi da una gioia irrefrenabile e titanica che rende tutti eroi.

It is the same life that shoots in joy through the dust of the earth
in numberless blades of grass
and breaks into tumultuous waves of leaves and flowers
. (Tagore)

E così, attraverso la polvere del deserto è sbocciata un’Onda Verde di vita, tumultuosa e bellissima come le chiome degli alberi attraversate dal vento, solare e colorata come un prato fiorito.
Allora questi sono uomini. Allora questi sono nostri fratelli. La Nonviolenza di chi ha addosso la gioia vincerà sempre la Violenza di chi ha dentro l’ira o l’odio. Le onde del mare non si possono respingere o fermare con manganelli, pistole e scudi antisommossa. I dittatori non possono nulla sulle nostre anime e sulla Vita. Perché il loro potere è la Morte, ma la Vita è più forte della Morte.

teheran-voters

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Che mentre noi affogavamo nel medioevo dell’ XI secolo, i Persiani facevano rivivere Orazio e Alceo in Omar Hayyam, che cantava del vino e dell’oggiPowered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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