gen 8 2010

Una vita da promoter

E’ lunedì e sono le 10 di mattina. Entro nel centro commerciale, la cattedrale del consumismo. Non so come mai sia così affollato, davvero la gente non sa che fare? Saremo anche in crisi, non ci sono i soldi per mangiare, però guarda quanti escono col cellulare nuovo! Sono passati 6 secondi da quando sono entrato e un tizio in giacca e cravatta da dietro un banchino mi propone un “convenientissimo” conto bancario. “No grazie, ce l’ho già” “Ma il nostro ha il tasso di interesse più…” Me lo lascio alle spalle, ti ho detto che ce l’ho già, e poi me lo chiedi tutti giorni!
Proseguo, e dopo un po’ vengo avvicinato da una ragazza “Ti va di assaggiare il nostro caffè?” “No, grazie, ho fatto colazione adesso, magari più tardi”. Non ti lasciano tregua questi promoter!
Entro nel negozio di elettronica e mi avvicino al reparto informatico, intanto mi metto il cartellino e mi tolgo la felpa per sfoggiare la mia maglietta sponsorizzata. “Buongiorno collega!”. Eh sì, sono un promoter anch’io.

Il periodo natalizio è quello con la maggior concentrazione di promoter sulla superficie terrestre. Ogni azienda deve promuovere, e allora spuntano ovunque giovani e meno giovani che promuovono auto, macchine da caffè, depuratori per l’acqua, rasoi.. E c’è chi promuove un noto marchio di computer e stampanti, ovvero io.

Quest’anno ho scelto di fare il promoter per due mesi non solo per lavoro, ma soprattutto per motivi di studio. E’ infatti interessante vedere come si comportano le persone, come puoi manipolarle e portarle verso un prodotto migliore. Ah, a proposito, tengo a precisare che – per fortuna – promuovevo un marchio veramente buono, e quindi sono in pace anche con la coscienza. In questo periodo ho venduto una stampante più o meno a tutti: amici che venivano a trovarmi a lavoro, altri promoter. Giorgio stesso è un cliente soddisfatto.

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lug 6 2009

Come realizzarsi, tutti?

“Cosa vuoi fare da grande?” è una domanda la cui risposta diventa sempre più complicata mano a mano che si cresce. Da piccolo, ognuno sa che cosa fare, è chiaro e cristallino che uno vuol fare l’astronauta e l’altro il pompiere, non si hanno preoccupazioni a quell’età, la via è limpida.
Poi arrivano l’istruzione, il condizionamento, la ragione, e tutto cambia: si cerca la via più conveniente, o quella più sicura. E si perde di vista quello che si vuol fare davvero, al punto che all’età di vent’anni diventa complesso darsi una risposta. Cosa voglio fare? I sogni – dicono – segui i tuoi sogni. Beato chi riesce ancora a sognare come quando era bambino.

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Non essendo in grado di andare oltre, in questo campo, vorrei provare a vedere la situazione da un punto di vista critico e cinico.

Sono pochi quelli che hanno scelto consapevolmente il proprio percorso di studi, penso che siano ben di più quelli che hanno scelto il meno peggio, o casualmente. E spesso uno si accorge che non voleva fare questo solo quando ormai ha finito. Forse perché siamo troppo immaturi al momento della scelta, forse perché non abbiamo mai pensato a che cosa vogliamo essere. All’università uno pensa di avere le idee più chiare; macché. Uno magari studia lettere perché odia la matematica, oppure giurisprudenza perché fare l’avvocato paga bene. Non so perché ma l’approccio “io intanto studio, poi si vedrà”, non mi sembra che possa funzionare con un qualcosa di scelto pseudo-casualmente. Spero che molti nel dubbio abbiano fatto la scelta che in futuro si rivelerà giusta per loro.

La società, evolutasi nei secoli fino ad arrivare a quella odierna, non punta e non ha mai puntato alla realizzazione dell’essere umano, ma ad una sopravvivenza collettiva organizzata e regolamentata. Ma pensate: cosa succederebbe se tutti avessero un sogno e lo seguissero? Se becchini, pulitori di bagni e spazzini mollassero pale e scope e realizzassero i loro sogni, in che mondo vivremmo? Saremmo invasi da veline e giovani calciatori, i bagni puzzerebbero e le strade sarebbero sporche, probabilmente. Però ci sarebbero pittori in ogni angolo di strada, miriadi di scrittori e poeti col foglio in mano, musiche e spettacoli sarebbero improvvisati dal nulla. Sarebbe bello, no? Ricordiamoci però che viviamo in una società.

Si potrebbero istituire delle caste, i degni di realizzarsi e i non degni. Oppure una piccola élite di patrizi servita da una plebe che si accolla tutte le mansioni e i lavori. No, no, non si può fare. Forse il problema è che le nostre ambizioni sono troppo egocentriche, e che quando uno pensa di realizzarsi non considera altri che se stesso. “Io scrivo perché mi piace scrivere, perché è la mia passione e la mia vita.” Bene, ma se tutti la pensassero come te, chi produrrebbe la carta e l’inchiostro con i quali scrivi? Senza contare il fatto della concorrenza: con un sacco di scrittori, spiccar fuori dal mucchio sarebbe una bella impresa (lo è già oggi!), e in qualche modo uno dovrà sopravvivere e guadagnarsi il cibo. Sempre ammesso che ci siano persone il cui sogno sia fare gli allevatori o gli agricoltori. Probabilmente in questo mondo, si tornerebbe a sacrificare i propri sogni a favore della sopravvivenza. Punto e a capo.

“Se ci tengo a fare qualcosa, non lo chiamo lavoro.”
(Richard Bach)

Purtroppo il lavoro è una delle cose che occupa buona parte della nostra giornata, quindi se vogliamo usare davvero al meglio il tempo che abbiamo a disposizione in questa vita, sarebbe cosa buona fare qualcosa a cui si tiene e che ci piace, come lavoro.

“Un uomo chiamato a fare lo spazzino dovrebbe spazzare le strade così come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva, o Shakespeare scriveva poesie. Egli dovrebbe spazzare le strade così bene al punto che tutti gli ospiti del cielo e della terra si fermerebbero per dire che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro.”
(Martin Luther King Jr.)

Non ho mai sentito parlare di spazzini così famosi per le loro gesta. Un motivo ci sarà. Anche se a livello di motivazione personale forse può servire, trovo che questa frase sia una colossale cazzata. A meno che uno non abbia la vocazione dello spazzino, allora tanto di cappello.

Forse ci sono solo modi diversi di vivere quello che stiamo facendo, nessuno più giusto degli altri in assoluto, come ci insegna la buona vecchia storia dei tagliapietre.

Un saggio, camminando lungo la via, s’imbatte in alcuni tagliapietre. Chiede al primo cosa stia facendo, e questi risponde: “Non lo vedi? Sto tagliando pietre”; il secondo interpellato sulla stessa domanda: “Taglio pietre per guadagnare”; il terzo: “Taglio pietre e ricavo ciò che mi serve per mantenere dignitosamente la mia famiglia”. Infine arriva dall’ultimo, che risponde: “Taglio le pietre che serviranno per costruire una grande cattedrale”.

O forse ancora, può esser vero che non tutti possono realizzarsi: vi riesce solo chi osa andare oltre, abbattendo i muri che si trovano tra lui ed il proprio obiettivo. Quei muri, che sono stati messi li per vedere quanto siamo motivati a raggiungere il nostro obiettivo.

E voi che ne pensate, può esservi una via che permette di conciliare la realizzazione personale di tutti, con tutti?

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feb 22 2009

McMania

di Massimo | in Omnia | 9 commenti

Lo so, lo so, McDonald’s è l’istituzione del male, è malsano, tortura gli animali, è una multinazionale*. Ma succede che una volta ogni 1-2 mesi ci vada. Perchè lo considero consideravo buono. Ieri ho discusso molto con Giorgio, che non voleva venire a mangiare al Mc con me (lui preferisce mangiare cane fritto al cinese). Io però ne avevo voglia, e oggi, dato che il mio pranzo era stato poco abbondante, infine ci sono andato. E devo dire che sono soddisfatto. Non del cibo però.

C’è un documentario interessante da vedere: Supersize me, girato da un tizio che per fini “scientifici” e dimostrare quanto nuoccia mangiare ogni giorno da McDonald’s, ha deciso di fare questo esperimento, facendoci colazione, pranzo e cena per 30 giorni, monitorato da dottori e nutrizionisti. Il tutto avviene ovviamente in America, dove prima avevano un menu abominevole, il supersize appunto. Dopo la prima settimana era depresso, alla seconda dipendente, dopo la terza a serio rischio di salute, e ha dovuto smettere. Nonostante lo shock dopo aver visto questo video, ti assale un’irrefrenabile voglia di BigMac. E’ assurdo.

Qual’è allora il modo migliore per abbandonare un vizio? Fare in modo che non ti piaccia più! Un grande contributo viene dal mediocre sapore di quel big mac che ho mangiato oggi, oltre che dal mattone che alloggia nel mio stomaco in questo momento. Mi ha incuriosito anche la tovaglietta che ti danno sul vassoio, sulla quale c’è scritto “non per alimenti”, ottimo direi.

Dato che ormai questo post è quasi diventato un “come fare per smettere di andare da McDonald’s”, concludo con qualche altro buon motivo (leggetevi poi anche Cosa c’è di sbagliato in McDonald’s):

  • * E’ una multinazionale sfruttatrice di tutto lo sfruttabile (motivo fortemente sponsorizzato da Giorgio).
  • Gli animali passano la loro vita in condizioni completamente artificiali, in enormi fabbriche-fattorie senza accesso all’aria aperta o alla luce del sole e nessuna libertà di movimento. Le loro morti sono una sanguinosa barbarie.
  • E’ uno dei grandi deforestatori della foresta amazzonica. Sdradicano alberi per piantarci soia. E usano un sacco di pesticidi e robaccia chimica. (Quindi ogni volta che mangiate da Mc togliete 2 volte ossigeno a tutto il mondo, la prima per via della deforestazione, la seconda a causa dei peti disumani che sono generati dal consumo di paninozzi.)
  • I dipendenti di McDonald’s non hanno un salario minimo, hanno un contratto part-time e non possono aderire ad un sindacato (pena il licenziamento!).
  • Anche se mi sembra così scontato… Fa diventare obesi!
  • Abbassa il desiderio sessuale. (Può confermarvelo la ragazza del tipo di SupersizeMe)

Con questo post rinuncio ufficialmente a McDonald’s per un bel pezzo. Per suggellare questa volontà oggi me ne sono andato (non l’avevo mai fatto prima) lasciando il vassoio sporco sul tavolo. Amen.

Un comune esemplare che potete trovare da McDonald's: il bimbo piu-largo-che-alto.

L'omino Michelin a pranzo.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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