Tutti i cadaveri sono uguali. Gli uomini, non so.
Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per sé stessi… (Elie Wiesel, La Notte)
Anche quest’anno ecco che rimbomba nella commozione di massa la magica formula “Per non dimenticare”. Formula capace di assolvere chiunque dai propri peccati quotidiani – perché diamine, io quello che è accaduto nei campi nazisti non me lo dimentico mica, eh. Il che fa di me una persona migliore.
Be’, io non-ho-dimenticato la seconda declinazione dei sostantivi latini, embè? Che effetto ha sulla mia vita? Il punto non è non dimenticare. Il punto è ricordare, osservare, imparare e agire di conseguenza. Per “non dimenticare” basta avere in casa un libro che ne parli. In verità, è molto comodo. Ma per ricordare, osservare, imparare e agire di conseguenza è necessario voler cambiare la propria vita, essere coerenti e insomma, fare uno sforzo alzando il culo del nostro pigro cervello. E fa fatica.
Ci si sgola ostentatamente per evidenziare quanto siamo sensibili a non voler più che dieci milioni di persone vengano uccise sistematicamente nell’anima e nel corpo dal frutto infernale di un’ideologia sbagliata, velenosa e immeritevole di ogni appello.
Ci si stringe accoratamente attorno agli ebrei – nonostante il resto dell’anno si trattino come una malvagia lobby complottista mangiapalestinesi.
Si ricordano con voce sommessa i milioni di zingari uccisi – nonostante il resto dell’anno si trattino come malviventi che vogliono rubarti l’auto e stuprarti la figlia.
Si guarda il cielo pensando alle centinaia di migliaia di uomini ammazzati perché omosessuali – nonostante il resto dell’anno non si faccia altro che sottolineare quanto siano contronatura e insopportabili a vedersi.
Si stringono i pugni con in mente i dissidenti politici fatti fuori – nonostante il resto dell’anno ci si azzuffi ciecamente in risse al coltello con chiunque in politica la pensi in modo diverso da noi.
L’incoerenza da questo punto di vista è l’unico peccato che esista. E non basta pubblicare un link su FaceBook con scritto “Per non dimenticare”, per essere assolti.
Perché? Ma perché la coerenza con le proprie idee è il più potente scudo contro la nascita di nuove ideologie genocidiali. Se si riesce ad arpionare le belle idee di uguaglianza che stanno appese in cielo e farle diventare materia, terra, cosa, se si ha il coraggio di rendere concrete quelle idee, di far loro mettere radici profonde nella quotidianità, allora e solo allora si sarà protetti da un domani in cui le pagine buie della storia si potrebbero ripetere. Proprio perché questo non è avvenuto, in Cina e chissà in quanti altri posti esistono ancora campi di concentramento. E nessuno lo grida. Nessuno lo denuncia. Non gli esponenti religiosi, buoni solo a pontificare e che valgono tanto quanto i vestiti che indossano. Non i politici, impegnati a mantenere salde le partnership economiche. Nessuno che abbia qualche potere mediatico. Ma tutti, contriti, fingono di piangere su dieci milioni di persone uccise e che continuano a morire per mano loro sempre di più perché fanno del ricordo una declinazione latina, non un’educazione alla vita.
La vita vale sempre la pena di essere vissuta. Ciò non toglie che sia una puttana. C’è la malaria, l’AIDS, il colera, la cecità, la povertà, la pazzia, l’autismo, la fame e la sete, l’emarginazione, l’incertezza del domani, la depressione, la morte termica dell’Universo. Ci sono le ingiustizie della fortuna, i desideri irrealizzabili, i sogni infranti. Ci sono i sogni mai nati. Ci sono le alluvioni e le siccità. Il deserto avanza, i ghiacciai si sciolgono. C’è l’ignoranza, l’analfabetismo, l’incapacità di comunicare, di esplorarsi, di conoscersi, di avere sentimenti ampi, di amare. C’è il buio dentro. C’è la morte, ad ogni angolo, che anche se pare debba passarci sempre lontana invece prima o poi arriva sempre così vicina che ne possiamo sentire agghiacciati l’alito freddo. E nonostante questo, nonostante tutto questo noi, uomini, abbiamo il coraggio imbecille di buttare nel cesso tempo ed energie a farci la guerra fra di noi, ad odiare le nostre differenze fisiche e ideali, a crederci superiori invece di considerarci tutti, tutti e dico tutti fratelli, figli della stessa splendida puttana di Madre Natura, invece di concentrare le nostre energie nell’affrontare questi veri problemi, questi problemi che sono il nostro destino comune! Diamo spazio a vescovi negazionisti e ci indignamo ma lasciamo morire a terra uomini uguali a noi nella strada in cui abitiamo.
Io sono insopportabilmente stanco dei “Per non dimenticare”. Non dimenticare non serve a niente. Lo chiamano “Olocausto”. “Sacrificio”. Ma sacrificio di che cosa? Sacrificio di dieci milioni di vite sull’altare dell’umana follia? Altare che è ancora oggi coperto di allori, a cui ancora oggi si avviano coi polsi abbelliti da catene di ferro e i capelli intrecciati di sangue rappreso i dissidenti cinesi, venezuelani, nigeriani? Un sacrificio assai inutile, perché nessuno di noi ha dimenticato eppure continua ad accadere. Ancora e ancora. Preferisco chiamarlo Shoah, desolazione, anche se per i puristi indica solo lo sterminio degli ebrei. Ma dopotutto sei milioni di quei dieci milioni di morti furono ebrei, e il 60% è pur sempre il pacchetto di maggioranza.
E’ curioso come tutti i cadaveri siano commoventemente uguali, a settant’anni di distanza.
Ed è altrettanto curioso come invece questo non valga per gli uomini vivi che vivono con noi il presente.






