gen 10 2010

Il mio ultimo safari per l’estate

Com’è che non riesci più a volare cacciare?

Be’. Capodanno è passato, e a lunghe falcate si avvicina la primavera, tenendosi dietro per mano la tanto amata estate.
Per evitare di ripegare all’ultimo su vacanzucce dappoco e arrangiate, è il caso di iniziare subito a tirare fuori idee e a farsi un bel programma, no?

Anche io, in pausa da notifiche a Pubblici Ministeri e Consigli d’Amministrazione di S.p.A., ho fatto vagare la mia fantasia indugiando sull’estate prossima, e mi sono guardato un po’ intorno a caccia dell’offerta migliore, quella proprio adatta a me. E il diavolo mi porti se non l’ho trovata.

Chiaramente ogni riferimento a strutture o persone reali è fortemente voluto dall’autore, che è cattivo e rancoroso.

Sudafrica. Linea del Tropico del Cancro. Ah… una natura vergine e spietata. Come una Valchiria dei Mari del Sud. Ecco, osservate: una riserva naturale privata, curata da un filantropo sognatore vestito di bianco. Recintata stile Jurassic Park. Al centro di questa riserva naturale, un esclusivo residence con così tante stelle che la Via Lattea recupera il cappotto e se ne va umiliata. Ci sono dei cottage elegantissimi in rustico stile safari. I materassi sono imbottiti di crine di leone e i cuscini di piume di dodo. Sì, l’avevo detto che è luogo molto esclusivo. Fuori, strepitosi luoghi di socializzazione. Una piscina d’acqua limpida, piastrellata con maioliche originali del ’300 senese, così grande che ha solo due ore di buio al giorno. Splendida, ma mi chiedo come abbiano fatto a trasferirci dentro anche la barriera corallina. Poi, un punto in cui fare fuochi serali così colossali che anneriscono la luna. Gli schiavi I servi in livrea, pronti a servirvi frutta fresca del luogo e generose bottiglie di Morellino di Scansano di casa vostra o di vini francesi che non pronuncerete mai correttamente. Ma non è un semplice residence superlusso nella natura incontaminata. E sapete perché? Perché domattina andiamo a fare un safari particolare. Un safari di Caccia Grossa.

Io come arma userò un arco, che fa più Zulu. Tu prendi pure un fucile, di quelli che quando sparano ridisegnano la geografia del luogo. Che animali ci sono nella riserva? Be’, di tutti i tipi. Centinaia di specie di uccelli. Gazzelle, bufali, impala, zebre, giraffe. Leopardi. Foscolo. E altri poeti da pelliccia. “Un momento!” dirà qualcuno. “Ma non ci sono anche specie prote…”. Un sonoro soffio di cerbottana. Un tonfo. Andiamo!

Eccoci di ritorno. A bordopiscina un amico siede comodamente su una poltrona di bufalo, la testa abbandonata nell’incavo delle corna, e fuma un Montecristo appoggiando i piedi sul ventre di un facocero. Le ragazze, in acqua, chiacchierano e ridono, leziose, aggrappate al collo galleggiante di una giraffa. Le donne, sedute attorno a un tavolo, si fanno vento con le orecchie di un fu-pachiderma. Io me ne sto stoicamente in piedi vicino al fuoco, con ottanta chili di leopardo sulle spalle a mo’ di stola. Dissimulo l’imminenza del mio crollo sorseggiando un mojito, che mescolo con un corno di impala. Vicino a me dei bambini fanno volare i loro Power Ranger con le ali di superbi volatili smontati, e due più grandicelli fanno la lotta usando due zanne di elefante come spade.

“Hai visto com’era grossa la zebra che ho ammazzato?” dico agli altri.
“Ma figuriamoci! Non era grande mezzo pony”.
“Ha-ha-ha! E’ vero! Quella che ho ucciso io, invece sì che era un colosso”.
“Quella era una giraffa”.
“Sempre morta è! Ha-ha-ha!”
“Ha-ha-ha!”
“Ha-ha-ha!”

Sì. E’ questa la vacanza che voglio fare! Nell’Africa selvaggia. Con amici fidati. All’avventura ma nel lusso. Uccidendo brutalmente tutto quello che mi passi vicino anche solo per distrazione. Specie se è bello, elegante e maestoso come io non sarò mai. Dopotutto 50.000 dollari per una vacanza del genere (escluse le spese dell’assistenza venatoria durante i safari, ma sono solo 10, massimo 15.000 dollari, e le tasse di abbattimento – 5.800 dollari per un leone è un affare, più costoso un elefante con zanne sopra i 32 kg, che viene 24.000 dollari), 50.000 dollari per una vacanza del genere, dico, sono ben spesi.

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Un leone è un leone perché gli uomini, contro di lui, non possono nulla, perché per catturarlo perdiamo cinque dei nostri, perché per ucciderlo bisogna essere più silenziosi, più veloci, più forti, e con un coraggio come il suo. Lo sapete? I leoni, uccisi col fucile da biascicanti americani entusiasti d’ignoranza o da ricchi francesi pallidi e burrosi, muoiono due volte. La caccia può non essere un male assoluto. Ma non se fatto per il divertimento di sentirsi qualcuno ammazzando vigliaccamente le fiere più superbe per farne trofei, per farsi foto coi loro cadaveri riversi scoprendone le zanne sporche del sangue che anche tu vomiteresti con una pallottola di piombo incandescente che ti sfonda i polmoni. Sono quelle fiere che ci terrorizzavano a morte, quando non eravamo che gli ultimi ospiti di questa terra. Quelle che hanno passato al vaglio il valore e l’intelligenza di tanti uomini. Quelle che portano ancora riflesso negli occhi, senza mai scordarlo, il volto bellissimo e terribile della Natura.

Postilla: ho romanzato. Ma questo posto esiste davvero. E non è l’unico. Sono decine, e decine, e decine.

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dic 21 2009

E dopo tre giorni

Ventuno-ventidue dicembre: la data del solstizio d’inverno. Nell’emisfero boreale, il momento dell’anno in cui il sole resta più basso sull’orizzonte. Per tre giorni sembra che nulla cambi. Che resti basso, e freddo. Non si muove. E’ soltanto il 25 dicembre che ritorna a salire sensibilmente, sorgendo, all’alba, nel punto della costellazione della Croce del Sud che viene indicato dalle tre stelle della Cintura di Orione allineate con Sirio, l’astro più luminoso del firmamento.

Osserviamo. La prima divinità dell’uomo, il Sole, muore sulla Croce del Sud il giorno del solstizio. Le tenebre vincono, il mondo è in loro balìa – e per gli uomini non c’è più speranza. Nulla cambia. La primavera, quest’anno, non tornerà.
Ma passati tre giorni dalla morte sulla Croce, invece, ecco! Rinasce, nel luogo indicato dalla splendente Sirio seguita dalle tre della Cintura, anche dette “i Magi“. Torna a salire, riconquista il cielo, i giorni! Dal profondo dell’Inverno annuncia la Primavera! E il 25 dicembre diventa il dies Natalis Solis Invicti, il giorno di nascita del Sole Invincibile. Un festeggiamento universale indelebile, proprio di decine dei culti dei più disparati nel tempo e nello spazio. Su cui anche per questo, secoli or sono, fu “montato” un altro divino Natale. E forse, fu costruita l’intera storia di questo nuovo Dio.

Vedo che il Sole è sempre meno un dio. Gli dèi oggi hanno grandi cattedrali, vaste ricchezze, posizioni forti, misteri complessi e insondabili, fedi discusse. Il Sole no.
Forse la mia sarà una spiritualità epidermica… ma comunque, il Sole che scioglie la neve, che brilla sull’acqua, che fa maturare l’uva, che ti riscalda il corpo e che colora il mondo merita veramente un rispetto sacro troppo spesso trascurato. Troppo spesso riservato alla penombra di edifici santi in cui l’aria è vecchia e fredda.
Da oggi il Sole Invincibile tornerà a guadagnare sul buio. Spero che questo sia d’ispirazione, affinché possa avvenire in ogni cuore.
Buon dies Natalis Solis Invicti.

helios

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set 10 2009

Il più bel petalo d’alba

Se qualcuno mi chiedesse, di tutti gli eventi naturali, quale è quello che davvero mi fulmina con la sua bellezza, risponderei senza esitazione: “L’alba”. Ma non l’alba in generale, no. Un suo evento secondario. Un suo petalo.

Quando ero bambino, un mio amico più grandicello, una sera, mi indicò un punto nel cielo, e mi disse: “Vedi quel punto luminoso? E’ Venere”. Quella bellezza mi sbalordì. E forse fu in quel momento che decisi che nella mia vita avrei fatto agli altri quello che lui aveva fatto a me. Di certo, da allora mi è rimasta una fascinazione morbosa per quel puntino luminoso, il terzo colosso del firmamento, il primo astro ad apparire quando arriva il crepuscolo.

Due anni fa ho fatto un viaggio in Giordania, e mi è capitato di attraversare con la macchina una strada in pieno deserto, durante una notte senza luna. Non potevamo non fermarci. Non potevamo non vedere quel cielo.
Io le stelle e le costellazioni le riconosco molto bene, sono da sempre una mia passione, ma alzando gli occhi in alto rimasi costernato perché le stelle erano troppe. Mi disorientavano, erano più del buio. La Via Lattea, una mano di bianco data con la pennellessa larga sul soffitto del mondo. Venere, un faro che proiettava, netta, la tua ombra sulla sabbia.
Quando ero in quarta superiore mi svegliavo tutti i giorni un’ora prima del dovuto solo per vedere l’alba e Venere. In Giordania, quando l’ho vista brillare in quel modo, ho capito che quel puntino, almeno per me, doveva essere qualcosa di diverso. Non era una presenza naturale come le altre.

Questa estate, poi, ho potuto rivedere l’alba sul mare, con una compagnia eletta che in quel momento era la più perfetta del mondo. E ho potuto appuntare la mia attenzione sul fenomeno – sul petalo – che più mi affascinava dell’alba, quando ero in quarta superiore, e non erano i colori, non l’aria, non le nubi infuocate: ma la strenua, titanica resistenza di Venere al montare inarrestabile della luce del Sole. Ad uno ad uno gli astri in cielo vengono spenti, come se il velo costellato scivolasse via dalla volta celeste, da est ad ovest. Ma lei no. Lei resta inchiodata lì, salda, finché i primi raggi non iniziano a dardeggiare fuori dall’orizzonte. Finché non viene investita.

Su quegli scogli, in quel momento, guardando quegli amici, quello spettacolo mi ha finalmente suggerito ciò che stavo aspettando da quella bellezza, un consiglio di quella specie che ci tocca solo quando finalmente facciamo silenzio dentro di noi.

Sii come Venere. Il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. Per tutti.Jack alba

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mag 15 2009

Glauco

Ansiei

Questo è il mio racconto del Seminario del Vallauri.

Scendendo lungo il sentiero innevato, a sinistra, con la coda dell’occhio, vedo il fiume. Cerco di non soffermarmici sopra, gli lancio giusto un’occhiata solo quando affondo di più nella neve e mi blocco. Ancora non lo voglio guardare, lo voglio vedere dopo, nel pieno del suo splendore – anche se sentirne il suono ed intravederlo a strapiombo coperto dalle fronde degli abeti mi fa crescere in cuore un desiderio impaziente, quasi un’ansia da amante. Ironia della sorte, mi hanno detto si chiami Ansiei.
Per arrivare dove sono ho già avuto occasione di vederlo da vicino, con l’indefinibile colore di un’acqua cristallina tinta di riflessi vari e brillanti, come fosse una tela scrosciante. Adesso però non voglio solo limitarmi ad ammirarlo. Voglio parlarci, entrarci in contatto. E così, camminando, occhieggiamo, sapendo che ci conosceremo più a valle.
Gli unici rumori sono i nostri: il suo scorrere scrosciante e la neve che scrocchia sotto i miei scarponi. Lo perdo di vista, e allora allungo il passo. Vedo che la neve, intorno a me, si sta sciogliendo. Dopotutto fa già caldo. Lungo il sentiero, innumerevoli pozze e rivoletti; le chiazze di prato sgombro che affiorano sono nuove paludi molli di fango e vita. Camminarci sopra mi dà la percezione di stare in piedi sulla vita stessa, me ne sento figlio, e a maggior ragione fremo per arrivare al fiume. Acqua che incessante scorre da prima che io nascessi, da prima che fosse inventata la lampadina, da prima che l’uomo riuscisse a domare il fuoco, da prima che lo stesso tempo fosse soltanto pensato – vita pura e fredda che sgorga da sottoterra che si mesce alla vita pura e calda che irradia dal cielo.
Ecco, il sentiero è sceso di molto, e mi ritrovo quasi in piano. La via piega a sinistra: ci sono quasi. Leggi tutto…

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mag 7 2009

Un’ora di silenzio – Seminario Vallauri 2009

Scavavo nella neve da qualche minuto, con la foga e la violenza di un animale che sbrana la sua preda. Ero madido di sudore e nelle brevi pause mi passavo i guanti mézzi d’acqua sulla fronte per rinfrescarmi, mentre mi guardavo intorno col fiatone, convinto di aver sentito qualcuno che si avvicinava. Ormai avevo liberato quasi tutti i rami dalla neve, mi mancava soltanto il più grosso, attorno al quale avevo scavato per un buon metro di profondità, misura oltre la quale non riuscivo più ad infilare le braccia. Allora mi fermai a guardare sgomento quel giovane albero; il fusto piegato dal peso della neve caduta sui rami era diventato un arco che iniziava e rifiniva a terra. Altri alberi si erano spezzati, ma questo era abbastanza flessibile da poter resistere a quell’oppressione. Lui aveva ancora una possibilità, per questo avevo deciso di tirarlo fuori dalla neve – o almeno – di provarci. Non ci sono riuscito appieno, ma perlomeno non tutte le sue gemme saranno bruciate dal ghiaccio, e non appena la neve si scioglierà, tornerà dritto e rigoglioso in mezzo alla foresta, pronto a fiorire.

Nel terzo giorno del seminario in Cadore, ognuno era solo nel bosco ed io ero in netto ritardo rispetto all’orario concordato per il ritorno. Leggi tutto…

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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