nov 25 2010

Assetto antisommossa

Scriverò, e quello che scriverò non piacerà a tanti. Men che meno piacerà a me scriverlo.

Antefatto e precisazioni

Oggi, al Polo universitario di Scienze Sociali di Novoli, a Firenze, era invitata Daniela Santanchè, controversa sottosegretaria di Stato per l’Attuazione del Programma di governo – invitata da Studenti per le Libertà, associazione di studenti rispondente al PdL. Tema dell’incontro: immigrazione.
A me la Santanchè non piace, ha più volte espresso posizioni xenofobiche, omofobiche, razzistiche e perfino aderenti tout-court al fascismo con cui è impossibile, da persone sensate, concordare.
Vado a raccontare la mia esperienza e le mie riflessioni e le mie domande.

Arrivo all’università

Me la sono presa comoda, arrivo poco dopo le 10. L’incontro è previsto per le 10:30. Gran fermento e facce conosciute. Vedo un gazebo della Lega montato per l’occasione dirimpetto all’edificio. Mi dicono che ci sono state delle discussioni. Entro nell’edificio (il D4), e c’è una gran confusione. Subito emergono due parole che saranno fra le più usate: “Vergogna!” e “Inaccettabile!“. Dei megafoni spiegano che è una vergogna inaccettabile che una dichiarata fascista entri in un luogo pubblico a parlare, poiché contro la Costituzione.
Prima nota: mi aggiravo con penna e taccuino, quello che riporto è quello che ho registrato su carta con inchiostro.
Seconda nota: dire che la Costituzione impedisce a una persona – comunque si qualifichi – di entrare in un luogo pubblico e di esercitare la libertà di parola, significa non avere idea di che cosa sia la Costituzione. E dirlo nell’edificio della facoltà di giurisprudenza è umoristico.
Aleggiano cori sui padroni dal delicato sapore veterocomunista; nel mentre io entro nella stanza in cui si terrà il dibattito.
Industriosi affiliati di Studenti per le Libertà avevano appeso i loro manifesti in tutta la stanza. Squallidi addobbi. Personcine d’altra schiatta li strappavano lasciandoli a terra, o appallottolandoli e gettandoli nella foresta di sedie – irrecuperabili. Qualcuno, cavalcando l’onda di ribellione, si accendeva una sigaretta nella stanza. Fuck the Law, il polmone è mio e me lo gestisco io.
Terza nota: si protesta contro il fascismo e si impone il fumo in un luogo chiuso fregandosene di leggi conquistate? Gli sfoghi d’anarchia sono piacevoli come scoregge in ascensore.
Anyway il comizio che un megafonante tiene nella stanza non mi interessa: voglio la Santanchè. Ma si inizia a vociferare che l’incontro sarà spostato altrove – altro edificio del Polo. Esco, mi informo e vado.

L’attesa e la polizia

Cammino spedito. Sono lì per sentire la Santanchè e magari, se c’è occasione, per cercare di farle le giuste domande che palesino le sue agghiaccianti posizioni – dopotutto la persona migliore per screditare qualcuno è lui stesso. Non voglio essere scambiato per un attaccabrighe da nessuno, quindi sono vestito di conseguenza. Cappotto, gilet, ascot al collo.

Arrivo in vista della nuova location (edificio D15) e l’azzurro tenue dei caschi e il barbagliare degli scudi della polizia in tenuta antisommossa mi accoglie serenamente. Intanto il corteo di persone che si stanno spostando lì si muove lentamente, in stile Pellizza da Volpedo. Sento gridare a qualcuno che doveva essere un responsabile, “Li mandi via, l’università è pubblica!”, riferito alla polizia.
Quarta nota: non siamo più ai tempi del Diritto d’Asilo. Le università sono soggette alla legge, oggi. E laddove a causa di previste contestazioni che non sempre mantengono il loro aplomb sia autorizzato da chi di dovere l’intervento di forze di polizia in protezione di un pur bruto funzionario statale, be’, è perfettamente legale – ed è sacrosanto che lo sia, vista l’ampiezza di casi che si possono presentare. Anche perché sul posto, davanti all’edificio, ci saranno stati quindici poliziotti. Forse venti. Insomma, non una divisione dell’esercito.
Arriva il corpo del corteo. E arrivano i cori. Tanti cori – e troppi contro la polizia. “Servi dei servi dei servi dei servi”, “Andate a lavorare”, “Via, via, fascisti e polizia”.
Quinta nota: prendersela con le forze dell’ordine è da idioti. Io non ho astratta simpatia per i militari, e il solo vedere un’arma da fuoco mi ingombra la mente di angoscia. Intravedere il nero liscio dei manganelli alla cintura mi metteva in fortissimo disagio. Ciononostante, quelli che ricoprono funzioni di polizia di sicurezza e giudiziaria sono cardini della nostra società, che svolgono un lavoro (memento art.1 Costituzione) per giunta malpagato – ferme le critiche, che abbiamo già avuto modo di fare. Pure, non credo che fra i coristi ci fosse qualcuno che non andrebbe a sporgere denuncia, se gli rubassero il motorino. E auspico che non sia necessaria l’esperienza di De André, per cambiare idea su “sbirri e carabinieri”. E’ così old fashioned…
Comunque la polizia crea un cordone intorno all’entrata e nessuno viene fatto entrare. Io sono a lato ma in prima fila, come ogni (pseudo)giornalista che si rispetti. Della Santanchè non si sente nemmeno l’odore. Il tempo passa.

Manganello mon amour

I cori continuano. Ancora e ancora. Vedo i poliziotti più anziani guardare in alto con gli occhi tristi di chi li conosce già a memoria. Quelli più giovani hanno una tensione nera sotto gli occhi che saettano qua e là. I manifestanti vogliono entrare e premono. La tensione da ambo le parti è già ammassata.
Sesta nota: chi ha organizzato questo incontro è un coglione. Come si può pensare di cacciare Santanchè e pubblico bipartisan in una sala da cento persone? Abbiamo l’aula magna di Economia che è titanica. Perché non scegliere quella? Chiaro che non potevano fare entrare. Immaginatevi quattrocento persone che tappano un atrio modesto. Vi ci volete ritrovare in mezzo? Chiaro che così l’incontro è andato a ramengo perché il pubblico non era rappresentativo, ma l’errore era organizzativo, a monte. Riflettiamo, prima di pigiare contro le barricate come bovi. Che cosa sarebbe accaduto se avessero lasciato entrare tutti?
Una scaramuccia e la tensione esplode. La causa scatenante probabilmente sarà stata di poco conto. Fatto sta che la polizia carica abbattendo manganellate meccanicamente. Come se follasse la lana. Una volta. Poi un’altra, e un’altra ancora. Iniziano nel mentre a volare oggetti. Sassi? Boh. Uova di sicuro ma non solo. E durante le cariche vedo i gesti bestiali di persone incappucciate che brandiscono caschi da motorino schiantandoli sugli scudi dei poliziotti. Un ragazzo finisce con la testa rotta, altri prendono un sacco di botte.
Settima nota: qui finisce la civiltà. Persone, umani, che confliggono con violenza. Non si pongono domande, hanno reazioni da bestie. Usano istintivamente il coro e il casco e il calcio per offendere, il manganello è un prolungamento del braccio. La comprensione è svaporata, resta un’imposizione bilaterale cieca, violenta, violenta, violenta – l’altro è nemico, non umano con cui si ha il futuro in comune. La gente fumava nervosamente, e sentivo i giornalisti di idee diverse dettare al telefono “La polizia ha caricato i manifestanti virgola” o “…i manifestanti virgola che hanno cercato di sfondare il cordone…”. Ma la vogliamo piantare? Ogni cosa si può vedere da due angolazioni. Il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno non me ne frega. Mi interessa come è che si riempie. La colpa della tensione esplosa è da entrambe le parti. Non ci sono i buoni e i cattivi. Chi lo crede è un coglione. Ci sono gli umani, che davanti alla tensione violenta funzionano tutti alla stessa maniera. E quando sarò chi voglio essere avrò il coraggio di mettermi in mezzo gridando “Basta!” e facendo ragionare le persone. Ma sono una mammoletta, ancora, mi veniva da piangere perché è qualcosa di tremendo che non capisco.


Il tè

Impossibile entrare, impossibile seguire la Santanchè di persona – nemmeno aria per restare. Mi allontano. Avrò notizia, dopo, dai giornali, del penoso show della sottosegretaria – ma non l’ho visto, io, quindi non ne parlerò. Avrò notizia delle sorti del corteo, che è uscito dal Polo infartuando il traffico di un’arteria fondamentale della città, ingombrando la strada con cassonetti dell’immondizia.
Io me ne vado a prendere un tè caldo.
Che cosa è stato ottenuto con questo tipo di protesta? Risonanza mediatica, certo, ma positiva? A che cosa è valso creare questa tensione? E’ stata una protesta intelligente?
Si sarebbe potuto fare qualcosa di civile e ironico – magari capendo anche qualcosa in più di lei e di chi la pensa come lei. Conoscenza sempre utile per maturare il confronto e migliorare il mondo. Si sarebbero potute fare domande intelligenti, di politica vera, saggiare le proprie belle idee a confronto con la lordura del provincialismo mentale. In altre parole, da un confronto vero si sarebbe potuti uscire brillanti come l’Eldorado, compartecipi di un progetto comune e col cuore pulito da tensioni, aggressività, violenza.
Ma non è andata così. Sono rimasti lividi, incazzature, indignazioni – un ingrossato scontento generale e (finora) sterile.

Il criptofascismo

Estremizziamo il caso. Il nazista ha diritto di parola?
In un mondo in cui esiste la libertà di parola, sì. Questo perché chiunque ha il sacrosanto diritto di fare pensieri nazisti. Altrimenti sarebbe 1984. Non ha però il diritto di fare cose naziste. Quindi se si aggira con una tanica di benzina e un accendino cercando la sinagoga, be’, questo non va tollerato.
Uno dei motti della protesta odierna era “Intolleranza per gli intolleranti“. A parte ricordare occhio per occhio, ci pone una questione. La Santanchè non era venuta a calciare nelle costole dei senegalesi usando le scarpe a punta. Era venuta a parlare.
La parola ha uno status particolare, a metà fra pensiero e azione. Ciò considerato, la volontà di censura è giustificata, nel caso? O il bavaglio non va bene per nessuno?
Personalmente credo che sia sano non imbavagliare in assoluto. Mi ricordo quella citazione apocrifa di Voltaire:

“Trovo quel che dici un abominio, ma darei la vita perché tu lo possa dire.”

Il rischio reale è quello del criptofascismo, come dice un mio buon amico, il fascismo nascosto. Quello che ti infetta da sotto. Quello interiore che ciascuno di noi ha e contro cui ciascuno di noi è chiamato a lottare. Quello che ti fa venire voglia di far tacere chi non la pensa come te, quello che ti fa venire voglia di menare le mani e importi con la violenza – manganello o casco non importa. Quello che ho visto oggi. Quello che possiamo imparare ad estirpare.

Gandhi e gli studenti

“Le agitazioni vanno bene solo per quelli che hanno completato i loro studi. Mentre studiano, la sola occupazione degli studenti dovrebbe essere quella di aumentare le proprie conoscenze.” Gandhi, Harijan, 7 settembre 1947

Oggi i manifestanti sono entrati in biblioteca usando l’interfono per richiamare alla protesta tutti gli studenti. Che stavano studiando in silenzio. Dal mio punto di vista è un po’ come interrompere una liturgia sacra. Oltretutto, è interrompere qualcosa la cui difesa è lo scopo principale delle proteste che scoccano lungo lo Stivale. E quanti studenti brillanti lanciano uova contro vetrate? Lo studio dovrebbe proprio servire, collateralmente, a renderci persone migliori, più posate, capaci di far sentire la nostra voce in maniera efficace e limpida, non arrochita dalle grida – quasi fosse una frizione d’auto che brucia.

Concludendo

Non ho stima per la Santanchè né per le sue idee. Ma diavolo, diavolo! Le cose vanno fatte con il sorriso e con eleganza. E saggezza. Soprattutto saggezza.

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giu 3 2010

Mi spoglio nudo e ti abbraccio

Per quello che finora è venuto fuori, sappiamo tutti del clamoroso fatto avvenuto a largo delle coste israeliane.

Una flottiglia di pacifisti di varie Organizzazioni Non Governative ha cercato di sfondare il blocco navale imposto da Israele per portare aiuti umanitari a Gaza. Alla richiesta di ritirarsi e di sbarcare in un porto designato gli aiuti, che sarebbero poi stati trasportati a Gaza via terra, la flottiglia ha tentato di forzare il blocco. La marina militare allora ha reagito, e i soldati israeliani hanno portato avanti un arrembaggio per prendere possesso delle navi. Su ogni nave i pacifisti si sono arresi senza opporre resistenza, tranne che su di una, dove, accolti a sprangate, i soldati israeliani hanno fatto fuoco uccidendo una decina di persone.

Non voglio parlare di politica. Non della Turchia, non di Israele. Non del voto italiano sull’inchiesta. Non voglio parlare del valore-vita né dei militari. Voglio invece parlare dell’azione di questi pacifisti.

Il vero pacifista, quello della Satyagraha gandhiana, non usa spranghe. Non coltelli o cocci aguzzi di bottiglia. Tantomeno, anche se non ho capito se ne avessero, armi da fuoco. E non butta nemmeno i soldati israeliani a mare. Quindi il gesto di questi pseudo-pacifisti è sbagliato. Ma è sbagliato anche quello degli altri sulle altre navi! I veri pacifisti gandhiani non calano le brache davanti a nessuno. Lodevole l’intento ma! Pessima la messa in atto. Secondo me le cose sarebbero potute essere molto diverse se…

Una flottiglia di pacifisti di varie Organizzazioni Non Governative ha cercato di sfondare il blocco navale imposto da Israele per portare aiuti umanitari a Gaza. Alla richiesta di ritirarsi e di sbarcare in un porto designato gli aiuti, che sarebbero poi stati trasportati a Gaza via terra, la flottiglia ha tentato di forzare il blocco. La marina militare allora ha reagito, e i soldati israeliani hanno portato avanti un arrembaggio per prendere possesso delle navi. Su ogni nave i pacifisti, all’arrivo dei soldati, si sono spogliati completamente e nudi li hanno abbracciati in massa cantando slogan su pace e amore. I soldati israeliani…

Da qui la storia, in ogni caso, sarebbe stata migliore.
Non puoi sparare a delle persone nude che ti vogliono abbracciare dicendoti ailoviù. E se sono seicento per nave, queste persone, non puoi nemmeno bloccarle. Oltretutto, come gesto, avrebbe avuto una risonanza immensa.
Questa, signori, questa sarebbe la nonviolenza.

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ott 2 2009

Antiche come le montagne

Da due anni la data di oggi, 2 ottobre, è stata designata come la Giornata Internazionale della Nonviolenza. Ottima scelta, visto che il 2 ottobre è l’anniversario della nascita del Mahatma Gandhi – oggi, il centoquarantesimo. L’Assemblea delle Nazioni Unite chiede agli Stati membri di “divulgare il messaggio della Nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica“.

Non vi voglio chiedere di partecipare alle iniziative che vengono promosse in questo giorno – anche qui a Firenze non è che ci sia molto di esaltante. Ma… abbiamo già avuto modo di parlare della titanica figura di Gandhi e della Nonviolenza, e della loro capitale importanza nel sogno di un mondo migliore. In questo giorno, potete dedicare del tempo a voi stessi per informarvi di più, a riguardo. Il pensiero di Gandhi è così fertile che non può non lasciarvi qualcosa di buono. Quindi cogliete l’occasione per amarvi e farvi del bene, per schiudervi un orizzonte in più – che nel caso, può essere davvero immenso.

Quando vi capita di imbattervi in una figura titanica, di quelle che hanno spinto avanti la razza umana, fermatevi e osservatela. Probabilmente non era una persona più grande e geniale di tante altre.
Semplicemente, fra tutte, è stata quella che più ha creduto di poter cambiare il mondo. E per questo ha vinto.gandhi 5

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giu 22 2009

L’Onda verde

Be’, chiunque ha dei pregiudizi. Io ne avevo uno ben radicato, che in questi giorni ho avuto l’immenso piacere di poter vedere sgretolarsi davanti alla meravigliosa realtà dei fatti.

Il 12 giugno in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali. Quando si sente parlare di Iran, di questi tempi ci viene subito in mente Ahmadinejad che sbraita sulla distruzione di Israele, che fa di tutto per creare incidenti diplomatici, un presidittatore ultranazionalista – e un paese che gli va dietro appecorato. “Sai, con una religione come quella islamica dopotutto risulta difficile alzare il capo contro autorità religiose come la Guida Suprema e Ayatollah Khamenei che appoggia Ahmadinejad, quindi capisco che la gente si ingreggisca e imbarbarisca arroccandosi su posizioni perconservatrici veteromusulmane”. Questo pensavo. Ma avevo torto.

Il 12 giugno in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali. Mi immaginavo fossero una formalità per rieleggere Ahamadinejad. Pensavo che il popolo intero dell’Iran adorasse il suo presidente, e le sue violentissime politiche estere ed economiche. Vedete che cosa porta a pensare l’ignoranza?

Il 12 giugno in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali. Attese a gloria da gran parte degli Iraniani nella speranza concreta di poter davvero cambiare le cose. Cambiare un’economia fallimentare, un’apertura sul mondo inesistente, un regime reazionario e violento. «Stasera tutti a casa, zero provocazioni. La polizia po­trebbe cancellare le elezioni». «Non fare differenze tra i seg­gi nelle scuole o nelle mo­schee, concentrare i voti solo nelle scuole aumenterebbe la possibilità di brogli». «Porta la tua penna, quelle ai seggi hanno l’inchiostro simpatico che scompare dopo un’ora». E la gente andava fiera alle urne, con negli occhi la scintilla di chi sente nell’aria che il proprio mondo si può davvero cambiare. Ed ecco che cosa ho visto di nuovo.

Due giorni dopo risultava chiaro vincitore Ahmadinejad, anche e soprattutto nei seggi della capitale Teheran, dove più che in ogni altro luogo i milioni di sostenitori degli altri candidati, Moussavi in testa, avevano manifestato la propria massiccia presenza. E’ così risultato che di seggi irregolari nel conteggio e nel trasporto delle schede ce ne sono stati quasi 700. Ahmadinejad però ha escluso controlli e riconteggi, e si è affrettato a riprendere ufficialmente il ruolo di presidente dell’Iran.

Allora è successa la meraviglia: è nata l’Onda Verde.
Una manifestazione quotidiana di milioni di persone nella capitale, vestite di verde o con fazzoletti verdi al collo – verde, il colore dello schieramento di Moussavi, il colore dello stendardo del Profeta, il colore dei giardini del paradiso che sogna chi vive nel deserto.

Ahmadinejad ha fatto oscurare i mezzi telematici, ha bloccato gli sms, ha stretto in una morsa televisioni e giornali, confinato i giornalisti esteri, e ha sguinzagliato i Pasdaran armati per le strade. Ma dai tetti dei palazzi le persone cantano “Allah-u-Akbar!” “Dio è grande!”, sulle banconote circolanti viene scritto “Dov’è il mio voto?”, e la folla oceanica che sfila in strada è composta, in certe parti silenziosa, in certe parti motteggiante, e i giovani recitano ad alta voce poesie composte sul momento, facendo onore alla loro tradizione» . I Pasdaran manganellano e sparano, arrestano, uccidono, mandano a morte, ma nessuno dei manifestanti li attacca, né si difende. Le ossa dei manifestanti vengono rotte dai soldati ma nessuno smette di cantare. I proprietari dei palazzi in cui vogliono entrare i Pasdaran barricano le porte e incitano chi sta sui tetti a cantare più forte, tutti vivi, tutti pervasi da una gioia irrefrenabile e titanica che rende tutti eroi.

It is the same life that shoots in joy through the dust of the earth
in numberless blades of grass
and breaks into tumultuous waves of leaves and flowers
. (Tagore)

E così, attraverso la polvere del deserto è sbocciata un’Onda Verde di vita, tumultuosa e bellissima come le chiome degli alberi attraversate dal vento, solare e colorata come un prato fiorito.
Allora questi sono uomini. Allora questi sono nostri fratelli. La Nonviolenza di chi ha addosso la gioia vincerà sempre la Violenza di chi ha dentro l’ira o l’odio. Le onde del mare non si possono respingere o fermare con manganelli, pistole e scudi antisommossa. I dittatori non possono nulla sulle nostre anime e sulla Vita. Perché il loro potere è la Morte, ma la Vita è più forte della Morte.

teheran-voters

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Che mentre noi affogavamo nel medioevo dell’ XI secolo, i Persiani facevano rivivere Orazio e Alceo in Omar Hayyam, che cantava del vino e dell’oggi

gen 6 2009

Rivoluzione comparata

Oh, lo charme del leader rivoluzionario… E’ davvero ineuguagliabile. Questa sua volontà di cambiare alla radice una realtà malata, questo sottile romanticismo in odore di utopia lo rendono realmente una delle figure più affascinanti capaci di camminare su questa terra insieme a noi. Forte, capace di vedere un domani migliore ma senza illudere nessuno che questa rivoluzione sarà una passeggiata.

Eppure, anche all’interno di una categoria così al vertice, fra rivoluzionario e rivoluzionario, esistono differenze abissali – tali da creare fra loro delle colossali disparità di statura morale e umana. Infatti, per questo piccolo post senza pretese, ho deciso di prendere come esempi di questa differenza due leader rivoluzionari in particolare. Leggi tutto…

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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