mar 8 2010

Che altro si può pensare del decreto “salvaliste”

Ah, l’attualità…
Grandi liste di grandi partiti non hanno fatto in tempo, per propria colpa, a rientrare nei tempi burocraticamente validi per iscriversi alle prossime Elezioni Regionali.

Questo ha sollevato un gran polverone, smosso enormi energie e ingrossato le voci. Nel caso particolare le liste erano dei Radicali e soprattutto del PdL, in Lombardia e in Lazio. Ma preferirei non dare rilevanza a questi dati, ancora.

Che accade se un partito di maggioranza non può più partecipare alle regolari elezioni per questioni burocratiche?
Si viene a creare un buco. Una fetta dell’elettorato, non avendo più il riferimento preferito da votare, si asterrà o più probabilmente dirotterà il proprio voto verso altre liste, verso altri partiti. Presumibilmente affini, sullo stesso lato. Così sarebbe dovuto avvenire se non fosse stato promosso dal Governo un decreto-legge interpretativo» per ricomprendere le liste escluse nella corsa alle Regionali.

La defezione più importante sarebbe stata quella del PdL, partito di maggioranza in Parlamento e attualmente proprio al Governo. Ma non soffermiamoci su questo, per un attimo.

Dura lex, sed lex.
Sarebbe stato giusto, per un problema burocratico, privare una percentuale importante dell’elettorato del proprio partito di riferimento? La burocrazia esiste per regolare e sveltire il funzionamento organico dell’ordinamento. E chiunque converrà che in sé non ha valore, a parte questo. Quindi, in linea di principio, davanti ad una causa di forza maggiore volta a proteggere un interesse superiore, è ammissibile uno scarto per aggirare la burocrazia. Dopotutto si parla della gestione di uno Stato, non di una partita a Monopoli in cui ci si appella berciando al foglietto delle regole.

Resta ovviamente l’amaro in bocca ai poveri cittadini-nessuno che la burocrazia la possono soltanto subire. Ma si sta parlando di altissime sfere, non è il tragicomico contesto della fantozziana lotta fra il singolo e la Pubblica Amministrazione.

Questa reintegrazione è un’azione che sarebbe stato opportuno fare per qualsiasi partito escluso per motivi simili.
Ovvio che se la burocrazia esiste un motivo c’è. Garantisce il buon andamento della Pubblica Amministrazione. Infatti la reintegrazione dovrebbe essere accompagnata da sanzioni. Ma sia che politicamente il partito escluso fosse alla maggioranza, sia che fosse all’opposizione, la sua reintegrazione sarebbe dovuta essere possibile.

Queste sono le mie considerazioni astratte.
Passiamo a quelle concrete, molto meno mature ma molto più divertenti.

Se il PdL fosse veramente rimasto escluso, gioioso popolo di sinistra, chi credete avrebbero votato gli elettori? PD? Temo che si sarebbero buttati più volentieri sulla Lega in Lombardia e sui partiti di destra più estrema in Lazio. Pur di non votare dal lato sbagliato… E sarebbe stato ancor più disastroso. Quindi attenti ad allegrarsi, se tosto può tornare in pianto.

Il modo in cui l’opposizione ha reagito al fallimento dell’iscrizione del PdL è stato pittoresco.
Il giocatore di Monopoli che non avendo palle sta soccombendo e che trova il cavillo per vincere a tavolino. E quando è saltato fuori il discorso del decreto ad hoc, mi è parsa tanto simile allo sciacallo che si vede portar via il cadavere con cui stava non troppo gloriosamente banchettando. Ma si sa che la nostra opposizione non brilla certo d’iniziativa. Le contromisure, anche a questo punto, si limitano all’invettiva.
Non troppo matura, questa opposizione. Sia ai vertici che fra i cittadini.

Ma l’apice si tocca altrove.

Il testo del decreto è uno dei parti legislativi più orrendi che io abbia mai letto in vita mia. Sgraziato, parziale, sembra scritto da un bambino di quarta elementare.
In seconda battuta, e ben più importante, è l’atteggiamento con cui questo decreto è stato partorito. E’ con quello che si arriva al rivoltante. E’ stato emesso col cipiglio “di chi è abituato a comandare in Fininvest”, per usare un’espressione di Luttazzi. Senza costernazione per l’increscioso avvenimento, senza una riflessione espressa che porti ad una riconsiderazione matura della propria organizzazione, senza una sincera ammissione di rincrescimento davanti a tutti i partiti e le liste che sono riuscite – sembra impossibile – a iscriversi alle Regionali con successo. Ma con protervia, superbia, sprezzanza.

La riammissione di certe liste, per me, è un atto necessario per evitare stravolgimenti antirappresentativi e passare dalla padella alla brace, ma non è scontato! E anzi è e deve essere decisamente umiliante. E i siori che lo si son prodigati a produrre scrivere e firmare dovrebbero ben tenerlo a mente, così come gli altri siori dell’opposizione che gridano “Arbitro! Fallo!”. Un simile decreto è una toppa a un fallimento, che non può ritenersi normale, posta per grazia di un ordinamento costituzionale (ancora) saldo e maturo.
Che insomma, resta una toppa. Non eccessivamente elegante.

Oggi più che mai è urgente pensare con la propria testa. Raccogliere informazioni da più parti, astrarre, considerare e riconsiderare per giungere ad una posizione e ad una linea di pensiero consapevole, presente e coerente in tutto e per tutto con le proprie alte idee e coi sistemi ideologici che più saggiamente hanno passato il vaglio della storia. In un periodo buio come questo è il lume della nostra ragione a dover brillare per riaschiarare il mondo. Non la fiamma facile dei cuori politici. Attenti ai pensieri facili, attenti a non ritrovarsi a seguire le posizioni altrui come gli elefanti che si muovono in fila tenendo la coda di quello davanti con la proboscide.
Minima stima per il nostro Premier e per la più gran parte del nostro Governo, da parte mia. Ma questo non significa che io sia una iena che balza al collo avalutativamente. La politica non è affare per chi s’infiamma sempre come un toro che vede il panno rosso. Se si vuole costruire un’opposizione forte e saggia, dobbiamo essere tutti forti e saggi.
Se no qui stemo a prenderci per le natiche.

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Il decreto-legge è un atto avente forza di legge emesso dal Governo, e non dal Parlamento, in gravi frangenti che richiedono provvedimenti tanto urgenti da non poter attendere l’iter parlamentare. Ha efficacia per sessanta giorni: in questo frangente il Parlamento lo deve approvare altrimenti cesserà di avere effetti. Un atto simile si denomina interpretativo quando il testo non porta innovazioni legislative, ma suggerisce il modo in cui deve essere interpretata una legge preesistente.

feb 11 2010

Se solo si smettesse di pensare al nucleare – Anniversario della rivoluzione in Iran

di David Caratelli

No, questo non è un post sul nuovo piano energetico italiano. Il nucleare in questione è quello dell’Iran. Da anni ormai la Repubblica Islamica Iraniana è sulle prime pagine della stampa internazionale, un giorno perché dice di aver arricchito l’uranio di un altro “zerovirgola” percento, un altro perché si rende disponibile a cooperare con l’IAEA (International Atomic Energy Agency). E ogni qualvolta accada qualcosa di nuovo a riguardo, puntuali arrivano gli edotoriali e le interviste sulle conseguenze per il mondo: la minaccia di un attacco nucleare in Israele ed in Europa, le sanzioni, o addirittura, le implicazioni sui costi del greggio.

Insomma, dell’Iran degli iraniani non se ne fotte quasi nessuno (lodevole eccezione, “Il Riformista”, ma anche “Il Foglio”), a parte ogni tanto quando le stragi di civili sono veramente impressionanti. E’ normale per un paese interessarsi di piu’ alle faccende interne che non a quelle internazionali, a meno che queste non siano eccezionali. E’ anche vero però che il nostro interesse per ciò che succederà alla tramvia di Firenze deve essere messo in prospettiva con le spaventose violazioni dei diritti umani a Teheran. Così come, ormai più di sessant’anni fa, i campi di concentramento apparivano ogni tanto, timidamente, sui giornali dei vari paesi, senza che la gente si preoccupasse piu’ di tanto. Lo stesso accade oggi. Ci si accontenta di sapere un qualcosina ogni tanto, e poi il buio fino al prossimo aggiornamento dopo un mesetto.

Insomma, sembra che la lezione non l’abbiamo imparata, e forse é nella nostra natura non impararla. E se é vero che i media influenzano l’opinione pubblica é anche vero che la gente si informa su quel che vuol sapere, e dunque ha un suo potere decisionale.

In Iran, ormai da dopo le elezioni dell’estate scorsa, stanno accadendo cose fuori dal comune, in positivo ed in negativo: una brutalità mai vista da parte del regime che ora arresta senza motivo, impicca più di prima, e fa tutto il possibile per impedire una qualsiasi forma di comunicazione tra i cittadini del suo paese (a volte bloccando, in un batter d’occhio, la capacità di mandare SMS in tutta Teheran). Eppure la gente, spesso in gran parte studenti della mia (o nostra) età, colpiti da uno dei sentimenti più nobili che si possa avere, l’amore per la libertà, rischiano e sacrificano la propria vita per cercare di affermare i propri diritti. Io sono un ottimista, e penso che prima o poi i cittadini iraniani otterranno ciò che da tempo chiedono e pagano con il sangue. Tuttavia, ogni giorno che passa con proteste soffocate nel sangue degli stessi manifestanti, ogni giorno che il regime è ancora in piedi, significa vite perdute e diritti negati.

Ma tuttavia, a noi paesi occidentali, in fondo la vicenda ci interessa solamente se tornano in gioco le armi nucleari. Allora si teme per il nostro paese e per la nostra libertà. E se i paesi si comportano così evidentemente è perché questo è come si comportano i loro cittadini. Qui non vale il solito discorso dei politici-brutta-gente che fanno i loro interessi economici (questa mia idea di come nei paesi occidentali la politica estera spesso rispecchia lo stesso sentimento nazionale è un argomento interessante che sarò contento di approfondire – se vorrete – nei commenti). Siamo noi quei cittadini: magari ogni tanto leggiamo qualcosa a riguardo, ma poi torniamo alle nostre quotidiane routine. Spesso anch’io subito dopo aver sentito qualcosa su ciò che accade in Iran mi sento “pompato” e pronto a cambiare il mondo. Eppure non ho mai fatto le valige per andare a Teheran e “dare una mano”. Non propongo certo un esodo di massa – sarebbe stupido -, ma possiamo dare un contributo in altri modi. Se nascesse un vero sentimento di interesse nei confronti della sorte dei nostri amici, compagni, fratelli, o come-volete-chiamarli, in Iran, potremmo fare pressione sul nostro governo chidendo un interesse maggiore e più concreto sulla questione iraniana, magari non limitata alle nostre paure per un Iran nucleare. L’Italia, soprattutto con l’Eni, investe un sacco di soldi in Iran, e questi soldi ultimamente finiscono nelle mani del governo o dei suoi collaboratori. “Ricattare” Teheran non solo chiedendole di smettere di arricchire l’uranio, ma facendo pressione sull’aspetto diritti umani/civili sarebbe un appoggio enorme e concreto alle migliaia di giovani che da soli sfilano per le strade davanti a soldati legittimati a premere il grilletto in qualsiasi momento. In fondo, se smettessimo di interessarci solamente ai problemi iraniani in relazione alla nostra sicurezza, e pensassimo a quella dei suoi cittadini, non otterremmo forse risultati infinitamente migliori anche per noi? Serve da parte del mondo “democratico” un appoggio vero e concreto, magari cercando di aiutare i dissidenti a diffondere i loro messaggi, o appoggiando finanziariamente politici in esilio che stanno cercando di formare movimenti di opposizione. Le idee sono tante, basterebbe che venisse da noi una qualche pressione affinché queste idee vengano messe in pratica.

Oggi 11 febbraio, ricorre l’anniversario della rivoluzione iraniana. Io mi auspico che quando sui giornali di domani se ne scriverà, il lettore non si limiti a provare simpatia per chi cerca di cambiare le cose, ma provi, nel suo piccolo, a contribuire in qualche modo. Magari scrivendo, che so, al proprio ministro degli esteri.

Prima vennero e portarono via gli zingari: io fui contento perchè rubavano!
Poi vennero e portarono via gli omosessuali: fui sollevato perchè mi davano fastidio!
Poi vennero e portarono via gli ebrei: stetti zitto perchè mi stavano un po’ antipatici!
Poi vennero e portarono via i comunisti: non dissi nulla, perchè io non lo ero!
Poi vennero e portarono via me: purtroppo non era rimasto nessuno a protestare.

Bertold Brecht.

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gen 29 2010

Legge-libera-caccia

Il nostro beneamato Parlamento ha approvato la deregolamentazione della caccia. Da oggi esiste quindi una legge che prevede la sostituzione della regolamentazione nazionale della caccia con una disciplina regionale. Chiaramente molto più libera e smaliziata. Ma adesso, lasciatemi dire due parole in generale…

Un tempo si cacciava per sopravvivere. Poi si è iniziato a cacciare per -ehm- divertimento (o per questioni di arredamento, come potete vedere sopra). Attualmente, poi, fra i motivi della caccia c’è la necessità di mantenere un equilibrio fra le popolazioni del regno naturale.
Ma nel ventunesimo secolo, chi è il nuovo cacciatore?

Il nuovo cacciatore (neo-venator carabina) è un uomo di estrazione sociale variabile, di età variabilissima ma con alcune caratteristiche fisse.

  • Ha il pene piccolo. Compensa con la colossale mole del suo fucile, capace di disintegrare un toro in coriandoli da duecento metri.
  • Ha una vita vuota. Infatti non ha altri hobby e può permettersi di passare giornate intere a rincorrere animali enormemente più furbi di lui finché non riesce ad abbatterli solo con una superiore potenza di fuoco. (Odia i fagiani perché da piccolo lo battevano sempre a scacchi.)
  • Pensa di avere un ottimo rapporto con la natura. In realtà non conosce il valore della vita animale né vegetale. Che distrugge ad libitum. Millanta di sapersi muovere invisibile e silenzioso fra gli sterpi e i cespugli, ma assomiglia ad un trattore degli anni ’50 e respira come una motosega.
  • In casa ha un arsenale di carabine doppiette cannemozze da far paura a Provenzano. Esposte in salotto. Spesso quei curiosoni dei figli tredicenni ridipingono le pareti con le proprie cervella o con quelle dei fratelli.
  • Ha un sacco di amici zoppi o feriti e un paio di processi pendenti per omicidio colposo. Ma diavolo, non è mica colpa sua se le persone nel bosco si muovono come cinghiali.

Io non voglio negare che la caccia abbia un suo perché. Può essere esercitata con molti spiriti diversi. Può essere strumento, doloroso, per mantenere l’equilibrio naturale delle cose. Equilibrio che la Natura è sempre in grado di ripristinare, ma in modo molto più lento ed eugualmente se non più doloroso. Però essendo un’attività che spenge vite animali, ed essendo la vita sacra, la caccia è accettabile soltanto nel caso in cui mantenga questa dimensione di sacralità. I nostri antenati, quando erano costretti a uccidere per sopravvivere, domandavano perdono allo spirito dell’animale. Ma nelle pianure americane i bufali marcivano a migliaia, uccisi dall’uomo bianco che sparava dai treni.

Aldifuori di una dimensione scientifica sacrale, la caccia non deve esistere. Non ci devono essere persone che per sport uccidono gli esseri con cui condividiamo il cielo e la terra. Non ci devo essere zoticoni cameratisti che per sentirsi uomini e affermare la propria incerta virilità violentano la Natura. Non ci devono essere uomini stupidi che tengono micidiali armi da fuoco in casa – o non ci si deve almeno stupire se molte persone ogni anno vengono uccise da armi da fuoco “regolarmente denunciate”. Come se il denunciarle le rendesse meno letali.
Tutto questo è pericoloso e offensivo per ciò che di più sacro esiste. Ma la maggioranza del nostro Parlamento ha dimostrato ancora una volta che di ciò che è veramente sacro se ne sbatte le palle. Facciano pure sregolatamente le regioni. Che i neo-venatores carabinis sparino pure d’agosto e di febbraio. Quando è bello camminare da soli per i boschi e gli uccelli nidificano. Dopotutto per i cattolici il dio cervo non ha un’anima. Quindi, a non rispettarlo, non si pestano i piedi a nessuno.

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gen 19 2010

Decennale della morte di Craxi: grande statista o ladro latitante?

Ladro latitante. Ovviamente.

In questi giorni del decennale della morte di Bettino Craxi ad Hammamet, stanno cercando di farci intendere, con interviste esclusive, parenti commossamente piangenti e documenti finora tenuti nascosti, che Craxi era un buon uomo. In fondo. Vittima di un complotto, di una persecuzione – solo ad aver pagato col suo esilio il fio per un intero sistema corrotto.

Bene. Ora, ciascuno può pensarla come vuole, accendere tutte le luci e le ottiche possibili. Però non vorrei che fra trent’anni a scuola si insegnasse che Craxi è stato uno statista illuminato.
Il mastodontico e pressoché irrecuperabile debito pubblico che ci ritroviamo? Una sua illuminazione. E’ stato condannato con sentenze passate in giudicato per finanziamenti illeciti e corruzione processuale, e molti altri processi già alle battute finali per tangenti, fondi neri et similia, già in secondo grado e Cassazione, furono conclusi con una sentenza di estinzione del reato per decesso dell’imputato quando, nel 2000, il cosiddetto bravuomo passò a miglior vita.
Bettino Craxi nonostante tutto questo non ha fatto un singolo giorno di carcere, perché fuggì in Tunisia. Questa, bambini, si chiama latitanza. E anche se Napolitano si mantiene saggiamente distaccato e avalutativo, questo non va preso come un indice di rivalutabilità del defunto leader socialista.

Adesso, in un periodo in cui l’integrità dei politici è così -ehm- sentita come necessità inderogabile, tanto a sinistra quanto a destra, in cui ci si affretta a bacchettare (giustamente) ogni uomo pubblico che per distrazione si faccia beccare in affari illeciti o contro il buoncostume, la figura di Bettino Craxi non può essere riabilitata e annoverata fra le “figure politiche positive d’Italia” come ho sentito dare per scontato dalla figlia. Bettino Craxi è stato un delinquente e la sua figura resterà quella di un delinquente. Inutile invocare complotti delle magistrature. Inutile dire che l’Italia lo ha ammazzato perché, malato, gli ha impedito di rimpatriare per curarsi: lui non è tornato in Italia perché c’erano già le manette aperte pronte a chiudersi sui suoi polsi grassocci. Perché lui veramente ha commesso quei reati stando al vertice della politica italiana. Perché Craxi è un’onta all’Italia intera.
Poco conta che sia morto. “Parce sepulto”, è vero. Perdona il sepolto. Ma che la dichiarazione “E’ reo” non diventi “Eroe”. Bettino Craxi resta un pezzo di merda anche due metri sotto terra. Curiosa però ‘sta storia che se sei stronzo la morte ti rende onesto. Si potrebbe magari pensare a sfruttarla con un programma organizzato su ampia scala, che dite?

Riassumendo, vi ricordate Benigni, il suo Giudizio Universale?

Dio: “I grandi statisti vadano a destra, i ladri a sinistra… Craxi, dove cazzo vai?!

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nov 30 2009

30 novembre 1786

« Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti asco non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della Pena deve essere la sodisfazione al privato, ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio; che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo …avendo altresì considerato, che una ben diversa Legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo Toscano, Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo… »

Così recita il cinquantunesimo articolo della Riforma Penale di Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, entrata in vigore il 30 novembre di 223 anni fa.

Non molti giorni fa, Massimo mi ha invitato a una visita del Corridoio Vasariano. Questo è un corridoio sopraelevato che collega, a Firenze, Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti. Palazzo Vecchio, il municipio, sede del potere politico fiorentino da quando Arnolfo di Cambio lo tirò su, collegato, quindi, con Palazzo Pitti, magnifica residenza dei Medici – una via casa-lavoro preferenziale e tranquilla per i sovrani, costruita da Giorgio Vasari.
Dagli Uffizi, per una porta sempre chiusa, si scende fra snodi e sale finché non ci si ritrova in questo corridoio sopraelevato, sospeso sull’Arno. Costeggia il fiume e poi lo attraversa, appoggiato su Ponte Vecchio. Di lì raggiunge il giardino di Palazzo Pitti. L’aria, dentro, è sobria, pulita. Le finestrelle illuminano un pavimento di cotto semplice e un soffitto bianco. Le pareti sono tappezzate di quadri, in particolare di autoritratti – che parlano fra loro, quando il Corridoio è deserto.

Ora, questo Corridoio è la strada che i reggenti fiorentini hanno fatto, per secoli, per arrivare al palazzo del potere.
Massi era lì con la sua inseparabile macchina fotografica a scattare foto a destra e a manca. Foto che peraltro mi deve ancora passare. “Massi – dico io – per il 30 dobbiamo fare un post sull’abolizione della pena di morte, eh!” E in quel momento mi rendo conto. Passato Ponte Vecchio, il gruppo sta già scemando dietro l’angolo. Ma mi attardo e guardo indietro. Pietro Leopoldo di Lorena è passato di qui, per andare a firmare il primo atto di abolizione integrale della pena di morte della Storia Umana. Di qui, come ora ci passo io. Indossava scarpe col tacco di legno, magari – toc tac, toc tac, toc tac…

Tutti girano l’angolo. Anche Massimo, anche la guida chiudi-fila. Do un’ultima occhiata indietro e mi avvìo anche io. Ma girato l’angolo torno un momento indietro, voglio guardare ancora una volta, e…
C’è qualcuno, a metà del ponte, vicino ai mezzibusti. Chinato alla finestra, guarda fuori, verso Ponte Santa Trinita. E’ vestito con una marsina bianca, ricamata, un panciotto rosso acceso con bottoni dorati, uno jabot al collo e una parrucca grigia. La mattina è tersa e lui sorride. Vedo che sottobraccio ha un volumetto. “An die Freude“, il titolo. Di Friedrich Schiller. Si tira su, si volta verso di me e sorride più forte. Prima che possa dire o fare qualunque cosa, lui si volta e inizia a camminare nella direzione opposta, fischiettando, e sparisce. Toc tac, toc tac, toc tac…
Mi precipito all’inseguimento degli altri. “Non si allontani dal gruppo” raccomanda la guida con voce monocorde appena appaio. “Massimo, Massimo – dico io agitato – l’ho visto, era lui, era lì, nel Corridoio, sopra Ponte Vecchio!” Massimo finisce lo scatto, abbassa la macchina e mi fa un sorriso luminoso. “Immagino che lì sia ancora il 1786″. Sulla parete c’è un autoritratto di Canova, mi sorride pure lui. Guttuso, no.

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Il 1786 è un anno importante. Le Nozze di Figaro di Mozart, l’Inno alla Gioia di Schiller (celebrato poi nella Nona di Beethoven, anni dopo), la prima abolizione integrale della pena di morte. E il fatto che una simile dichiarazione si sia levata da Firenze, da quelle stanze che si affacciano sulle vie in cui mi sbronzo il sabato sera, mi fa sentire il peso di un’eredità luminosa – mi fa capire che non ho il diritto di essere da meno.
E quindi ringrazio quell’uomo, nemmeno quarantenne, che un giorno di 223 anni fa, per noi e per tutti decise che davvero qualcosa doveva cambiare, nel mondo. In meglio.

Last but not the least, il 30 novembre è  l’anniversario di un altro evento importante. 30 novembre 1900: si conclude la magistrale opera d’arte della vita di Oscar Wilde – al cui splendore e alla cui tragedia mi sento legato a doppio filo.
Quindi, oggi, pensiamo che è davvero il caso di accendere una bacchettina d’incenso. Per onorare tutto l’onorabile. Perché erano persone come noi. Perché noi partiamo da dove sono arrivati loro. Perché noi possiamo arrivare ancora, infinitamente più avanti.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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