mar 25 2010

Softair, idiozia e inadeguatezza sessuale

«Guardi, io non so che dirle. Io sono medaglia d’argento al valor militare. Ho fatto il partigiano durante la seconda guerra mondiale. Ho fatto la stessa cosa per cui mi hanno dato la medaglia. Era il febbraio del ’44. Fuori si rassegava dal freddo che lei non ha idea. Ero per questi boschi, che dovevo consegnare gli ordini agli altri lassù in cima al monte. E’ una scarpinata di parecchi chilometri ripida così, sa? Una fatica… Ma allora ero giovane, certe cose le facevo come bere un biccher d’acqua. Fatto sta che a un certo punto ti vedo un drappello di tedeschi più a valle con gli elmetti in capo e le mitraglie spianate salire verso le case. Lei è giovane, lei, non può immaginare che cosa fossero i soldati tedeschi. Terribili, anche solo a vederli. Con quelle facce d’angelo giocavano al tiro al piattello coi nostri neonati. Fatto sta che io mi fermo zitto zitto dietro un albero. Avevo il fucile, sa? E non potevo certo permettere a quegli assassini di raggiungere le nostre famiglie! Già nelle valli vicine erano arrivati e avevan fatto strage. Allora presi la mira e pum! pum! Due a terra. E prima che capissero chi gli stava sparando e da dove, più di metà era morta e gli altri erano in rotta. E poi ho consegnato gli ordini! Così mi sono guadagnato la medaglia.
«Io non so poi che cosa è successo l’altro giorno. Ero in veranda col cane, e ho sentito degli spari venire dal bosco. E non siamo mica in stagione di caccia. Quindi mi sono preoccupato. Sono rientrato, ho preso il fucile e sono andato a guardare. Io qui ci son nato, sarò anche vecchio ma non son punto rincorbellito, ci vedo ancora come quando avevo vent’anni e mi ci muovo parecchio bene in questi boschi. Proseguo un po’, mi addentro, e in fondo alla valle vedo dei soldati tedeschi. Ora sì, mi pareva strano che ci fossero dei soldati tedeschi, ma c’avevano gli elmetti, le mitraglie, armati e vestiti di tutto punto, e vedevo che sparavano a qualcuno. A quel punto che potevo fare? C’avevo il fucile e gli ho sparato da dietro. Ho fatto in tempo a pigliarne tre, quegli altri anche stavolta sono scappati. E tempo due ore mi ritrovo a casa i carabinieri per arrestarmi. O che mondo l’è? Ti danno la medaglia d’argento al valor militare per una cosa e sessant’anni dopo ti mettono in galera pe’ la medesima. Ma mi dica lei!»

Pistoia (PT)Poteva finire in tragedia il gioco di un gruppo di ragazzi in un bosco del pistoiese. Travestiti da soldati nazisti della seconda guerra mondiale, stavano simulando un’azione di guerra Soft Air. Infatti è stato scambiato per un reale conflitto armato da un ex partigiano che abitava nei dintorni. L’uomo, professore in pensione e già medaglia d’argento al valor militare, ha aperto il fuoco col suo fucile contro i ragazzi, indistinguibili dai nemici che coraggiosamente combatté più di sessanta anni fa, ferendone lievemente tre. Arrestato, è stato subito rilasciato vista l’anziana età e la non reiterabilità del reato a causa del particolarissimo errore. La procura ha comunque aperto un fascicolo per lesioni.

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Soft Air è un “gioco”.
Persone organizzate in gruppi spendono centinaia di euro in sofisticate armi-giocattolo (riproduzioni fedeli di armi vere), coperture, attrezzatura di sopravvivenza e vanno nei boschi a spararsi addosso.
So che sembra stupido. Infatti lo è. Ma non solo.
Il fatto che centinaia, migliaia di cittadini (mioddio, votano, capite?, votano!) nel nostro Paese si divertano tramite dispendiosi ed elaborati giochi di guerra e violenza -ehm- “controllata” mette in luce una vasta categoria di persone che quotidianamente ci stanno accanto ma che sognano, nel tempo libero, di maneggiare un fucile che-sembra-vero in un’azione di guerra che-sembra-vera sparando in un modo che-sembra-vero ad altezza d’uomo. Persone non semplicemente idiote, ma che su questa idiozia investono denaro a profusione, che coltivano – non so se deliberatamente o incoscientemente – la malatissima e pericolosissima estetica della guerra, e che forse come suggerito da Seth MacFarlane e più o meno ogni sceneggiatore comico che si sia pronunciato a riguardo, tentano di puntellare l’irrecuperabile debolezza del proprio ego usando bellicosi falli di plastica e metallo. Persone cui fa piacere farsi fotografare come manipoli di soldati veri nella guerra vera. Come se fossero uomini valorosi, grandi guerrieri.

Guerra non fa nessuno grande. (Yoda)

Questo “gioco” potrebbe facilmente essere visto come un’onta per tutti i nostri avi che veramente hanno combattuto per la libertà, che hanno sentito davvero il dolore lacerante di una pallottola di piombo incandescente che ti morde la schiena e i polmoni mentre tenti in mezzo a un bosco di tamponare la ferita di un tuo amico fraterno morente stringendogli la coscia con la cintura, sacrificando tutto pur di respingere un invasore che negava libertà, euguaglianza, fratellanza e amore agli uomini che tutti nascono liberi su questa bella terra.
Ci si potrebbe domandare: se esiste impunemente Soft Air, a che valgono tutte le medaglie al valore?
Io non ho rispetto per la guerra, ma ho rispetto per chi, morendo, mi ha permesso la libertà. E chi gioca a SoftAir? Temo il contrario, in troppi casi.

Pur liberissima la scelta del modo in cui ciascuno debba impiegare il proprio tempo per divertirsi, ce ne sono alcuni che sono indicativi dell’animo di chi li sceglie.
Se conoscete qualcuno che gioca a Soft Air, badate: nella migliore e fortunatamente più comune delle ipotesi è una persona che pur avendo la buona intenzione di divertirsi scorrazzando all’aria aperta ha un’idea non sufficientemente disgustata della guerra e non sa amministrare con proprietà né denaro né tempo – il che è sempre un male, specie ora che c’è grossa grisi; in ipotesi peggiori (casi che ho avuto il dispiacere di conoscere personalmente) è una persona che ha decisamente tanta strada da fare per trovare il proprio equilibrio con se stesso e passa il tempo divertendosi e -ehm- “sfogandosi” così; in ipotesi catastrofiche (che pure ho conosciuto di persona) tiene nascosto sotto il giubbino un pugnale dal manico nero con inciso sulla lama fredda “Meine Ehre heißt Treue” - e fra vent’anni potrebbe puntare a me o a voi un fucile vero al petto, o ridipingere casa di rosso con una doppietta e la non-più-felice famigliola.
Non necessariamente si tratta di tipi più violenti del normale. E’ gente comune. Soltanto, è malsano permettere l’accesso alla propria mente all’immagine di te che spari con un fucile. E temo non siano tante le persone con un tale controllo sul loro pensiero da poter discernere rappresentativamente sullo schermo dell’esperienza il gioco dalla realtà. Se ti immagini o peggio ancora se ti vedi, se ti senti con l’adrenalina in corpo, mentre punti quella che sembra veramente un’arma da fuoco contro un altro essere umano, lo sfortunato giorno in cui le circostanze potrebbero volerlo, se ne avrai la possibilità, punterai e premerai il grilletto. Perché lo hai già fatto, dopotutto, e quindi è meno inconcepibile. E oltretutto troverai più facile associare alla guerra emozioni positive, perché hai vissuto solo l’estetica della guerra. E la troverai meno ributtante.
Per la mente tra finzione e realtà non c’è una muraglia. C’è solo un velo di nebbia, di quella che svanisce al mattino.

*         *         *

29/06/2010: Aggiornamento necessario a causa dell’evoluzione della discussione. Se vedete sotto, si va per i 100 commenti, e si rende opportuno chiarire la nostra posizione autentica.
- Il post è ironico. L’articolo, una montatura. Il titolo si rifà agli stereotipi più in voga nel mondo comico occidentale per identificare gli appassionati d’armi, senza malizia né indici puntati. E’ decisamente pesante, ma c’est la vie – non mi pare giusto correggere il post originale. Il corpo di questa pagina, adesso, è la discussione in atto.
- Noi autori non critichiamo il gioco del Softair in toto. Accettiamo i risvolti positivi di teambuilding, socializzazione, amore per la natura e vita all’aria aperta. Critichiamo con decisione gli apetti di simulazione bellica e l’uso di riproduzioni di armi d’offesa e l’interesse per queste.
- Prima di intervenire sarebbe gradito leggere i commenti. E’ una lettura lunga ma ne vale la pena – e solo così è possibile parlare con cognizione di causa in una discussione in atto. Fuor d’ironia, la nostra posizione si è evoluta. Sono allo stesso modo gradite apertura mentale, spirito critico, intelligenza viva e fonti attendibili su cui basare le posizioni in discussione.
- Ci piace ridere. Il riso fa buon sangue. Se qualcuno -autori e non- fosse tentato di fare l’incazzato, è invitato ad andarsi a fare una passeggiata, ora che è bel tempo.

- Dimenticavo. Questo è un blog. Non un forum. Questo è un blog. Non un forum. Non lasciate commenti multipli consecutivi. Scrivete quanto volete, ma in commenti singoli. Ponderati perbene, magari. Non ci sono regole da forum: basta che scriviate cose intelligenti e non facciate nulla di illegale. Ci riserviamo il privilegio di cancellare commenti realmente realmente ma realmente idioti. Ma sarà successo tre volte in due anni. Non vivamo su questo blog, quindi siate pazienti se non rispondiamo subito.

12/07/2010

Dopo più di 120 commenti nati dalla provocazione del post, questa discussione si può ritenere conclusa. A partire dalle nuove premesse maturate verrà scritto a breve un nuovo post che potrà dare il via ad una nuova discussione più presente e matura. Vista l’esigenza di non frazionare i commenti in discussioni diverse o continuare interventi su posizioni già esaurite, non verranno pubblicati altri commenti a questo specifico post.

Chi si sia a nostro giudizio distinto per posizioni mature, spirito aperto e riflessioni intelligenti, fertili e produttive di dialettica verrà per quanto possibile avvisato della pubblicazione del nuovo post.

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mar 23 2010

Quando FaceBook smetterà di funzionare

Palo Alto (California) – Il 21/12/2012 è veramente una data che rimarrà nella storia. FaceBook, il più popolare social network della rete, che a ieri contava più di due miliardi e mezzo di utenti, ha cessato di funzionare contemporaneamente in ogni angolo del pianeta.
Stando alle dichiarazioni rese dal servizio stampa, cellule terroristiche di matrice neoumanista avrebbero utilizzato in concerto potenti ordigni elettromagnetici contro tutti gli edifici in cui fossero custoditi server del sito, in centoventitre stati diversi. Il danno è irreparabile. I circuiti dei server sono bruciati. FaceBook è irreversibilmente distrutto.
L’amministratore delegato, il fondatore Mark Zuckerberg, ha tentato di rassicurare i media, i fruitori e gli azionisti, ma non è bastato ad evitare un collasso del titolo tale da rendere necessario il ritiro dalle contrattazioni. Si è impiccato poco dopo.
Tutti gli Stati del mondo si sono ritrovati a dover gestire una situazione imprevedibile. Le persone, ormai abituate a far sentire le proprie voci e a comunicare quasi esclusivamente sul social network, si sono ritrovate mute e nel panico. La paura di altri attacchi terroristici è dilagata, nessuno si sente più al sicuro, anche se i Capi di Stato di ogni Paese tentano di tranquillizzare le rispettive nazioni, sull’orlo del collasso dopo il crollo di FaceBook. E nessuna azienda informatica, almeno per adesso, vuole tentare di prenderne il posto creando un’alternativa: troppa la paura di diventare il prossimo bersaglio di un terrorismo cieco e barbaro.
Migliaia di computer sono stati distrutti durante la follia successiva al diffondersi della notizia. Rabbia, paura, accessi di pazzia. Nella stessa redazione da cui scrivo non ce ne sono più: sto battendo su una maccina da scrivere Olivetti; le copie di questa edizione straordinaria vengono stampate con la vecchia rotativa.
La gente si è barricata nelle case davanti alle televisioni accese che trasmettono notiziari e comunicati ventiquattrore su ventiquattro. In centinaia di migliaia disertano il lavoro. I treni sono fermi, la posta non viene consegnata: il Paese è paralizzato.
nelle città pochi si azzardano a scendere nelle strade deserte. Non circolano automobili. Solo debosciati in bicicletta o a piedi, senza meta. Sorridenti, tenendosi per mano, come fosse per piacere.
Il Presidente invita comunque tutti alla calma. Tutto andrà bene. Tutto andrà bene.
Non è la fine del mondo.
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mar 11 2010

Racconto di marzo

“Ne siete sicuri?” domando.
Mi fissano, immobili.
“Allora?”
“Sì”, risponde uno. “Così non si può più andare avanti”.
Mi passo una mano fra i capelli. Perché deve finire così?
“Avete deciso di andarvene tutti, quindi? Mi lasciate solo?”
“Ci dispiace” dice un altro a mezza voce.
Però vedo qualche incertezza, in alcuni.
“Ma dio… ” riprendo io “Non si può trovare un’altra soluzione?”
Guardo quello che mi è più caro fra tutti.
Si schiarisce la voce. “Io e qualcun altro restiamo con te” dice, fermo.
Subito un gran brusio.
“No! Dobbiamo farlo tutti!” gli grida uno dalle file dietro.
“Tutto ha una sua misura!” tuona allora in risposta, puntando l’indice. “E’ vero, va fatto, altrimenti moriremo. Ma in diversi devono restare. Alcuni di guardia, altri… be’, non sono adatti a quel genere di missioni”.
Altro gran brusio.
“Comodo!” sussurra un’altra voce, tremante. “Tu non te ne devi andare! Io sì e… se ci penso…”.
“Non è il momento di esser pavidi. Io devo rimanere, ma il mio non è un compito di comodo. Ne rimarrò segnato, probabilmente, più di voi che partite. E ricordate, partite per non morire”.
Io rimango in silenzio ad ascoltare la discussione.
“Avanti, che aspettiamo?” prorompe la solita testa calda. “Non c’è tempo da perdere! C’è un mondo intero là fuori e noi stiamo chiusi qui a marcire di parole. Sbrighiamoci. Decidi dove mandarci e facciamola finita!”
Ho di nuovo tutti che mi fissano.
Annuisco, e mi alzo. Sollevo una valigetta ventiquattrore, di pelle. La appoggio sul tavolo e la apro. Profuma.
“Chi vuole iniziare?” domando. “A questo giro possono partire in dieci”. E c’è un attimo di silenzio. E’ come se tutti si stessero guardando, per vedere che fanno gli altri.
“Io!” urla la testa calda.
“Vengo anche io” dice un altro. Con lui ho passato dei momenti indimenticabili, ma non do a vedere la stretta al cuore.
“Sì” dico anzi. “So dove mandarti”. E sorrido. Anche lui sorride.
Inizio a tirare fuori i documenti che riempiono la valigetta, svuotandola ordinatamente. Intanto i dieci che ho chiesto si fanno avanti, trepidanti. Ed è solo l’inizio.

Nei mesi successivi sono stati in centinaia a partire. Cinquecento, forse seicento. Quella che prima era una selva fittissima si è diradata notevolmente. Oggi c’è uno degli ultimi gruppi in partenza. Sono rimasti in pochi. La maggior parte di quelli che restano sono disadatti e asociali, incapaci di qualsiasi azione e fascino, o con personalità troppo complesse per essere utili, là fuori, nella mischia. Protetti da mura e col posto assicurato tutti si possono sentire grandi eroi, qui, ma non lo sono per il metro esterno. Là fuori serve il vero valore.
Gli altri che rimangono sono elementi sceltissimi che ho bisogno di avere vicino. Quasi fossero i miei generali. I migliori.
“Spero che farli partire tutti così sia stata la cosa più giusta da fare” sussurro. Il più caro fra tutti mi sente.
“Di certo” dice, e sorride. “Lasciando tutti qui fra queste mura, pian piano li avresti visti invecchiare senza che avessero vissuto. Avresti visto i loro pensieri e le loro esistenze ricoprirsi di polvere. Sarebbero tutti sopravvissuti, certo. Ma li avresti persi a poco a poco, come le persone che hai amato e ami e ti tieni strette ma con cui parli sempre meno. Così non li perderai mai, invece. E chissà… forse un giorno li incontrerai di nuovo.”
Sorrido. Guardo il gruppo in partenza oggi. Sono tutti giovani, puliti.
“Sai che giorno è oggi?” gli chiedo. “E’ il 26 marzo. Oggi c’è una manifestazione generale bellissima. Regala un libro ad uno sconosciuto. In realtà il libro andrebbe regalato a qualcuno che vedi sempre ma a cui non hai mai rivolto parola. Però insomma, non fa differenza. Parteciperà tanta gente…”
“Davvero un’iniziativa splendida. Una volta tanto… Ci sono da fare delle belle dediche in prima pagina, eh?”
“Le ho già scritte. Capisci? Non è più il discorso Diavolo, ho adorato questo libro, te lo presto perché ti lascia tanto e voglio che chi vive con me abbia letto questa cosa – a buon rendere, s’intende – e abbia la percezione di me come di uno che legge molto. E’ diverso. E’ un Non so chi tu sia non sai chi sono ma so che ti fa bene leggere una cosa così bella che ho tanto adorato, e non ti rivedrò mai più, non avrò niente in cambio ma in qualche modo il mondo sarà migliore e mi basta buona giornata.”
Lui sorride. Il gruppo in partenza mi guarda. Prendo la valigetta, la appoggio sul tavolo, la apro. Profuma. Oggi è già vuota. Li prendo uno ad uno e li sistemo dentro con cura.
“Sarà il destino dei dieci di oggi. Li donerò a degli sconosciuti. Non ad amici e conoscenti come al solito. Vado in centro a cercare nella folla gli occhi giusti per ognuno di loro. Non so quanto ci metterò.”
Chiudo la valigetta. Sul tavolo restano Il ritratto di Dorian Gray, Il meglio di Asimov, L’ultima lacrima e L’idiota.
“Lo sai” mi dice il Ritratto mentre sono già sulla porta “che un giorno potresti voler donare anche noi?”
Resto in piedi lì, senza voltarmi.
“Non lo so. Ci penseremo allora…” ed esco da camera mia.
Scendo le scale. Il mio amico Abdou mi dice sempre “I soldi vanno e vengono. Ma quelli che spendi in libri non li perderai mai“. Ed apro il portone di casa con la Primavera che mi tira per il bavero.

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gen 23 2010

Anitra e Angela

In un regno molto lontano, tanto tempo fa, viveva un sovrano giusto ed amato. Aveva due figlie.
La minore si chiamava Angela, ed era davvero un angelo. Lunghi capelli d’oro, come fossero tessuti di sole. Le sue labbra, uno scrigno di melograno, i suoi denti un tesoro di perle. Il suo volto, disegnato dalla mano di un dio. Gli occhi, franchi e blu come cielo d’aprile. La figlia maggiore… be’, no. La figlia maggiore era brutta. Si chiamava Anitra. Ora, io non vorrei parere indelicato, ma era davvero un’anitra. Talmente brutta che tre servi si cavarono gli occhi. E gli altri preferivano trapiantare querce, piuttosto che servirle il tè. Aveva capelli di stoppa, labbra sfatte e coi suoi denti equini poteva mangiare una mela attraverso le sbarre di un cancello. Ora, giunse per queste due sorelle l’età di maritarsi. Il padre, pur intuendo la difficoltà, si proponeva di maritare prima la maggiore secondo tradizione. Purtroppo, non v’erano principi ciechi, ai tempi. Intanto, grandi delegazioni dai reami vicini e lontani si avvicendavano alla corte del sovrano per chiedere in sposa la figlia minore. Un principe russo arrivò con cinquanta buoi stracarichi d’oro, come dono di nozze se gli fosse stata data in sposa Angela, ma il re padre dovette declinare la pantagruelica offerta. Propose al suo posto Anitra, e il principe russo tornò nelle sue terre e la leggenda vuole se la stia ancora ridendo. Perfino il figlio del Sultano di Costantinopoli venne a chiedere la mano di Angela, e il suo elefante trasportava il dono di nove sacchi di rubini grandi come pesche. Ma il re dovette rinunciare. Propose Anitra e il figlio del Sultano gli dichiarò guerra. Nessuno voleva la sua Anitra. Infine, dall’estremo oriente giunse il primogenito di un Imperatore, accompagnato dal fratello minore, con l’atto di proprietà di mezzo continente, da dargli in dono se gli avesse fatto sposare Angela. Con le lacrime agli occhi il padre chiese se andasse bene lo stesso sua figlia maggiore Anitra, e il principe dagli occhi a mandorla, disonorato, si tolse la vita seduta stante.
A quel punto il consigliere del re gli suggerì di trovare una soluzione per risolvere la situazione dell’immaritabile figlia maggiore. Il re si scandalizzò. “Come posso io fare assassinare mia figlia Anitra nel sonno facendolo passare per un incidente e dicendo a tutti che è caduta su un coltello per trentacinque volte consecutive?” “Ma io, mio signore” rispose il consigliere “avevo in mente qualcosa di meno cruento”. E gli riferì il suo piano.
Presero una serva muta e analfabeta, le fecero indossare un vestito e un mantello turchino e la misero su un albero. Durante la passeggiata mattutina nel parco, il re si fece accompagnare dal consigliere e da Anitra. Passando vicino all’albero con la serva in turchino fra i rami, il re e il consigliere fecero finta di niente. Anitra, chiaramente, la notò, e disse “E chilla ca cci fa lassù fra li rami?” Sì, Anitra non era nemmeno molto aggraziata nel parlare. Il re e il consigliere finsero di non vedere la serva che si dimenava sull’albero, e domandarono ad Anitra “Chi? Dove è? Descrivicela!” e Anitra disse “Chilla vestita turchese ca sta lassù in alto alto! Nun la videte voi?” “Vestita di turchese?” disse il padre. “Anitra sta avendo una mistica visione della vergine Maria, sicuro!” incalzò il consigliere. “La virgine Mmaria? Ummadonna!” disse Anitra. “Sì, sì, proprio la Madonna!” dissero gli altri due in coro. E la portarono di gran carriera dal monsignore. Appreso l’accaduto, il prelato sentenziò con tono grave che davvero Anitra aveva avuto una visione della beata semprevergine Maria, e che quindi doveva prendere i voti per sposarsi con Gesù. Il Redentore avrebbe probabilmente avuto qualcosa da ridire, ma le cerimonie furono officiate comunque e Anitra fu rinchiusa nel monastero più inaccessibile del regno.
Così il re mandò di corsa a richiamare il fratello del rampollo orientale: alle stesse condizioni, avrebbe avuto Angela in sposa. Il matrimonio fu quindi fatto, il regno ottenne enormi ricchezze e grande stabilità, il monsignore divenne vescovo, cardinale e poi papa, mentre il consigliere ebbe il titolo di Granduca. Da questa unione di Angela con il principe orientale nacque un figlio di nome Gengis, e lei poté continuare a farsela come usuale con gli aitanti stallieri etiopi del palazzo. Anitra se ne rimase chiusa per sempre nel monastero coltivando il proprio alcolismo e domandandosi “Ma chilla ca ci faceva lassù su li rami?”. E giù altra grappa dei fratacchioni.
Il re passò alla storia come il più saggio sovrano che avesse mai governato quelle terre. Quando morì gli fu eretta una statua d’oro massiccio alta ventisette metri. Perché ok, Anitra era sua figlia. Ma e che cazzo.

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dic 29 2009

La vera storia della cicala e la formica

E’ estate. La cicala se ne sta sul lato della via con la sua chitarra. Canta vecchie canzoni dell’Equipe 84 e di Battisti. Passa una formica. Si sta spaccando la schiena per trasportare un chicco di grano al formicaio.

- Ehilà formica, ma com’è che stai a spaccarti la schiena tutto il giorno? Prendila facile, sorella!
La formica si ferma un attimo posando il macigno di grano. - Ridi, ridi, faccia di culo. Vedremo chi riderà quest’inverno.
- Madò, formica, ma come stai tirata. Vieni, fermati un po’, amica del sole, beviamoci il succo da una pesca e cantiamo un paio di canzoni di Branduardi, ti va?
- Ma vai a cagare, hippie di merda.

Così l’estate passa. La formica ha messo da parte tanto grano da resistere ad un inverno nucleare di seicento anni, la cicala si è strafogata di frutta e ha cantato le discografie complete di quattordici cantautori italiani.
Non ci sono più le mezze stagioni e arriva l’inverno d’emblée.
La formica se ne sta rinchiusa nei suoi bastioni sotterranei sgranocchiando granaglie e guardando retrospettive sui quiz di Mike Bongiorno, mentre fuori la cicala rassega per il freddo e patisce la fame. Finché non decide di andare a bussare col cappello in mano alla porta della formica.

- Ehilà formica, come stai?
- Benone, che cazzo vuoi?
- Ottimo, senti… Non è che avresti qualcosa da mangiare per me? Posso suonarti tutto Guccini, in cambio!
- Odio Guccini. E comunque io ho lavorato duro per farmi le provviste per l’inverno. Tu che hai fatto?
- Be’, son stata a cantare.
- Allora adesso balla!
Soffia una folata di vento gelido.
- Quanti mesi sono che pensi a questa battuta del piffero? Dai, fammi entrare, che si gela qua fuori.
- No no no! Ascolta me! Io ho rinunciato ad un’estate di divertimenti per poter vivere l’inverno tranquilla! E tu non ti meriti proprio nulla! Mi sono spezzata la schiena anche di domenica per assicurarmi un tetto e tre pasti al giorno!
- Di pasti al giorno ne puoi fare anche settanta, visto il grano che hai.
- Io voglio vivere bene e avere la sicurezza che se un giorno succedesse qualcosa sopravviverei. Metti che l’anno prossimo venga la carestia!
- O la grandine.
- O la grandine, sì! Come sopravviverei? Oppure, buon dio, hai pensato se arrivassero le cavallette?
- Formichina, formichina mia. Io vivo l’oggi per oggi e per questo morirò. Tu vivi l’oggi per domani e per questo non vivrai mai. Può forse esistere una via di mezzo che potremmo seguire entrambe, gettando solide basi per il domani senza perderci l’estate dei nostri giorni; ma dopotutto sono solo un’omottera, e un’idea del genere mi verrebbe solo se avessi un sistema nervoso centrale. Addio!

E fu così che la cicala si voltò, si calcò il cappello sulla testa e se ne andò. Qualcuno dice di averla sentita cantare languidamente “My way” di Sinatra mentre nevicava, ma non se ne sa più nulla. La formica rientrò in casa serrandosi la porta alle spalle. Passò la vita a mettere da parte altro ed altro grano.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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