Terremoto in Abruzzo. Scatta la gara di solidarietà. Porca…
Enosìctono è l’epiteto fisso di Poseidone nei poemi omerici. Significa “scuotitore di terra” – infatti il buon Poseidone, oltre ad essere il fiero dio del mare, quando era nervoso saliva sul proprio cocchio, rapidissimo raggiungeva la costa e vi scagliava il celeberrimo tridente, provocando un terremoto. Recenti scoperte scientifiche hanno determinato che in realtà Poseidone bluffava – era semplicemente il massimo esperto di tettonica a placche che esistesse, prevedeva i sismi, li precedeva lanciando il tridente qua e là, e la domenica, sull’Olimpo, faceva il grosso con gli altri dèi dicendo che le scosse erano merito suo.
Mmm. Qualcuno storcerà il naso. Probabilmente secondo il senso comune non è il momento più adatto per scherzare sui terremoti, e potrei passar per cinico. Francamente, me ne infischio. Sanno tutti che l’Italia è un paese ad elevatissimo rischio sismico, e se per comodità si chiudono gli occhi davanti a edifici vecchi di secoli che posson venir giù come castelli di carte, be’, dalle mie parti si dice “il mal voluto non è mai troppo“.
“Ma migliaia di persone hanno perso tutto! Tu che vai a giro predicando l’amore incondizionato per tutti, come puoi dire cose simili?”
Ma per favore. Sostenere e percorrere una via d’amore incondizionato non vuol dire foderarsi gli occhi di prosciutto e indossare gli occhialoni a forma di cuore di Pollyanna.
Pur parlando dall’alto di una torricciola d’avorio, mi sento comunque di dire che è probabile che solo pochi abbiano perso davvero qualcosa di valore (quanto vale davvero una casa, un LCD?); e che diversi di quelli che l’hanno persa, prima, quel valore è facile che non lo conoscessero (parenti e conoscenti morti che in vita si erano sempre maltrattati o ignorati). Nel momento in cui si vive una vita di vera comunione, non c’è terremoto che possa abbatterla. Appunto per questo – per non rigirare il coltello nella piaga – non è dei terremotati che voglio parlare.
Io se fossi Dio
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna
che viene da dire
“Ma dopo come fa a essere così carogna?”
Così diceva Gaber nella sua colossale canzone “Io se fossi Dio“.
Lo stesso vediamo oggi, ed è un fenomeno aberrante ma di un fascino morboso. Le persone, nella loro vita quotidiana, si uccidono a vicenda a colpi di clacson, tentano costantemente di sopraffarsi l’un l’altra con ogni mezzo possibile, se ne fottono del dolore e delle vite altrui a loro più prossime. Ma lasciate che avvenga un delitto cruento, una strage, un cataclisma. Scatterà la gara di solidarietà.
Faccio una piccola glossa su questa espressione: scatta la gara di solidarietà. A parte il fatto che qualunque nuovo modo di dire esca dalla bocca di un Presentator telgiornalis ha probabilità vicine al 100% di essere merda, questa è un vero abominio estetico.
Non solo per l’inflazionatissimo verbo “scattare” (scatta l’ora legale, scattano nuove misure di sicurezza, scatta la caccia all’uomo, scatta l’operazione “Fava lessa”) ma anche – e soprattutto – per la parola “gara”. Infatti, quella che scatta in casi di necessità come il terremoto in Abruzzo, è davvero una gara. Non si tratta di un semplice, accattivante modo di dire. E’ una sfida tutti contro tutti a mostrarsi più solidali – e quindi eticamente superiori – combattuta a colpi di SMS che donano un euro, sacche di sangue (zeronegativo batte tutti), volontariato diretto. Certo, gli effetti alla fin fine sono positivi, ma non oso sperare che a qualcuno gliene fotta davvero qualcosa di quel che è successo in Abruzzo. L’importante è ostentarsi compassionevoli – anche su Facebook, no? Gruppi solidali e appelli sbandierati a costo, fatica e utilità zero – e nel mentre, magari, anche mettere a tacere o eccitare la propria coscienza agonizzante.
O chissà… forse è una solidarietà-boomerang. Profusa nella speranza di riceverla indietro se e quando se ne avrà bisogno.

Sismogramma o encefalogramma etico?
Ricapitolando mi sono quindi ritrovato a tirare una conclusione che speravo di non raggiungere.
Oggi come oggi, tutta la cancrena purulenta della morale personale viene pulita e medicata da questa sorta di periodica catastrofe-giubileo che con un SMS monda da tutti i peccati di una quotidianità priva di umanità.
Quasi geniale come il giubileo cattolico. Fra l’altro, avete sentito? Secondo Radio Maria il terremoto l’ha voluto Dio. Per rendere partecipi gli Abruzzesi della Sua Passione. Oh, gentilissimo, ma… be’, speriamo che gli anni prossimi non stia a scomodarsi.
In giro sento anche dire che “E’ vero, siamo quel che siamo, ma è in questi casi che mostriamo il nostro grande valore come popolo!”.
Be’. Anche lasciando perdere l’aspetto della catastrofe-giubileo, se per mostrare il nostro grande valore in una comunione di compassione e amore servono 200 morti e migliaia di sfollati, mi sa che sulla strada della civiltà, noi, ci stiamo ancora allacciando le scarpe.

