Il vero cuore del referendum
Lo sappiamo: il 12 e il 13 giugno c’è il referendum, articolato in quattro quesiti. I primi due sull’acqua (il primo sull’affidamento e la gestione del servizio pubblico a privati; il secondo sulla proporzionalità del prezzo rispetto al capitale investito dal privato), il terzo sul nucleare (riguardante i nuovi progetti governativi in materia ) e il quarto sul legittimo impedimento (circa la possibilità per Premier e ministri di non comparire in tribunale nei processi che li coinvolgono).
Le diverse posizioni, riguardo ai vari quesiti, sono ammissibilissime.
C’è chi vuole evitare in ogni modo che l’acqua cada in mano di privati, chi pensa che siano solo questi a poter gestire il servizio con capitali adeguati, chi pensa che l’acqua debba essere gratuita, chi pensa che il prezzo debba essere regolato in base al servizio fornito, chi reputa le centrali a fissione nucleare una terrificante follia (o un progetto obsoleto), chi le vede come unica soluzione seria e attuabile al problema energetico, chi vuole che non ci siano cittadini al di sopra della legge nemmeno nel corso del loro mandato istituzionale, chi pensa che addirittura ci sarebbe da ripristinare una generalizzata immunità parlamentare come stabilito dai Costituenti.
Queste però oggi si manifestano come discussioni contingenti e, paradossalmente, laterali. Il vero cuore del referendum è la vitale importanza del parteciparvi.
Sono sedici anni che non viene raggiunto il quorum. Sedici anni. Chi è nato il 12 giugno del ’95 – e che ad oggi pensa, legge, studia, ama – non ha visto mai un quorum raggiunto. E non è che non siano stati indetti referendum importanti: ricordate nel 2005 il referendum su fecondazione assistita, ricerca sugli embrioni e fecondazione eterologa? (fatto fallire anche dai vescovi che dicevano “non andate a votare”) Più importante della procreazione e della ricerca a fini medici non so che cosa ci sia. Anzi, lo so. Ed è il motivo per cui perfino le scorie nucleari, così come il non poter fare ricerca sulle staminali, sono un problema contingente, di rilevanza secondaria.
L’uomo sa che non è eterno, e che il diritto alla salute trova il suo naturale limite nell’impermanenza. Ma se la nostra società, in ogni fibra del suo millenario tessuto, non avesse la certezza adamantina di essere eterna, il Diritto come lo conosciamo oggi non esisterebbe nemmeno.
La delegittimazione, il fallimento puntuale e costante dell’unico strumento di democrazia diretta che abbiamo, il suo atrofizzarsi anno dopo anno, non investe soltanto questioni contingenti del momento storico particolare – dopotutto i Francesi sono sopravvissuti con le centrali nucleari, e noi senza: travolge la nostra stessa democrazia, e in un modo che forse adesso ancora ci sfugge. C’è un motivo se decine di migliaia di persone come noi, come noi, sono morte eroicamente per assicurarci di poter andare a votare a un referendum. Perché se lo lasciamo morire, se lasciamo avvizzire e inaridire il referendum, quando forse in una pagina futura della nostra storia ne avremo davvero bisogno, e sarà questione di importanza capitale – di vita o di morte dello Stato e della democrazia, forse – non sarà più percorribile. Sarà un’appendice inutile, un membro impotente, un muscolo atrofico, ridicolo e grottesco come il coccige da cui è caduta la coda, parodia di un diritto, una macchina da scrivere impolverata abbandonata da anni che quando saltano i computer si tira fuori, pregando disperatamente che funzioni.
Non andare a votare non è un atto moralmente neutro o accettabile. Ha innanzitutto in sé la vigliaccheria del non porre sul banco le proprie idee accettando il confronto democratico – anche nel plausibile caso in cui si ritenga illegittimo un referendum a carattere tecnico: dopotutto non so quanti italiani abbiano conoscenze-base di fisica applicata alla produzione di energia, o di diritto amministrativo circa la gestione dei servizi pubblici. Ma la risposta non può essere fare abortire il referendum. Specie davanti all’argomentazione del “Se vado a votare si perde”. Il diritto-dovere di voto implica l’astenersi dall’astensionismo e da certi intrighi. Onestà intellettuale innanzi tutto. E inoltre l’effetto collaterale mortale è quello di avvelenare il referendum, ancora una volta indebolendone l’istituto. Di questo passo, davvero, resteremo senza. Ma ricordiamoci che è con un referendum che è nata la Repubblica.
Quindi, se sentite che qualcuno non vuole andare a votare, domandategli perché. Sentite le sue argomentazioni. Poi ditegli la vostra. E se non si convince, sputategli in faccia, perché così come è intollerabile chi inquina in maniera devastante l’ambiente in cui si vive, è intollerabile chi inquina e rade al suolo gli istituti democratici che sono il nostro ambiente-Stato per delle contingenze storiche. E così come non sono solo le grandi industrie a distruggere l’ambiente, non sono solo i grandi politici a demolire la democrazia: ognuno dà il proprio piccolo contibuto al loro collasso. E ne sapremo i nomi e i cognomi.
Spero in bene; ma se fallirà anche questo referendum, allora dovrò riscendere profondamente dentro me stesso e domandarmi se davvero, davvero, io credo che debba esistere il voto a suffragio universale.





