giu 10 2011

Il vero cuore del referendum

Lo sappiamo: il 12 e il 13 giugno c’è il referendum, articolato in quattro quesiti. I primi due sull’acqua (il primo sull’affidamento e la gestione del servizio pubblico a privati; il secondo sulla proporzionalità del prezzo rispetto al capitale investito dal privato), il terzo sul nucleare (riguardante i nuovi progetti governativi in materia ) e il quarto sul legittimo impedimento (circa la possibilità per Premier e ministri di non comparire in tribunale nei processi che li coinvolgono).

Le diverse posizioni, riguardo ai vari quesiti, sono ammissibilissime.
C’è chi vuole evitare in ogni modo che l’acqua cada in mano di privati, chi pensa che siano solo questi a poter gestire il servizio con capitali adeguati, chi pensa che l’acqua debba essere gratuita, chi pensa che il prezzo debba essere regolato in base al servizio fornito, chi reputa le centrali a fissione nucleare una terrificante follia (o un progetto obsoleto), chi le vede come unica soluzione seria e attuabile al problema energetico, chi vuole che non ci siano cittadini al di sopra della legge nemmeno nel corso del loro mandato istituzionale, chi pensa che addirittura ci sarebbe da ripristinare una generalizzata immunità parlamentare come stabilito dai Costituenti.

Queste però oggi si manifestano come discussioni contingenti e, paradossalmente, laterali. Il vero cuore del referendum è la vitale importanza del parteciparvi.
Sono sedici anni che non viene raggiunto il quorum. Sedici anni. Chi è nato il 12 giugno del ’95 – e che ad oggi pensa, legge, studia, ama – non ha visto mai un quorum raggiunto. E non è che non siano stati indetti referendum importanti: ricordate nel 2005 il referendum su fecondazione assistita, ricerca sugli embrioni e fecondazione eterologa? (fatto fallire anche dai vescovi che dicevano “non andate a votare”) Più importante della procreazione e della ricerca a fini medici non so che cosa ci sia. Anzi, lo so. Ed è il motivo per cui perfino le scorie nucleari, così come il non poter fare ricerca sulle staminali, sono un problema contingente, di rilevanza secondaria.

L’uomo sa che non è eterno, e che il diritto alla salute trova il suo naturale limite nell’impermanenza. Ma se la nostra società, in ogni fibra del suo millenario tessuto, non avesse la certezza adamantina di essere eterna, il Diritto come lo conosciamo oggi non esisterebbe nemmeno.
La delegittimazione, il fallimento puntuale e costante dell’unico strumento di democrazia diretta che abbiamo, il suo atrofizzarsi anno dopo anno, non investe soltanto questioni contingenti del momento storico particolare – dopotutto i Francesi sono sopravvissuti con le centrali nucleari, e noi senza: travolge la nostra stessa democrazia, e in un modo che forse adesso ancora ci sfugge. C’è un motivo se decine di migliaia di persone come noi, come noi, sono morte eroicamente per assicurarci di poter andare a votare a un referendum. Perché se lo lasciamo morire, se lasciamo avvizzire e inaridire il referendum, quando forse in una pagina futura della nostra storia ne avremo davvero bisogno, e sarà questione di importanza capitale – di vita o di morte dello Stato e della democrazia, forse – non sarà più percorribile. Sarà un’appendice inutile, un membro impotente, un muscolo atrofico, ridicolo e grottesco come il coccige da cui è caduta la coda, parodia di un diritto, una macchina da scrivere impolverata abbandonata da anni che quando saltano i computer si tira fuori, pregando disperatamente che funzioni.

Non andare a votare non è un atto moralmente neutro o accettabile. Ha innanzitutto in sé la vigliaccheria del non porre sul banco le proprie idee accettando il confronto democratico – anche nel plausibile caso in cui si ritenga illegittimo un referendum a carattere tecnico: dopotutto non so quanti italiani abbiano conoscenze-base di fisica applicata alla produzione di energia, o di diritto amministrativo circa la gestione dei servizi pubblici. Ma la risposta non può essere fare abortire il referendum. Specie davanti all’argomentazione del “Se vado a votare si perde”. Il diritto-dovere di voto implica l’astenersi dall’astensionismo e da certi intrighi. Onestà intellettuale innanzi tutto. E inoltre l’effetto collaterale mortale è quello di avvelenare il referendum, ancora una volta indebolendone l’istituto. Di questo passo, davvero, resteremo senza. Ma ricordiamoci che è con un referendum che è nata la Repubblica.

Quindi, se sentite che qualcuno non vuole andare a votare, domandategli perché. Sentite le sue argomentazioni. Poi ditegli la vostra. E se non si convince, sputategli in faccia, perché così come è intollerabile chi inquina in maniera devastante l’ambiente in cui si vive, è intollerabile chi inquina e rade al suolo gli istituti democratici che sono il nostro ambiente-Stato per delle contingenze storiche. E così come non sono solo le grandi industrie a distruggere l’ambiente, non sono solo i grandi politici a demolire la democrazia: ognuno dà il proprio piccolo contibuto al loro collasso. E ne sapremo i nomi e i cognomi.

Spero in bene; ma se fallirà anche questo referendum, allora dovrò riscendere profondamente dentro me stesso e domandarmi se davvero, davvero, io credo che debba esistere il voto a suffragio universale.

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mar 25 2011

The Big Match: Energia Nucleare VS Energie Alternative

Non è un argomento semplice. Chi sostiene posizioni nette e facili, in questo caso si rivela un cretino. Per parte mia, cercherò di essere il meno cretino possibile pur chiarendo nella maniera più trasparente una posizione decisamente articolata.

Il paziente è in condizioni critiche, il medico esce dalla stanza e si rivolge a voi: si può provare la terapia farmacologica coi nuovi farmaci sperimentali, anche se la loro efficacia non è ancora stata testata, oppure si può operare, ma è un’operazione difficile, le possibilità che ce la faccia non sono altissime. Che cosa scegliete? Voi non siete medico, non avete una cognizione piena delle scelte, eppure è un vostro caro e siete voi a dover scegliere.

Riconducendo la metafora al nostro caso, vediamo che l’argomento è di elevatissima tecnicità, comprensibile a fondo solo per pochissimi, eppure gli interessi correlati sono importantissimi, generali e perciò la cittadinanza ha diritto ad esprimersi. Questo però non significa che milioni di persone debbano scegliere alla cieca o con delle sensazioni a pelle.
Andiamo allora insieme a delimitare il perimetro di queste scelte, osservandole bene.

Di che “energia nucleare” si parla?

Esistono molti modi per generare energia sfruttando le forze nucleari.
L’energia in questione sarebbe energia ricavata da fissione nucleare. In una reazione a catena controllata, gli instabili atomi di elementi radioattivi vengono spezzati generando energia, che servirà per vaporizzare acqua che farà girare le turbine, generando, finalmente energia elettrica.
In particolare, per generare questa fissione, nel reattore verrebbero usati isotopi dell’uranio e del plutonio – tanto potenti quanto pericolosi per eventuali incidenti e per le scorie che producono.

Si tratta del modo più in voga per sfruttare queste forze nucleari, e praticamente tutti i reattori nucleari del mondo – che siano di seconda o terza generazione – funzionano così.

Le alternative

Come dicevo, non è l’unico modo possibile per impiegare l’energia nascosta nell’infinitamente piccolo: ne esistono altri, già possibili o allo studio, enormemente più vantaggiosi. Ad esempio, abbiamo avuto modo di parlare dell’incredibile superiorità dei reattori a fissione che sfruttino il Torio, e vi invito a documentarvi sui reattori a fusione nucleare dei progetti ITER ma soprattutto IGNITOR, progetto italiano che necessita di fondi per costruire il primo reattore.

Ma già a questo punto sorgono degli ulteriori quesiti: alle superiori, quando il professore spiegava fisica, ero solito dormire? Alle superiori ho avuto un professore che spiegava fisica? Il programma di fisica copriva le forze nucleari? Sono stato alle superiori? Ma soprattutto, ho avuto la curiosità di informarmi? Perché già qui la problematica si impone: per capire è necessario sapere.
Non posso gridare un generalizzato “No al Nucleare” se non so che differenza c’è fra fissione e fusione: questo perché la seconda è del tutto priva dei rischi della prima ed è capace di generare un’energia ancora superiore, ma se il no è generalizzato, io tarpo le ali anche a lei; e non solo. Perfino se le tecnologie di fissione, come nel caso del Torio, fanno diventare accettabile il costo in scorie e rischi, io devo scendere a patti e approvare questa produzione di energia.

Le non alternative

Anche se Beppe Grillo potrà latrare diversamente, l’energia solare – con la tecnologia attuale, s’intende – non è un’alternativa. O meglio, è ottima e sacrosanta per riscaldare l’acqua e la casa, ma per certo non può far scoccare cinquecento tonnellate di treno a trecento chilometri orari o alimentare lunghe file di altiforni o fare andare delle automobili.
Il problema è la Potenza. In altre parole, per questi fini una grande quantità di energia deve essere fornita in un lasso di tempo breve – e il solare non è in grado di fornirla.

Se la mia tabella di allenamento prevede che io faccia una serie di cinquanta flessioni, non va bene lo stesso se faccio una flessione ogni venti minuti.

Non è in grado di fornirla a meno di immagazzinare chimicamente questa energia, accumulandola e rilasciandola tutta insieme: questo con una pila o strappando l’idrogeno dall’acqua. Ma tutto ciò è altamente inefficiente, le pile sono molto inquinanti e le bombole di idrogeno sono delle bombe che non si possono far gestire ai privati cittadini.
Stesso dicasi per l’energia eolica, con alcune felici eccezioni come il progetto KiteGen, ancora da valutare circa la fragilità e l’aleatorietà della produzione di energia, ma che parrebbe capace di generare potenze notevoli.

Non alternativa è anche proseguire come stiamo facendo, a generare energia bruciando combustibili fossili. Sarebbe bello un (impossibile) referendum anche per questo.

Chi si adegua è già in ritardo

Comprendo ma non voglio accettare la sfiducia nei confronti degli Italiani. Non voglio accettare l’idea del “non sappiamo gestire i rifiuti normali, figuriamoci quelli radioattivi” e del “finirà tutto in mano alla mafia” – forse per ottimismo, forse per ingenuità, forse perché trovo intellettualmente disonesto malgiudicare a scatola chiusa, forse perché se così deve essere Scampia sarà già piena di cantine stipate di fusti radioattivi anche senza avere delle centrali italiane. Né voglio farmi prendere dal terrore per gli incidenti nucleari: le centrali di terza generazione hanno apparati di sicurezza davvero imponenti, e sinceramente sarei contento se ce ne fosse una vicino a casa mia. La facoltà di Fisica garantirebbe un futuro.

Il mio è un discorso radicalmente diverso.
Inseguiamo in ultima posizione una tecnologia che certi Stati usano per produrre energia da sessant’anni. Raffinata, per carità, ma sempre quella. Dire che sulla corsa al nucleare civile siamo in ritardo è un eufemismo. E da decenni patiamo una costante fame di energia. Forse il referendum dell’ ’87 ha deliberato bene e con coraggio; forse è stato una craniata clamorosa. Ma se c’è qualcosa di cui sono persuaso è che la scelta più saggia, per noi, oggi, sarebbe un colpo di coda capace di farci arrivare per primi alle nuove tecnologie della fusione nucleare, che sono lì, reali, a portata di mano; o quantomeno avere il cuore e la saggezza di uscire dal seminato abbracciando le tecnologie alternative del nucleare che per futili motivi sono state trascurate.
E non valga a troppo l’argomentazione “se sono state trascurate un motivo c’è”: vi basti abbassare lo sguardo per osservare una tastiera qwerty il cui ordine delle lettere è stato brevettato nel 1873 per evitare che i martelletti delle prime macchine da scrivere si inceppassero battendo spesso caratteri adiacenti, non certo perché è il più razionale – eppure mantenuto nonostante tutte le rivoluzioni da centoquarant’anni a questa parte.

Il quesito referendario è strutturalmente zoppo, mal posto.
Il mio timore è che l’esito abrogativo cristallizzi anche altri fronti del nucleare in Italia, e sedimenti una coscienza collettiva tanto orba quanto salda riassumibile in un generico “No al nucleare”, fermo restando che costruire le centrali in programma sarebbe un piano ritardatario ed antieconomico, che va bloccato.
Il quesito referendario è strutturalmente zoppo, mal posto, perché oggi, oltre a negare, è assolutamente necessario affermare, e quindi pronunciare il proprio sì al nucleare – a quello giusto, a quello migliore. Ma questo è possibile solo propositivamente, e oltre a promuovere a proposito una cultura del discernimento, per il privato cittadino è difficile appoggiare grandi progetti innovativi di ricerca – se non con donazioni personali, cinque per mille, lettere ai giornali e ai politici e via dicendo.
Badate bene, strade che paiono modeste ma categoricamente da percorrere.

Nota personale: visto come lavora, a questo governo non affiderei nemmeno la costruzione di un castello di sabbia da fare col secchio – figuriamoci una centrale a fissione.

Nota filosofica: ho domandato al professor Luigi Lombardi Vallauri che cosa ne pensasse di questo referendum sul nucleare. Sospeso il giudizio non sentendosi tecnicamente pronto per esprimersi (pur dicendosi, “a pelle”, contrario a queste centrali), ha aggiunto: “Siamo veramente sicuri di voler dare all’umanità energia infinita?

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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