dic 24 2009

Caro Babbo Natale II

Caro Babbo Natale,
come stai? Sappiamo che quest’anno c’è grossa crisi. Almeno così dicono. A noi non pare, visto che tutti continuano a spendere e spandere senza cognizione per cose inutili. Ma se avrai qualche difficoltà a portarci quello che ti chiediamo non ti preoccupare: ti diamo una deroga di una settimana.

Chiaramente anche quest’anno siamo stati veramente buoni. Una volta Giorgio ha lasciato dieci euro a un barbone per comprare del credito karmico e Massimo ha insegnato a un mucchio di gente come si usa Word. Ma poi abbiamo fatto anche un sacco di altre buone cose, come lo spettacolo di beneficenza al Saschall e il boicottaggio di McDonald. Quindi eccoci a batter cassa.

Massimo quest’anno vorrebbe un Dinozord. Uno vero. Non ha detto quale, sorprendilo. Giorgio invece ha bisogno della spada laser verde. Così finalmente potremo andare a giro come un vero Power Ranger e un vero Jedi. Giorgio vorrebbe anche qualche chilo di voglia di studiare, e magari qualche trenta sul libretto. O quantomeno una riforma (o una rivoluzione, rosso come sei) che annichilisca il Diritto Commerciale. Massimo invece sarebbe felicissimo di avere finalmente un po’ di voglia di scrivere su questo blog e un contratto di lavoro di quelli fichi, magari con la firma in fondo.

Per quanto riguarda tutto il resto… per quest’anno lascia stare. Innanzitutto perché hai la tua età e a portare tutta la compassione di cui c’è bisogno in un sacco ti fai venire il colpo della strega. Ma soprattutto perché quest’anno ci pensiamo noi.
Non c’è bisogno che tu ci porti qualcosa che abbiamo già dentro. Quindi non ci sarà bisogno che tu ci porti pace se avremo la pace nel cuore; non c’è bisogno che ci porti amore se avremo il coraggio di amare col cuore nostro; non c’è bisogno che tu ci porti entusiasmo se ci guarderemo attorno e sorrideremo rimboccandoci le maniche. E forse questo è un primo proposito per l’anno a venire: trovare dentro quello che si chiede fuori.

Ti ringraziamo -anche se tu non c’entri nulla, ma ehi, questa lettera è indirizzata a te- per tutti i doni che abbiamo ricevuto che non si possono comprare coi soldi, e per tutti quelli che riceveremo. Ma dopotutto tu sei la rappresentazione di tutti quelli che ci amano e che ci fanno doni, no? E allora questo ringraziamento lo dobbiamo proprio a te.
Speriamo di essere dei Babbi Natale all’altezza di come tu lo sei per noi.
Un abbraccio caloroso,

Massimo & Giorgio & tutti quelli che si vogliono unire & i loro enormi auguri per tutti

P.S. Ci riporti i preservativi al mango?

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nov 22 2009

La vecchia storia della goccia nel mare

L’oceano è immenso.
L’ho visto solo una volta, Atlantico, nella cittadina francese di Biarritz, sul Golfo di Guascogna. Era diverso da tutti i mari che avevo visto – si sentiva. Tutto era più enorme. La costa era una scogliera di quelle che si immaginano nei romanzi fantasy, alta, massiccia, fiera nella sua resistenza contro onde altrettanto colossali, che si infrangevano in esplosioni biancheggianti alte decine di metri. Il cielo era nuvoloso, e faceva filtrare il sole a fasci, illuminando quel paesaggio surreale. C’era perfino un palazzo arroccato sulla scogliera, maestoso come poteva essere sono nella fantasia. Il vento salato ti strappava i vestiti. Ululava. E la sua voce si confondeva nel ritmico, portentoso mugghiare delle onde, giù dabbasso, ai piedi della scogliera.
Mi sembrava strano, lì, pensare che quell’ indomita massa primitiva di proporzioni così incommensurabili fosse composta da singole gocce.BiarritzVillaBeltza

E’ vero, la goccia è un’unità di misura labile, più che altro simbolica. Ma da un punto di vista teorico potrei riempire un Oceano Atlantico con il contagocce. Quando mi ricordo quella vista mi pare molto strano – ma è così.

La vecchia storia della goccia nel mare.
Ma da quando sono al mondo io non mi sono mai sentito una goccia nel mare.
Fossimo gocce nel mare, troppo poco e autoverticale sarebbe il potere del singolo nella sua realtà, troppo difficile stolto sarebbe muovere in una corrente unica moltitudini di diversi universi come se fossero uno solo.

Piuttosto, mi sento come la tessera di un domino, che può decidere quando e come e con che effetto cadere. Cadere cambiando se stessa, e toccando e facendo cadere altre tessere del domino. Un uno che cambiando può decidere di spingere altri a cambiare.
E poi il domino è più emozionante di una conteggio di gocce.
dominoOra scusatemi, torno a ricordarmi l’oceano. A ricordarmi di me quando vidi l’oceano. Avevo diciassette anni, mi ero appena messo l’orecchino, e…

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ott 2 2009

Antiche come le montagne

Da due anni la data di oggi, 2 ottobre, è stata designata come la Giornata Internazionale della Nonviolenza. Ottima scelta, visto che il 2 ottobre è l’anniversario della nascita del Mahatma Gandhi – oggi, il centoquarantesimo. L’Assemblea delle Nazioni Unite chiede agli Stati membri di “divulgare il messaggio della Nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica“.

Non vi voglio chiedere di partecipare alle iniziative che vengono promosse in questo giorno – anche qui a Firenze non è che ci sia molto di esaltante. Ma… abbiamo già avuto modo di parlare della titanica figura di Gandhi e della Nonviolenza, e della loro capitale importanza nel sogno di un mondo migliore. In questo giorno, potete dedicare del tempo a voi stessi per informarvi di più, a riguardo. Il pensiero di Gandhi è così fertile che non può non lasciarvi qualcosa di buono. Quindi cogliete l’occasione per amarvi e farvi del bene, per schiudervi un orizzonte in più – che nel caso, può essere davvero immenso.

Quando vi capita di imbattervi in una figura titanica, di quelle che hanno spinto avanti la razza umana, fermatevi e osservatela. Probabilmente non era una persona più grande e geniale di tante altre.
Semplicemente, fra tutte, è stata quella che più ha creduto di poter cambiare il mondo. E per questo ha vinto.gandhi 5

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set 10 2009

Il più bel petalo d’alba

Se qualcuno mi chiedesse, di tutti gli eventi naturali, quale è quello che davvero mi fulmina con la sua bellezza, risponderei senza esitazione: “L’alba”. Ma non l’alba in generale, no. Un suo evento secondario. Un suo petalo.

Quando ero bambino, un mio amico più grandicello, una sera, mi indicò un punto nel cielo, e mi disse: “Vedi quel punto luminoso? E’ Venere”. Quella bellezza mi sbalordì. E forse fu in quel momento che decisi che nella mia vita avrei fatto agli altri quello che lui aveva fatto a me. Di certo, da allora mi è rimasta una fascinazione morbosa per quel puntino luminoso, il terzo colosso del firmamento, il primo astro ad apparire quando arriva il crepuscolo.

Due anni fa ho fatto un viaggio in Giordania, e mi è capitato di attraversare con la macchina una strada in pieno deserto, durante una notte senza luna. Non potevamo non fermarci. Non potevamo non vedere quel cielo.
Io le stelle e le costellazioni le riconosco molto bene, sono da sempre una mia passione, ma alzando gli occhi in alto rimasi costernato perché le stelle erano troppe. Mi disorientavano, erano più del buio. La Via Lattea, una mano di bianco data con la pennellessa larga sul soffitto del mondo. Venere, un faro che proiettava, netta, la tua ombra sulla sabbia.
Quando ero in quarta superiore mi svegliavo tutti i giorni un’ora prima del dovuto solo per vedere l’alba e Venere. In Giordania, quando l’ho vista brillare in quel modo, ho capito che quel puntino, almeno per me, doveva essere qualcosa di diverso. Non era una presenza naturale come le altre.

Questa estate, poi, ho potuto rivedere l’alba sul mare, con una compagnia eletta che in quel momento era la più perfetta del mondo. E ho potuto appuntare la mia attenzione sul fenomeno – sul petalo – che più mi affascinava dell’alba, quando ero in quarta superiore, e non erano i colori, non l’aria, non le nubi infuocate: ma la strenua, titanica resistenza di Venere al montare inarrestabile della luce del Sole. Ad uno ad uno gli astri in cielo vengono spenti, come se il velo costellato scivolasse via dalla volta celeste, da est ad ovest. Ma lei no. Lei resta inchiodata lì, salda, finché i primi raggi non iniziano a dardeggiare fuori dall’orizzonte. Finché non viene investita.

Su quegli scogli, in quel momento, guardando quegli amici, quello spettacolo mi ha finalmente suggerito ciò che stavo aspettando da quella bellezza, un consiglio di quella specie che ci tocca solo quando finalmente facciamo silenzio dentro di noi.

Sii come Venere. Il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. Per tutti.Jack alba

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lug 21 2009

Al funerale di Carlotta

Gli sciacalli d’Occidente si riconoscono dai teleobbiettivi. Spolpano le salme a forza di scatti. Succhiano il dolore come se ripulissero un tavolo operatorio con una cannuccia.

L’altro giorno è morta Carlotta Fondelli, una diciottenne fiorentina. Mi limiterò a descrivere asetticamente l’evento, perché voglio tornarci con maggior dovizia di particolari per fare delle riflessioni circa il ruolo dei tutori dell’ordine in questa società.
La sera del 15 luglio lei era su uno scooter con il suo ragazzo. Hanno passato un incrocio col verde. Un’auto-civetta dei vigili, senza accendere sirena e lampeggianti in tempo utile, ha bucato il rosso a grandissima velocità. Stavano portando a identificare una puttana. Lo scooter è stato preso in pieno: lui si è rotto una gamba, lei è morta.

Io non la conoscevo. Non conoscevo le sue compagnie di amici. Un mio amico però è stato suo compagno di scuola alle elementari, e sabato mattina l’ho accompagnato al funerale. Mi ha fatto piacere stargli vicino: vanto un ottimo rapporto con la morte.
La cerimonia funebre è stata davvero commovente, in certi punti, anche se io sono fortemente contrario ai funerali tradizionali.
Sì, non sopporto di vedere persone che piangono senza sapere perché. O disperate perché qualcosa è finito – non commosse perché qualcosa c’è stato. Come un bambino che venga portato via da Disneyland a metà giornata. Oh, piccola nota interpretativa: non prendetemi per cinico. Ovviamente c’erano tante, tante persone il cui sincero dolore sgorgava dagli occhi. Però però però…800px-Chiesa_dei_sette_santi_3

Il fatto è che quando si va a un funerale bisogna essere tristi. Niente sorrisi. Niente saluti alle persone che incontri e non vedevi da tanto tempo. Se non sei abbastanza triste da avere gli occhi lucidi, ti devi sentire in colpa. Se piangi, le persone che sono lì per rappresentanza o buona creanza o apparizione mondana impegnata, ti ammireranno. Tutti costoro, infatti, indossano occhiali da sole per nascondere gli occhi sconvenientemente asciutti.

Il prete, dall’altare, blatera sgomento, dopo aver invano passato la notte a scartabellare i suoi vecchi appunti di Teodicea» per trovare una giustificazione accettabile per la morte insensata di una diciottenne alla luce della bontà divina. “Viene da dire: se Tu fossi stato con lei, non sarebbe morta. Ma…” giro di parole, questione elusa. Un’altra vittoria per la casta sacerdotale. Ha la tonaca bianca e i paramenti viola e promette vita eterna in paradiso. Mi chiedo che posso promettere io quando indosso il mio cappotto nero rifinito alla Wilde e la camicia rossa col jabot.
Il prete chiede disperatamente di credere, di credere, affidando al trascendente dogmatico qualcosa che potrebbe tranquillamente restare aldiqua del cielo. Parla di peccati e peccatori: be’, perdonalo, Padre, perché non sa quello che dice. Le persone, contrite, si percuotono il petto dicendo a denti stretti “mia colpa, mia colpa…”. Curioso che fuori dalla chiesa la colpa sia sempre altrui per tutto. Il prete legge brani della bibbia. Sceglie i classici, Apocalisse e Lazzaro. Con quelli si va sul sicuro – come a ordinare un Martini bianco con ghiaccio.
Ave Maria di Schubert. La folla riceve l’ostia e torna al suo posto, e ciascuno tiene una mano sugli occhi, fingendo di tentare di cogliere un mistero – senza capire che il mistero del pane è il suo esser corpo della terra, sostentamento primo dell’Uomo, frutto di un bel mondo in cui ogni vita condivide lo stesso respiro e nulla ha bisogno di transustanziare. C’è così tanta gente che stavolta eccezionalmente riceve l’ostia da farmi temere. Ci saranno ostie per tutti?
Una volta che il vecchio sacerdote trova il buon gusto per far parlare altri, inizia la parte commovente.

Parla la zia del fidanzato di Carlotta. Fa un discorso molto bello, sottolineando i suoi aspetti maturi – l’aveva conosciuta solo una settimana prima al mare. Alla fine si lascia prendere dal sentimento e invoca ingenuamente un Futuro di Giustizia in cui non muoiano diciottenni. Viene bruciato l’incenso. Fumo e profumo, luci e voci tremolanti. Adoro l’incenso. Anche se la sua costante presenza ai funerali mi spenge un po’ lo slancio entusiastico nei suoi confronti.
Parlano gli amici, i compagni di classe. Tutto molto sentito, anche se dall’esterno gli interventi mi sono parsi piuttosto superficiali. Capisco che magari, dopo una simile perdita, non si articolino bene le parole, ma ciò che si prova per una persona – quello che la persona è stata – dopo che muore diventa cristallino. E si è parlato di sguardo, di occhi. Non di qualcosa che abbia fatto, non dei suoi sogni, non di quello che in particolare ha trasmesso ai suoi cari, non di come ha migliorato le persone a lei vicine. Ma si sa che comunque il tono commosso commuove.
Parla la sorella gemella. Riesce a stento a pronunciare qualche parola. Dice “Non te l’ho mai detto, te lo dico ora: ti voglio bene”. La bara ha molto apprezzato. In effetti in quel momento mi si è formata in cuore un’antistima per la sorella davvero vertiginosa. Deve morire, tua sorella, per sentirsi dire da te che le vuoi bene? Se il tuo processo di apprendimento funziona così non ti aspetta un bel vivere. Mi raccomando: evitate che capiti anche a voi di dover dire qualcosa del genere.

Infine, la bara viene portata via. Come Mosè davanti al Mar Rosso, separa la folla in due ali. La seguono i parenti e gli amici più stretti, in una sfilata di dolore cui le altre persone partecipano attivamente modulando un volto ancor più sconvolto. Come chi, per non sfigurare al confronto, va vestito elegantissimo alle sfilate di moda.
Poi, l’applauso. L’applauso funebre, il simbolo più sincero della stupidità con cui vengono vissuti i funerali. Un applauso barbaro, oltraggioso, immotivato: la morta non è la protagonista di uno spettacolo teatrale che torna alla ribalta per godersi l’acclamante scroscio. Comunque inizio a credere che l’applauso sia un jolly da usare quando non si sa che fare per riemipre un silenzio. Un silenzio che mai come a un funerale è percepito come pesante, perché si resta a tu per tu con pensieri di morte. A quel punto sarebbe meglio cantare…

Insomma, sì, sono uno stronzo irriverente. Ma questo tipo di funerale (quello classico) è quanto di più idiota sia stato partorito da mente umana. Il funerale serve a chi resta, non a chi se ne va: e allora perché deve essere una cerimonia desolante? Perché deve portarmi via ogni energia?
In Irlanda, dopo la breve funzione funebre, tutti i partecipanti si ritrovano al pub a bere in memoria del morto e raccontando su di lui aneddoti divertenti e sputtananti a livelli incontrovertibili. Da noi?
I funerali hanno il pregio di radunare molte persone che si vedono di rado. Perché non sfruttare l’occasione per salutarsi con piacere sincero, con un sorriso? Dirò di più: NON farlo è un oltraggio al morto, alla rete di affetti, amicizie e relazioni che giorno per giorno ha intessuto, rete che è manifestazione tangibile della sua vita.

Io voglio energia, sorrisi, al mio funerale e a quello dei miei cari. Voglio che le persone se ne vadano contente di aver conosciuto chi è morto. Voglio che siano consapevoli di quello che da lui hanno preso. Voglio che festeggino, che ridano raccontando ricordi e che riallaccino rapporti affievoliti. Voglio che vengano suonate le canzoni che abbiamo ascoltato e cantato tutti insieme. Voglio che le persone tristi siano coinvolte da quelle che riescono a trasmettere l’entusiasmo del momento. Non voglio vedere bare costose o ampie corone di fiori. Voglio vedere bottiglie di vino squisito da bere alla propria salute, e voglio vedere i fiori ornare i capelli delle donne e le giacche degli uomini – perché tutti meritano di portare un fiore addosso. Anche se morissi presto e in maniera insensata, o se toccasse a qualcuno che amo, vorrei belle parole, sensibili, intelligenti, degne di chi muore ma non rivolte a lui. Voglio che la gente al funerale si senta fortunata. E voglio che la gente balli, perché quando la gente balla la morte non fa più paura.

Nulla di questo ho visto al funerale di Carlotta, morta in maniera insensata e coerentemente onorata con un funerale altrettanto senza senso.

Fra l’altro… Durante la cerimonia prendevo appunti. Qualcuno ha avuto da ridire, voleva linciarmi.
A quanto pare scrivere è mancare di rispetto. Be’, io l’ho detto che sono uno stronzo irriverente. Ma vi consiglio comunque di ascoltarmi.

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Disciplina teologica che analizza il rapporto fra la bontà di Dio e la presenza del male nel mondo. Dal greco, “Giustizia di Dio”.

I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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