lug 27 2009

L’Hinduismo non esiste

Lo sapevate che la religione Hindu non esiste?
Ora lo sapete.

Trattasi di una mera categorizzazione occidentale che appiattisce una realtà religiosa vasta e varia come un prato fiorito. Ma facciamo un passo indietro.
Alla fine del XV secolo, Da Gama doppia il capo di Buona Speranza e arriva in India. I secoli successivi saranno per l’Occidente un folle volo verso l’invasione e la conquista di questo paese di Bengodi straripante di ricchezze.
Quella occidentale, però, non era la prima grande invasione che l’India subiva: dai primi scontri nell’VIII secolo dopo Cristo, passando per la costituzione del Gran Sultanato di Delhi nel XII e arrivando fino alla fioritura del rigoglioso Impero Moghul fa il XVI e XVIII secolo, l’India ha subito una pesantissima presenza musulmana di vertice, attenuatasi solo con la decadenza dell’Impero Moghul stesso e l’arrivo degli Europei.
Il modo in cui funzionavano le invasioni islamiche era piuttosto semplice ed enormemente efficace. Gli Arabi sono sempre stati (e sono tutt’ora, è un fattore culturale) dei grandissimi commercianti. Abili e occhiuti ma umani come pochi nella storia. E perciò, le loro invasioni, più che sulla punta della scimitarra, venivano portate avanti da orde di commercianti vogliosi di ampliare i propri mercati; oltretutto, la loro invasione incideva in maniera relativamente indolore sulla popolazione, in quanto mirava a colpire e sostituire i vertici del potere senza che null’altro cambiasse. Certo, l’islamizzazione era incentivata, infatti chi si convertiva alla religione del Profeta godeva di certi privilegi, ma non era imposta – e non era imposta nemmeno la Shari’a, il diritto coranico, in quanto legge-solo-per-muslim.
Così in India si rese necessaria una prima classificazione religiosa – attuata attraverso la categorizzazione in “islamici” e “non islamici”. Insomma, già a quel tempo la definizione di Hinduismo necessitò di essere compiuta in negativo, senza dire che cosa fosse, ma constatando che cosa di certo non era.

Roberto de Nobili vestito da sadhu che se ne va a far proseliti per l'India in un'incisione coeva.

Roberto de Nobili vestito da sadhu che se ne va a far proseliti per l'India in un'incisione coeva.

Ma all’europeo seicentesco e cattolico che arriva in India non basta un equilibrio fra mercati e religioni: deve imporsi come un asso di briscola che tutto vince. Così sorge il grande apparato delle Compagnie delle Indie Orientali, e soprattutto, le orde dei missionari si riversano da Mumbai, a Madras, al bacino del Gange. Tutti a far proseliti.
Fra questi, nel 1604, arriva un gesuita, tal Roberto De Nobili. Costui era un geniaccio.

Gli altri missionari, presentandosi in tonaca nera e con gli interpreti, non avevano speranza di risultare graditi alle popolazioni autoctone – specie alla potentissima e acculturatissima casta dei Brahmani -, quindi puntualmente fallivano nella loro attività di proselitismo. Ma De Nobili no. Lui era furbo. Prese a vestirsi come un sadhu, un saggio indiano, e imparò alla perfezione il sanscrito e il tamil. Si spacciò per Brahmano di nobilissime origini, ed ovunque fu rispettato ed ammirato. Successivamente se ne andò, “indus inter indos” di tempio in tempio cercando di comprendere tutte le singole realtà religiose locali, e quando ebbe raccolto abbastanza informazioni stilò una brillantissima, completissima ed elefantiaca silloge dei precetti comuni della “religione Hindu”. Compiuto questo lavoro tornò alle centinaia di templi che aveva visitato, domandando ai Brahmani una valutazione sulla sua opera. Tutti i Brahmani d’ogni parte dell’India furono esaltati da questo lavoro, e tutti lo sottoscrissero, ammirando la maniera così assolutamente brillante con cui magistralmente definiva gli insegnamenti di una religione Hindu universale. Però, era proprio dopo la grande euforia che De Nobili faceva scattare la trappola.
Infatti, parallelamente, aveva stilato una confutazione altrettanto forte di ogni punto della silloge, cosicché i  Brahmani vedessero distruggere in maniera inoppugnabile l’opera che tanto avevano osannato e che nero su bianco li rappresentava. A quel punto De Nobili entrava in modalità-proselitismo e convertiva masse oceaniche di Indiani.

Così, l’enorme varietà di religioni in India fu appiattita sotto una nomenclatura unica. E adesso conoscete la vera storia di come è nata la “religione Hindu”.
E’ necessario tenere presente, però, che la realtà di questa macro-religione fittizia, osservata alla lente d’ingrandimento, è composta da centinaia e centinaia di fili diversi – come un tessuto – e che tutti concorrono allo stesso scopo. Tutti concorrono alla Moksha, cioè alla Liberazione dal Samsara, dal ciclo di reincarnazioni, al fine di riportare l’Uomo al Brahmman, all’Assoluto primo. E questo avviene senza tentativi di conversioni né conflitti fra Hinduismi diversi, ma con una compartecipazione parallela.

Tu segui il brahmacharya e la castità, io seguo il kamasutra ed il piacere: che vinca il migliore, ci becchiamo dopo nel Brahmman.

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lug 21 2009

Al funerale di Carlotta

Gli sciacalli d’Occidente si riconoscono dai teleobbiettivi. Spolpano le salme a forza di scatti. Succhiano il dolore come se ripulissero un tavolo operatorio con una cannuccia.

L’altro giorno è morta Carlotta Fondelli, una diciottenne fiorentina. Mi limiterò a descrivere asetticamente l’evento, perché voglio tornarci con maggior dovizia di particolari per fare delle riflessioni circa il ruolo dei tutori dell’ordine in questa società.
La sera del 15 luglio lei era su uno scooter con il suo ragazzo. Hanno passato un incrocio col verde. Un’auto-civetta dei vigili, senza accendere sirena e lampeggianti in tempo utile, ha bucato il rosso a grandissima velocità. Stavano portando a identificare una puttana. Lo scooter è stato preso in pieno: lui si è rotto una gamba, lei è morta.

Io non la conoscevo. Non conoscevo le sue compagnie di amici. Un mio amico però è stato suo compagno di scuola alle elementari, e sabato mattina l’ho accompagnato al funerale. Mi ha fatto piacere stargli vicino: vanto un ottimo rapporto con la morte.
La cerimonia funebre è stata davvero commovente, in certi punti, anche se io sono fortemente contrario ai funerali tradizionali.
Sì, non sopporto di vedere persone che piangono senza sapere perché. O disperate perché qualcosa è finito – non commosse perché qualcosa c’è stato. Come un bambino che venga portato via da Disneyland a metà giornata. Oh, piccola nota interpretativa: non prendetemi per cinico. Ovviamente c’erano tante, tante persone il cui sincero dolore sgorgava dagli occhi. Però però però…800px-Chiesa_dei_sette_santi_3

Il fatto è che quando si va a un funerale bisogna essere tristi. Niente sorrisi. Niente saluti alle persone che incontri e non vedevi da tanto tempo. Se non sei abbastanza triste da avere gli occhi lucidi, ti devi sentire in colpa. Se piangi, le persone che sono lì per rappresentanza o buona creanza o apparizione mondana impegnata, ti ammireranno. Tutti costoro, infatti, indossano occhiali da sole per nascondere gli occhi sconvenientemente asciutti.

Il prete, dall’altare, blatera sgomento, dopo aver invano passato la notte a scartabellare i suoi vecchi appunti di Teodicea» per trovare una giustificazione accettabile per la morte insensata di una diciottenne alla luce della bontà divina. “Viene da dire: se Tu fossi stato con lei, non sarebbe morta. Ma…” giro di parole, questione elusa. Un’altra vittoria per la casta sacerdotale. Ha la tonaca bianca e i paramenti viola e promette vita eterna in paradiso. Mi chiedo che posso promettere io quando indosso il mio cappotto nero rifinito alla Wilde e la camicia rossa col jabot.
Il prete chiede disperatamente di credere, di credere, affidando al trascendente dogmatico qualcosa che potrebbe tranquillamente restare aldiqua del cielo. Parla di peccati e peccatori: be’, perdonalo, Padre, perché non sa quello che dice. Le persone, contrite, si percuotono il petto dicendo a denti stretti “mia colpa, mia colpa…”. Curioso che fuori dalla chiesa la colpa sia sempre altrui per tutto. Il prete legge brani della bibbia. Sceglie i classici, Apocalisse e Lazzaro. Con quelli si va sul sicuro – come a ordinare un Martini bianco con ghiaccio.
Ave Maria di Schubert. La folla riceve l’ostia e torna al suo posto, e ciascuno tiene una mano sugli occhi, fingendo di tentare di cogliere un mistero – senza capire che il mistero del pane è il suo esser corpo della terra, sostentamento primo dell’Uomo, frutto di un bel mondo in cui ogni vita condivide lo stesso respiro e nulla ha bisogno di transustanziare. C’è così tanta gente che stavolta eccezionalmente riceve l’ostia da farmi temere. Ci saranno ostie per tutti?
Una volta che il vecchio sacerdote trova il buon gusto per far parlare altri, inizia la parte commovente.

Parla la zia del fidanzato di Carlotta. Fa un discorso molto bello, sottolineando i suoi aspetti maturi – l’aveva conosciuta solo una settimana prima al mare. Alla fine si lascia prendere dal sentimento e invoca ingenuamente un Futuro di Giustizia in cui non muoiano diciottenni. Viene bruciato l’incenso. Fumo e profumo, luci e voci tremolanti. Adoro l’incenso. Anche se la sua costante presenza ai funerali mi spenge un po’ lo slancio entusiastico nei suoi confronti.
Parlano gli amici, i compagni di classe. Tutto molto sentito, anche se dall’esterno gli interventi mi sono parsi piuttosto superficiali. Capisco che magari, dopo una simile perdita, non si articolino bene le parole, ma ciò che si prova per una persona – quello che la persona è stata – dopo che muore diventa cristallino. E si è parlato di sguardo, di occhi. Non di qualcosa che abbia fatto, non dei suoi sogni, non di quello che in particolare ha trasmesso ai suoi cari, non di come ha migliorato le persone a lei vicine. Ma si sa che comunque il tono commosso commuove.
Parla la sorella gemella. Riesce a stento a pronunciare qualche parola. Dice “Non te l’ho mai detto, te lo dico ora: ti voglio bene”. La bara ha molto apprezzato. In effetti in quel momento mi si è formata in cuore un’antistima per la sorella davvero vertiginosa. Deve morire, tua sorella, per sentirsi dire da te che le vuoi bene? Se il tuo processo di apprendimento funziona così non ti aspetta un bel vivere. Mi raccomando: evitate che capiti anche a voi di dover dire qualcosa del genere.

Infine, la bara viene portata via. Come Mosè davanti al Mar Rosso, separa la folla in due ali. La seguono i parenti e gli amici più stretti, in una sfilata di dolore cui le altre persone partecipano attivamente modulando un volto ancor più sconvolto. Come chi, per non sfigurare al confronto, va vestito elegantissimo alle sfilate di moda.
Poi, l’applauso. L’applauso funebre, il simbolo più sincero della stupidità con cui vengono vissuti i funerali. Un applauso barbaro, oltraggioso, immotivato: la morta non è la protagonista di uno spettacolo teatrale che torna alla ribalta per godersi l’acclamante scroscio. Comunque inizio a credere che l’applauso sia un jolly da usare quando non si sa che fare per riemipre un silenzio. Un silenzio che mai come a un funerale è percepito come pesante, perché si resta a tu per tu con pensieri di morte. A quel punto sarebbe meglio cantare…

Insomma, sì, sono uno stronzo irriverente. Ma questo tipo di funerale (quello classico) è quanto di più idiota sia stato partorito da mente umana. Il funerale serve a chi resta, non a chi se ne va: e allora perché deve essere una cerimonia desolante? Perché deve portarmi via ogni energia?
In Irlanda, dopo la breve funzione funebre, tutti i partecipanti si ritrovano al pub a bere in memoria del morto e raccontando su di lui aneddoti divertenti e sputtananti a livelli incontrovertibili. Da noi?
I funerali hanno il pregio di radunare molte persone che si vedono di rado. Perché non sfruttare l’occasione per salutarsi con piacere sincero, con un sorriso? Dirò di più: NON farlo è un oltraggio al morto, alla rete di affetti, amicizie e relazioni che giorno per giorno ha intessuto, rete che è manifestazione tangibile della sua vita.

Io voglio energia, sorrisi, al mio funerale e a quello dei miei cari. Voglio che le persone se ne vadano contente di aver conosciuto chi è morto. Voglio che siano consapevoli di quello che da lui hanno preso. Voglio che festeggino, che ridano raccontando ricordi e che riallaccino rapporti affievoliti. Voglio che vengano suonate le canzoni che abbiamo ascoltato e cantato tutti insieme. Voglio che le persone tristi siano coinvolte da quelle che riescono a trasmettere l’entusiasmo del momento. Non voglio vedere bare costose o ampie corone di fiori. Voglio vedere bottiglie di vino squisito da bere alla propria salute, e voglio vedere i fiori ornare i capelli delle donne e le giacche degli uomini – perché tutti meritano di portare un fiore addosso. Anche se morissi presto e in maniera insensata, o se toccasse a qualcuno che amo, vorrei belle parole, sensibili, intelligenti, degne di chi muore ma non rivolte a lui. Voglio che la gente al funerale si senta fortunata. E voglio che la gente balli, perché quando la gente balla la morte non fa più paura.

Nulla di questo ho visto al funerale di Carlotta, morta in maniera insensata e coerentemente onorata con un funerale altrettanto senza senso.

Fra l’altro… Durante la cerimonia prendevo appunti. Qualcuno ha avuto da ridire, voleva linciarmi.
A quanto pare scrivere è mancare di rispetto. Be’, io l’ho detto che sono uno stronzo irriverente. Ma vi consiglio comunque di ascoltarmi.

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Disciplina teologica che analizza il rapporto fra la bontà di Dio e la presenza del male nel mondo. Dal greco, “Giustizia di Dio”.

giu 22 2009

L’Onda verde

Be’, chiunque ha dei pregiudizi. Io ne avevo uno ben radicato, che in questi giorni ho avuto l’immenso piacere di poter vedere sgretolarsi davanti alla meravigliosa realtà dei fatti.

Il 12 giugno in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali. Quando si sente parlare di Iran, di questi tempi ci viene subito in mente Ahmadinejad che sbraita sulla distruzione di Israele, che fa di tutto per creare incidenti diplomatici, un presidittatore ultranazionalista – e un paese che gli va dietro appecorato. “Sai, con una religione come quella islamica dopotutto risulta difficile alzare il capo contro autorità religiose come la Guida Suprema e Ayatollah Khamenei che appoggia Ahmadinejad, quindi capisco che la gente si ingreggisca e imbarbarisca arroccandosi su posizioni perconservatrici veteromusulmane”. Questo pensavo. Ma avevo torto.

Il 12 giugno in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali. Mi immaginavo fossero una formalità per rieleggere Ahamadinejad. Pensavo che il popolo intero dell’Iran adorasse il suo presidente, e le sue violentissime politiche estere ed economiche. Vedete che cosa porta a pensare l’ignoranza?

Il 12 giugno in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali. Attese a gloria da gran parte degli Iraniani nella speranza concreta di poter davvero cambiare le cose. Cambiare un’economia fallimentare, un’apertura sul mondo inesistente, un regime reazionario e violento. «Stasera tutti a casa, zero provocazioni. La polizia po­trebbe cancellare le elezioni». «Non fare differenze tra i seg­gi nelle scuole o nelle mo­schee, concentrare i voti solo nelle scuole aumenterebbe la possibilità di brogli». «Porta la tua penna, quelle ai seggi hanno l’inchiostro simpatico che scompare dopo un’ora». E la gente andava fiera alle urne, con negli occhi la scintilla di chi sente nell’aria che il proprio mondo si può davvero cambiare. Ed ecco che cosa ho visto di nuovo.

Due giorni dopo risultava chiaro vincitore Ahmadinejad, anche e soprattutto nei seggi della capitale Teheran, dove più che in ogni altro luogo i milioni di sostenitori degli altri candidati, Moussavi in testa, avevano manifestato la propria massiccia presenza. E’ così risultato che di seggi irregolari nel conteggio e nel trasporto delle schede ce ne sono stati quasi 700. Ahmadinejad però ha escluso controlli e riconteggi, e si è affrettato a riprendere ufficialmente il ruolo di presidente dell’Iran.

Allora è successa la meraviglia: è nata l’Onda Verde.
Una manifestazione quotidiana di milioni di persone nella capitale, vestite di verde o con fazzoletti verdi al collo – verde, il colore dello schieramento di Moussavi, il colore dello stendardo del Profeta, il colore dei giardini del paradiso che sogna chi vive nel deserto.

Ahmadinejad ha fatto oscurare i mezzi telematici, ha bloccato gli sms, ha stretto in una morsa televisioni e giornali, confinato i giornalisti esteri, e ha sguinzagliato i Pasdaran armati per le strade. Ma dai tetti dei palazzi le persone cantano “Allah-u-Akbar!” “Dio è grande!”, sulle banconote circolanti viene scritto “Dov’è il mio voto?”, e la folla oceanica che sfila in strada è composta, in certe parti silenziosa, in certe parti motteggiante, e i giovani recitano ad alta voce poesie composte sul momento, facendo onore alla loro tradizione» . I Pasdaran manganellano e sparano, arrestano, uccidono, mandano a morte, ma nessuno dei manifestanti li attacca, né si difende. Le ossa dei manifestanti vengono rotte dai soldati ma nessuno smette di cantare. I proprietari dei palazzi in cui vogliono entrare i Pasdaran barricano le porte e incitano chi sta sui tetti a cantare più forte, tutti vivi, tutti pervasi da una gioia irrefrenabile e titanica che rende tutti eroi.

It is the same life that shoots in joy through the dust of the earth
in numberless blades of grass
and breaks into tumultuous waves of leaves and flowers
. (Tagore)

E così, attraverso la polvere del deserto è sbocciata un’Onda Verde di vita, tumultuosa e bellissima come le chiome degli alberi attraversate dal vento, solare e colorata come un prato fiorito.
Allora questi sono uomini. Allora questi sono nostri fratelli. La Nonviolenza di chi ha addosso la gioia vincerà sempre la Violenza di chi ha dentro l’ira o l’odio. Le onde del mare non si possono respingere o fermare con manganelli, pistole e scudi antisommossa. I dittatori non possono nulla sulle nostre anime e sulla Vita. Perché il loro potere è la Morte, ma la Vita è più forte della Morte.

teheran-voters

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Che mentre noi affogavamo nel medioevo dell’ XI secolo, i Persiani facevano rivivere Orazio e Alceo in Omar Hayyam, che cantava del vino e dell’oggi

mag 26 2009

Forse, è perché sono un selvaggio e non capisco

Che sia invenzione o no, non mi interessa: il pensiero sciupa la Bellezza.
A voi, un estratto della lettera al Presidente degli Stati uniti Pierce scritta dal pellerossa Capo Seattle, nell’
Anno Domini 1854. Qui, la versione integrale in inglese.

Capo Seattle

Il Grande Capo di Washington ci manda a dire che desidera comprare la nostra terra. Il Grande Capo ci manda anche parole di amicizia e di buona volontà, e questo è gentile da parte sua, visto che ha ben poco bisogno della nostra amicizia. Prenderemo in considerazione la proposta perché sappiamo che, se non vendiamo la terra, l’uomo bianco potrebbe prendersela con il fucile.
Ma come si possono comprare il cielo e il calore della terra? Per noi è un’ idea strana. Se non possediamo la freschezza dell’aria e lo scintillio dell’acqua, come è che voi potete acquistarli? Leggi tutto…

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feb 15 2009

Arrivano i barbari

Esistono molti tipi di invasioni barbariche. Di solito le immaginiamo stile invasione dell’Impero Romano: da una parte una civiltà raffinata, grande ed evoluta ma ormai esausta, e dall’altra un’orda di giovani zozzi adusi all’esercizio della forza che sfondando le frontiere si danno al saccheggio sfrenato.
Senza dubbio questo si è verificato spesso, ma… è facile trovare, nella storia, casi in cui lo scenario fosse totalmente invertito. Anzi, casi del genere sono ancora più comuni rispetto a quelli classici.

Perché ne sto parlando adesso, mi chiedi?
Be’, lo Stato neozelandese ha dovuto pagare un indennizzo multimilionario ad alcune tribù Maori per aver sfruttato una loro danza sacra (la Haka, la celeberrima danza di guerra Maori – quella degli AllBlacks, per intendersi); queste tribù ne hanno inoltre ottenuto i diritti d’autore. Una volta tanto, mi verrebbe da dire, la Giustizia funziona. Ma adesso sforziamoci di procedere col nostro ragionamento in maniera lineare, senza divagare.
I Maori vivono nelle foreste e conducono una vita da primitivi. Noi comunichiamo coi satelliti, viaggiamo in aereo e portiamo abiti raffinati.

Ma chi è davvero il barbaro?
E’ barbaro chi parla una lingua diversa dalla nostra e caccia nella foresta indossando solo un gonnellino o è barbaro chi parla la nostra stessa lingua, deruba il Maori dei suoi ori e ne scimmiotta la danza sacra per una pubblicità della FIAT?
E’ barbaro chi indossa cappelli piumati e fa sacrifici agli dèi o è barbaro chi sbarca su un Nuovo Mondo e ne stermina le millenarie civiltà col fucile in spalla, la Bibbia in mano e la sifilide nei pantaloni mandando in patria pesanti galeoni stracarichi d’oro per saziare un’ingordigia senza fondo?
E’ barbaro chi ci invade coi gommoni perché ha nuovi Unni alle calcagna o per la speranza di un domani migliore o è barbaro chi, negli intervalli del Grande Fratello, propone di affondarli» , quei gommoni? Leggi tutto…

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Vi consiglio, in proposito, di seguire questo link ad un pittoresco gruppo Facebook di gente di mondo con la testa sulle spalle, solidi principi, imponente cultura e ampi orizzonti.

I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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