mar 8 2011

La donna la donna la donna… ma il cinema?

E’ un periodo di gran fermento, sul fronte femminile: le donne sono risolute. Esigono un cambiamento della propria immagine nella società, ripulendola dalla mercificazione, dall’indegna situazione di squallore morale in cui è costretta o attirata, da un’inferiorità di fatto che colpevolmente ne danneggia le virtù e ne frustra le aspirazioni.

Come siamo lontani da “L’eterno femminino che sempre ci eleva” del Faust di Goethe!

Ciononostante, al solito, voglio essere estremamente critico, e perdonerete le provocazioni – se vi sembreranno tali.

Cambiare il purtroppo verissimo cliché dell’uomo che davanti alle poppe perde la testa e che tratta la donna come un insieme non omogeneo di seni, natiche, labbra e cosce è responsabilità dell’uomo. Come umano di sesso maschile, trovo assolutamente necessario risollevare il mio sesso dalla barbarie intellettuale e sessual-istintuale in cui cade in relazione alla donna. Insomma, il professore che all’esame di una ragazza discorre col suo decoltée mi imbarazza – e la trovo una problematica di genere, non un banale e singolare caso di favoritismo. Infatti allo stesso modo sono terribili le migliaia di casi analoghi in cui l’uomo cede all’abbrutimento.
Questo per sottolineare come il problema sia bilaterale, per un animo sensibile.

Ad ogni modo temo che la donna, pur con le imponenti manifestazioni e il diffuso odore di mimosa non riuscirà ad ottenere risultati apprezzabili su questa via a meno di una presa di consapevolezza più ampia che ha come tappa fondamentale il modello.
Mi spiego meglio.

“Verba docent, exempla trahunt dicevano i latini. Le parole insegnano, gli esempi trascinano.
Tutti sappiamo che la donna non ha da esser mercificata (orrendo aggettivo molto à la page), che le sue realizzazioni personali non possono essere umiliate, che sono tutte indignate e via dicendo. Ma che cosa vedo se mi guardo intorno? Niente polemica, si parte dall’osservazione.

Nella mia quotidianità, specie universitaria, vedo un gran numero di donne, di ragazze che invece cavalcano la realtà dei fatti - sordida onda – vivendo in maniera succube ogni aspetto della propria vita, dalla professione ai sentimenti, liete di un’esistenza deresponsabilizzata. Come fanno anche gli uomini, ma per motivi diversi. E ci parlo, e resto agghiacciato.
Uomini e donne apprendono gli uni dalle altre come comportarsi reciprocamente, quindi come stupirsi, mi domando, se i miei coetanei trattano le donne come rumorose suppellettili necessarie a certi svaghi? Certo, mi stupisco perché questi miei coetanei dimostrano un intelletto profondo come un graffio, e sono costernato che le loro decisioni siano assunte collegialmente da gonadi e pene. Ma quale di queste donne che vedo vuole essere un modello? E come è possibile che l’immaginario di queste persone indugi con tanta intensa voluttà e innocenza su Colazione da Tiffany? Non scordiamoci che la Hepburn vi interpreta una puttana che fa la puttana per fare la bella vita. E’ Ruby Rubacuori: e non scordiamo che le sex symbol sono, appunto, solo sex symbol. Ma proprio qui volevo arrivare.

I modelli che ci danno i media sappiamo che sono marci fino al midollo. Qualche giorno fa dondolavo l’amaca del mio pensiero sul perché le pubblicità per i reggiseni push-up siano fatte a misura d’uomo – e ciò a cui giungevo non mi piaceva. Ma l’arte?

Nell’arte – che sia teatrale, figurativa, letteraria ma soprattutto cinematografica – perché non si selezionano i modelli adatti a portare avanti una nuova idea di donna, un ruolo femminile della vita concreta che non sia d’oggetto né di parodia dell’uomo? Un ruolo in cui veramente le masse femminili possano ritrovarsi, cui possano ispirarsi per una nuova libertà, per una nuova, piena realizzazione, e da cui gli uomini possano trarre delle conclusioni mature su come è che si debbano comportare?

Vedevo il celebratissimo “Il cigno nero“. Oscar alla migliore attrice, Natalie Portman. Un film in cui la donna – ogni donna del film – è presentata come un’entità assolutamente instabile, incapace di vivere i propri sentimenti in maniera matura, preda di un disagio strutturale che la porta invariabilmente a manie di controllo, psicosi gravi o promiscuità da meretricio gratuito, che gravita attorno a un personaggio maschile che abusa (non solo moralmente) di lei e di cui lei comunque deve ricercare l’approvazione.
Se l’oscar di migliore attrice va a questo ruolo, butta male. A prescindere dall’attrice, che mi piace anche e che stimo.

Io credo che la rivoluzione non possa prescindere da una selezione artistica dei modelli. Modelli da cercare e promuovere per essere a propria volta modelli, per essere esempi trainanti. La donna sensibile che voglia sensibilizzare non credo possa prescindere dal leggere e prestare e regalare i libri di Amado, della Allende.

Al solito io temo molto più il sotterraneo del palese. Mentre il palese è facile disinnescarlo, e quindi le pubblicità e il bunga bunga a mio avviso non rappresentano una minaccia così concreta, il sotterraneo universalmente ritenuto innocuo, o entrato nella cultura generale è pericolosissimo, e vero ostacolo alle affermazioni nuove della donna.

Finché si penserà che è normale per una bella ragazza alzare un po’ di quattrini facendo la ragazza-immagine piroettando a culo scoperto perché pecunia non olet, niente cambierà. Finché si penserà che le sex symbol sono simboli di femminilità a cui rifarsi, niente cambierà. Finché si penserà che dopotutto un esercizio di potere legato al sesso in certi casi è accettabile, niente cambierà.

Uomini e donne sono indissolubilmente legati: la cultura maschile è specchio di quella femminile e viceversa. La responsabilità del cambiamento è di entrambi. E ciascuno deve pensare al massimo che può fare per coltivare concretamente una cultura nuova.

Buona festa della donna.

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gen 22 2011

Il teschio da cinquanta milioni di sterline

Quasi sospeso.
Nel buio profondo immobile della piccola stanza, su un invisibile piedistallo nero e protetto da una spessa teca cristallina, il teschio, tempestato da migliaia di diamanti, illuminato, solo, da piccoli fari che lo fanno barbagliare di tutti i colori dell’iride, ti guarda con le brillanti orbite vuote e ti sorride, grottesco, con denti antichi e marci che trecento anni fa veramente hanno masticato cibo, beffardo, con la sua invisibile guardia armata che respira nel cubicolo, e la senti respirare, e con la radio le annunciano che altri stanno per entrare, e in perfetto silenzio ti scosta la tenda per farti uscire. Guardi ancora il teschio, guardi il gigantesco diamante a goccia che ha incastonato in fronte e la corolla di altre gocce che lo circondano, rispondi al sorriso ed esci. “For the love of God”, opera di Damien Hirst.


Ero in centro, in pausa dallo studio. Nella biblioteca in cui sono vedo un libro che ha in copertina il teschio di diamante di Hirst, e mi dico “Diavolo, è in mostra a Palazzo Vecchio. Quasi quasi faccio un salto”. Mollo zaino e libri lì, metto il giubbotto e trotto verso Piazza della Signoria.
E’ sempre un piacere passare fra il David ed Ercole, ed entrare in Palazzo Vecchio, essere accolti in cortile dallo scrosciare gentile della fontana, passare fra le larghe colonne decorate e sotto le volte affrescate. Mi dirigo alla biglietteria: nell’ufficio le persone stanno scherzando, mi accolgono sorridendo e mi chiedono se possono essermi d’aiuto. Domando un biglietto per la mostra di Hirst, pago ridotto, ci salutiamo cordialmente, esco e salgo per gli scaloni.
Amo le scalinate dei vecchi palazzi fiorentini: hanno gradini lunghissimi e bassissimi, che accompagnano il passo, buoni per fermarsi a parlare, da fare lenti. “Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale“, dice Cacciaguida a Dante nel diciassettesimo canto del Paradiso, proprio per questo.

Arrivo al Salone dei Cinquecento, immenso, ricco, aereo, dove il brusio si ovatta nella lontananza delle pareti dipinte e fra le statue di marmo. Dov’è la mostra? Mi volto sulla destra e vedo i cartelli e mi meraviglio subito: per arrivare alla stanza del teschio il passaggio è obbligato attraverso lo Studiolo di Francesco I! Una piccola stanza che di solito è chiusa e che è una dei gioielli più meravigliosi nello scrigno di Firenze.
Entrando mi attardo un attimo, un ragazzo mi supera spedito, si avvicina all’ingresso della saletta del teschio diretto, senza rallentare, e noto una custode che parlando in una radiolina annuncia che “sta entrando una persona”. Io mi fermo a guardare lo Studiolo. Mi metto a parlare con la ragazza addetta alla cura della stanza e degli utenti della mostra, è molto bella e molto simpatica, ridiamo, ci scambiamo le impressioni e i sentimenti, ci indichiamo i particolari dello Studiolo col dito.

Sul soffitto, affrescati uno per lato e conferenti il tema ad ogni parete, i quattro elementi, nelle sembianze di bellissime donne, e negli angoli le loro unioni rappresentate come putti abbracciati – in amore o lotta? – e le rappresentazioni dei relativi umori della medicina ippocratica. Due tondi con dipinti i genitori di Francesco si affrontano ai due lati dello studiolo, circondati dallo zodiaco – magico circolo dell’avvicendarsi dei mesi e delle stagioni. Le pareti sono grandi armadi, ed ogni anta un dipinto, mitologico, naturalistico, magico – Francesco I vi teneva i suoi tesori più preziosi, le gioie più rare, gli oggetti di maggiore onore, ripartiti per affinità con l’elemento naturale che comanda la singola parete. Alcune nicchie ospitano piccole statue dalla grande grazia e dal forte simbolo.
Insomma, un’armonia complessa, riecheggiante, che parla dei lenti e vivissimi cicli della natura con colori caldi, con scricchiolii boschivi, con arte intenta e col mistero delle ante serrate, un luogo chiuso che diventa sintesi di tutto ciò che è aperto, stretto e che respira largo come fanno le maree.
Infine mi decido a passare oltre.

La ragazza mi annuncia. Scosto la pesante tenda nera da cinema ed entro.
Vedo la guardia in penombra, prima che la tenda torni a coprire ogni luce. Questa vezzosa testa umana spolpata e ricoperta di diamanti ghigna, serafica. Le giro intorno, mi godo lo sbrilluccicare dei diamantini – quasi vetruzzi su una borsa kitsch: mi esaltano di colorucci fatui che al mio movimento cangiano rapidissimi.

Nello Studiolo ero un uomo al centro della natura, parte di essa nel modo più profondo e partecipe, abbeverato nella luce dai preziosissimi simboli dei suoi cicli immortali, e ridevo e condividevo la gioia. Nello stanzino, forzato a fissare il teschio di diamante, sinolo di morte e di eterna infertilità dal titanico prezzo in denaro, scrigno che non contiene più niente di valore, piantonato da una guardia silenziosa e minacciosa che ogni tanto mi ricordava il numero dei diamanti incastonati, lo dovevo adorare come unica fonte di luce, sospeso nel buio.

Ne esco. Faccio il giro. Torno allo Studiolo e con la mano e il sorriso saluto la bella custode, che ricambia con gioia. Faccio una rapida visita del resto del Palazzo fino alla Giuditta e Oloferne di Donatello e alla Sala delle Carte Geografiche, poi torno giù rapido, ripasso dalla biglietteria, saluto e ringrazio, ed esco dal Palazzo nella luce abbacinante della piazza.

Certo che a livello artistico il Teschio di Damien Hirst, senza lo Studiolo di Francesco I, ha veramente il valore di un servizio di Studio Aperto.

Poco dopo ho incontrato un amico, che mi ha chiesto come si chiamasse l’opera. Controllo sul taccuino. “For the love of God“. Che immagino si possa tradurre “Ma per l’amordiddìo!

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nov 25 2010

Assetto antisommossa

Scriverò, e quello che scriverò non piacerà a tanti. Men che meno piacerà a me scriverlo.

Antefatto e precisazioni

Oggi, al Polo universitario di Scienze Sociali di Novoli, a Firenze, era invitata Daniela Santanchè, controversa sottosegretaria di Stato per l’Attuazione del Programma di governo – invitata da Studenti per le Libertà, associazione di studenti rispondente al PdL. Tema dell’incontro: immigrazione.
A me la Santanchè non piace, ha più volte espresso posizioni xenofobiche, omofobiche, razzistiche e perfino aderenti tout-court al fascismo con cui è impossibile, da persone sensate, concordare.
Vado a raccontare la mia esperienza e le mie riflessioni e le mie domande.

Arrivo all’università

Me la sono presa comoda, arrivo poco dopo le 10. L’incontro è previsto per le 10:30. Gran fermento e facce conosciute. Vedo un gazebo della Lega montato per l’occasione dirimpetto all’edificio. Mi dicono che ci sono state delle discussioni. Entro nell’edificio (il D4), e c’è una gran confusione. Subito emergono due parole che saranno fra le più usate: “Vergogna!” e “Inaccettabile!“. Dei megafoni spiegano che è una vergogna inaccettabile che una dichiarata fascista entri in un luogo pubblico a parlare, poiché contro la Costituzione.
Prima nota: mi aggiravo con penna e taccuino, quello che riporto è quello che ho registrato su carta con inchiostro.
Seconda nota: dire che la Costituzione impedisce a una persona – comunque si qualifichi – di entrare in un luogo pubblico e di esercitare la libertà di parola, significa non avere idea di che cosa sia la Costituzione. E dirlo nell’edificio della facoltà di giurisprudenza è umoristico.
Aleggiano cori sui padroni dal delicato sapore veterocomunista; nel mentre io entro nella stanza in cui si terrà il dibattito.
Industriosi affiliati di Studenti per le Libertà avevano appeso i loro manifesti in tutta la stanza. Squallidi addobbi. Personcine d’altra schiatta li strappavano lasciandoli a terra, o appallottolandoli e gettandoli nella foresta di sedie – irrecuperabili. Qualcuno, cavalcando l’onda di ribellione, si accendeva una sigaretta nella stanza. Fuck the Law, il polmone è mio e me lo gestisco io.
Terza nota: si protesta contro il fascismo e si impone il fumo in un luogo chiuso fregandosene di leggi conquistate? Gli sfoghi d’anarchia sono piacevoli come scoregge in ascensore.
Anyway il comizio che un megafonante tiene nella stanza non mi interessa: voglio la Santanchè. Ma si inizia a vociferare che l’incontro sarà spostato altrove – altro edificio del Polo. Esco, mi informo e vado.

L’attesa e la polizia

Cammino spedito. Sono lì per sentire la Santanchè e magari, se c’è occasione, per cercare di farle le giuste domande che palesino le sue agghiaccianti posizioni – dopotutto la persona migliore per screditare qualcuno è lui stesso. Non voglio essere scambiato per un attaccabrighe da nessuno, quindi sono vestito di conseguenza. Cappotto, gilet, ascot al collo.

Arrivo in vista della nuova location (edificio D15) e l’azzurro tenue dei caschi e il barbagliare degli scudi della polizia in tenuta antisommossa mi accoglie serenamente. Intanto il corteo di persone che si stanno spostando lì si muove lentamente, in stile Pellizza da Volpedo. Sento gridare a qualcuno che doveva essere un responsabile, “Li mandi via, l’università è pubblica!”, riferito alla polizia.
Quarta nota: non siamo più ai tempi del Diritto d’Asilo. Le università sono soggette alla legge, oggi. E laddove a causa di previste contestazioni che non sempre mantengono il loro aplomb sia autorizzato da chi di dovere l’intervento di forze di polizia in protezione di un pur bruto funzionario statale, be’, è perfettamente legale – ed è sacrosanto che lo sia, vista l’ampiezza di casi che si possono presentare. Anche perché sul posto, davanti all’edificio, ci saranno stati quindici poliziotti. Forse venti. Insomma, non una divisione dell’esercito.
Arriva il corpo del corteo. E arrivano i cori. Tanti cori – e troppi contro la polizia. “Servi dei servi dei servi dei servi”, “Andate a lavorare”, “Via, via, fascisti e polizia”.
Quinta nota: prendersela con le forze dell’ordine è da idioti. Io non ho astratta simpatia per i militari, e il solo vedere un’arma da fuoco mi ingombra la mente di angoscia. Intravedere il nero liscio dei manganelli alla cintura mi metteva in fortissimo disagio. Ciononostante, quelli che ricoprono funzioni di polizia di sicurezza e giudiziaria sono cardini della nostra società, che svolgono un lavoro (memento art.1 Costituzione) per giunta malpagato – ferme le critiche, che abbiamo già avuto modo di fare. Pure, non credo che fra i coristi ci fosse qualcuno che non andrebbe a sporgere denuncia, se gli rubassero il motorino. E auspico che non sia necessaria l’esperienza di De André, per cambiare idea su “sbirri e carabinieri”. E’ così old fashioned…
Comunque la polizia crea un cordone intorno all’entrata e nessuno viene fatto entrare. Io sono a lato ma in prima fila, come ogni (pseudo)giornalista che si rispetti. Della Santanchè non si sente nemmeno l’odore. Il tempo passa.

Manganello mon amour

I cori continuano. Ancora e ancora. Vedo i poliziotti più anziani guardare in alto con gli occhi tristi di chi li conosce già a memoria. Quelli più giovani hanno una tensione nera sotto gli occhi che saettano qua e là. I manifestanti vogliono entrare e premono. La tensione da ambo le parti è già ammassata.
Sesta nota: chi ha organizzato questo incontro è un coglione. Come si può pensare di cacciare Santanchè e pubblico bipartisan in una sala da cento persone? Abbiamo l’aula magna di Economia che è titanica. Perché non scegliere quella? Chiaro che non potevano fare entrare. Immaginatevi quattrocento persone che tappano un atrio modesto. Vi ci volete ritrovare in mezzo? Chiaro che così l’incontro è andato a ramengo perché il pubblico non era rappresentativo, ma l’errore era organizzativo, a monte. Riflettiamo, prima di pigiare contro le barricate come bovi. Che cosa sarebbe accaduto se avessero lasciato entrare tutti?
Una scaramuccia e la tensione esplode. La causa scatenante probabilmente sarà stata di poco conto. Fatto sta che la polizia carica abbattendo manganellate meccanicamente. Come se follasse la lana. Una volta. Poi un’altra, e un’altra ancora. Iniziano nel mentre a volare oggetti. Sassi? Boh. Uova di sicuro ma non solo. E durante le cariche vedo i gesti bestiali di persone incappucciate che brandiscono caschi da motorino schiantandoli sugli scudi dei poliziotti. Un ragazzo finisce con la testa rotta, altri prendono un sacco di botte.
Settima nota: qui finisce la civiltà. Persone, umani, che confliggono con violenza. Non si pongono domande, hanno reazioni da bestie. Usano istintivamente il coro e il casco e il calcio per offendere, il manganello è un prolungamento del braccio. La comprensione è svaporata, resta un’imposizione bilaterale cieca, violenta, violenta, violenta – l’altro è nemico, non umano con cui si ha il futuro in comune. La gente fumava nervosamente, e sentivo i giornalisti di idee diverse dettare al telefono “La polizia ha caricato i manifestanti virgola” o “…i manifestanti virgola che hanno cercato di sfondare il cordone…”. Ma la vogliamo piantare? Ogni cosa si può vedere da due angolazioni. Il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno non me ne frega. Mi interessa come è che si riempie. La colpa della tensione esplosa è da entrambe le parti. Non ci sono i buoni e i cattivi. Chi lo crede è un coglione. Ci sono gli umani, che davanti alla tensione violenta funzionano tutti alla stessa maniera. E quando sarò chi voglio essere avrò il coraggio di mettermi in mezzo gridando “Basta!” e facendo ragionare le persone. Ma sono una mammoletta, ancora, mi veniva da piangere perché è qualcosa di tremendo che non capisco.


Il tè

Impossibile entrare, impossibile seguire la Santanchè di persona – nemmeno aria per restare. Mi allontano. Avrò notizia, dopo, dai giornali, del penoso show della sottosegretaria – ma non l’ho visto, io, quindi non ne parlerò. Avrò notizia delle sorti del corteo, che è uscito dal Polo infartuando il traffico di un’arteria fondamentale della città, ingombrando la strada con cassonetti dell’immondizia.
Io me ne vado a prendere un tè caldo.
Che cosa è stato ottenuto con questo tipo di protesta? Risonanza mediatica, certo, ma positiva? A che cosa è valso creare questa tensione? E’ stata una protesta intelligente?
Si sarebbe potuto fare qualcosa di civile e ironico – magari capendo anche qualcosa in più di lei e di chi la pensa come lei. Conoscenza sempre utile per maturare il confronto e migliorare il mondo. Si sarebbero potute fare domande intelligenti, di politica vera, saggiare le proprie belle idee a confronto con la lordura del provincialismo mentale. In altre parole, da un confronto vero si sarebbe potuti uscire brillanti come l’Eldorado, compartecipi di un progetto comune e col cuore pulito da tensioni, aggressività, violenza.
Ma non è andata così. Sono rimasti lividi, incazzature, indignazioni – un ingrossato scontento generale e (finora) sterile.

Il criptofascismo

Estremizziamo il caso. Il nazista ha diritto di parola?
In un mondo in cui esiste la libertà di parola, sì. Questo perché chiunque ha il sacrosanto diritto di fare pensieri nazisti. Altrimenti sarebbe 1984. Non ha però il diritto di fare cose naziste. Quindi se si aggira con una tanica di benzina e un accendino cercando la sinagoga, be’, questo non va tollerato.
Uno dei motti della protesta odierna era “Intolleranza per gli intolleranti“. A parte ricordare occhio per occhio, ci pone una questione. La Santanchè non era venuta a calciare nelle costole dei senegalesi usando le scarpe a punta. Era venuta a parlare.
La parola ha uno status particolare, a metà fra pensiero e azione. Ciò considerato, la volontà di censura è giustificata, nel caso? O il bavaglio non va bene per nessuno?
Personalmente credo che sia sano non imbavagliare in assoluto. Mi ricordo quella citazione apocrifa di Voltaire:

“Trovo quel che dici un abominio, ma darei la vita perché tu lo possa dire.”

Il rischio reale è quello del criptofascismo, come dice un mio buon amico, il fascismo nascosto. Quello che ti infetta da sotto. Quello interiore che ciascuno di noi ha e contro cui ciascuno di noi è chiamato a lottare. Quello che ti fa venire voglia di far tacere chi non la pensa come te, quello che ti fa venire voglia di menare le mani e importi con la violenza – manganello o casco non importa. Quello che ho visto oggi. Quello che possiamo imparare ad estirpare.

Gandhi e gli studenti

“Le agitazioni vanno bene solo per quelli che hanno completato i loro studi. Mentre studiano, la sola occupazione degli studenti dovrebbe essere quella di aumentare le proprie conoscenze.” Gandhi, Harijan, 7 settembre 1947

Oggi i manifestanti sono entrati in biblioteca usando l’interfono per richiamare alla protesta tutti gli studenti. Che stavano studiando in silenzio. Dal mio punto di vista è un po’ come interrompere una liturgia sacra. Oltretutto, è interrompere qualcosa la cui difesa è lo scopo principale delle proteste che scoccano lungo lo Stivale. E quanti studenti brillanti lanciano uova contro vetrate? Lo studio dovrebbe proprio servire, collateralmente, a renderci persone migliori, più posate, capaci di far sentire la nostra voce in maniera efficace e limpida, non arrochita dalle grida – quasi fosse una frizione d’auto che brucia.

Concludendo

Non ho stima per la Santanchè né per le sue idee. Ma diavolo, diavolo! Le cose vanno fatte con il sorriso e con eleganza. E saggezza. Soprattutto saggezza.

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nov 4 2010

Perché il panda si deve estinguere

Quattro miliardi e mezzo di anni di storia terrestre scritti da Madre Natura. Prima dell’avvento dell’Uomo era lei a decidere quali specie dovessero estinguersi e quali invece fossero destinate a sopravvivere e ad evolversi. Poi l’Uomo è arrivato, e col suo scriteriato sfruttamento delle risorse, col suo incurante caos ha compromesso delicati ecosistemi e condannato ad un’ingiusta estinzione decine, centinaia, se non migliaia di meravigliose specie.

Ma fatemi spezzare una lancia a provocatorio favore dell’estinzione del panda – simbolo delle specie in pericolo.

Il panda fa due cose al mondo: mangia e dorme. “Come la maggior parte degli erbivori” dirà qualcuno. Sì, ma lui mangia seduto. Seduto. E non ha predatori naturali. E’ un grasso sovrano. Biascica bambù col fare della vecchia nonna che sta a sbucciare le fave in veranda.
“La deforestazione ha distrutto il suo habitat naurale, sono sempre meno le zone in cui i panda possono vivere”. Vivere. Non proliferare. I panda non proliferano. Mai. Sono solitari, di rado c’è l’incontro fra i due sessi – e anche quando c’è spessissimo non si piacciono. E anche quando fanno figli ne fanno uno. E se ne fanno più di uno si prendono comunque cura di uno soltanto – il panda, tanto carino, è un genitore scellerato. Fermi gli interventi dannosissimi della Cina che ha sputtanato la varietà delle specie di bambù, Madre Natura probabilmente aveva scelto quel bontempone del panda come candidato all’estinzione molto prima dell’intervento dell’uomo. (Fra l’altro, sapete che la Cina affitta i panda agli zoo del mondo? E che lo fa per massimo 10 anni a un costo di un milione di dollari l’anno? E che contrattualmente gli eventuali figli appartengono comunque alla Cina? Hanno il monopandapolio – e come ne sono gelosi!)

E poi ci sono delle correspondances baudelairiane da non sottovalutare.
Come si chiamava la peggiore macchina di tutti i tempi, che in curva ti si aprivano le portiere e in autostrada si chiudevano gli specchietti per il vento? Non Falco. Non Tigre. Non Scimpanzé. Panda. Adesso l’hanno migliorata e messa a norma, ma guardiamo in faccia la realtà: corrispondenze.

E non illudiamoci che il mondo voglia veramente salvare il panda: il WWF ce l’ha come logo soltanto perché stampare in bianco e nero costa meno.

E’ giusto battersi contro la distruzione del nostro bel pianeta. Sacrosanto quindi evitare i prodotti della Mitsubishi e invece acquistare gli export del Gabon (ha una politica ambientale da idolatrare) e supportare Organizzazioni Non-Governative attive sul fronte, e garantire il proprio voto politico a parti sensibili al problema. Ma senza interferire con la natura stessa: l’interferenza è il problema, in negativo, sì, ma anche in positivo. E’ vero che non dobbiamo provocare l’estinzione innaturale di specie viventi, ma non dobbiamo nemmeno ancorare a questo mondo specie che si avviano all’estinzione per i fatti loro.

Per questo, se Madre Natura aveva già scelto il malinconico orso in bianco e nero alla Truffaut per ridursi lentamente, un poco alla volta, ritirandosi nei cuori più impenetrabili delle foreste finché non ne fosse rimasto uno solo, ignaro, e questo non avesse passato i suoi ultimi giorni a masticare placidamente i germogli più teneri di un verdissimo bambù primaverile, spirando, infine, col muso verso il cielo quando il sole del pomeriggio (lo vedi?) occhieggia con le cime ondeggianti delle alte canne ponendo fine all’ultimo capitolo della storia dei panda, per questo, dico, se Madre Natura aveva scelto così, così dobbiamo fare in modo che sia. Senza arpionare una specie passeggera, un ramo estremo e cieco dell’evoluzione a questo mondo inchiodandolo e riproducendolo in robuste gabbie metalliche, fecondato artificialmente o attizzato forzosamente con panda-pornazzi e poi seguito nella gravidanza come un’Angelina Jolie, alla berlina del pubblico ludibrio o piantonato nelle riserve (quasi fosse un Sioux saggio e bellicoso), additato per la goffa tenerezza che ispira, modello principe di peluche soffici e costosi – a questo solo scopo, perché i tentativi utopici di moltiplicarli e reintrodurne orde infinite nelle foreste cinesi non sono troppo sostenuti (per fortuna).
Ma forse anche lui, come la Madre suggerisce, proprio lui, uno degli ultimi rimasti, chiede solo di tornare nell’Honan – in quel che ne resta – presso il suo laghetto blu, tutto cinto di bambù (com’era bello, ricordi?), rendendo l’anima al cielo e il corpo alla terra stando disteso nell’ombra macchiata di sole di un sottobosco che sta sparendo, e di passare, sì, passare, come sta passando la sua foresta, come tutti sono passati, e come tutti passeremo.
E magari, chiede di non fare più macchine del genere col suo nome.

So che è bello vivere in un mondo con i panda. Ma come direbbe George Carlin, “Let them go gracefully”.

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ott 25 2010

Bellezza e selezione naturale

Meglio essere belli fuori o belli dentro? Quante volte ci hanno fatto questa domanda, e quante volte – forse sinceramente, o forse temendo di apparire superficiali – abbiamo risposto belli dentro? E che c’entra la selezione naturale con questa roba?

Cosa sia la selezione naturale all’incirca lo sappiamo tutti. E’ quel meccanismo che fa sì che in una specie vi siano individui che hanno maggiori possibilità di sopravvivenza e che si riproducono di più rispetto ad altri, grazie a particolarità genetiche che si traducono in tratti fenotipici (ovvero roba-che-si-vede). Solitamente pensiamo alla selezione naturale come “sopravvivenza del più adatto” e raramente in termini di “sopravvivenza del più adatto più bello”, ma in realtà la bellezza gioca un ruolo fondamentale. Un esempio molto interessante lo si trova proprio nell’uomo, in particolare negli occhi.

Nella caverna
Inizialmente tutti gli occhi erano marroni (o comunque scuri), colorazione dovuta ad un’alta concentrazione di melanina nell’iride. Immaginatevi in una caverna il clan seduto intorno al fuoco ad assistere alla nascita di un bimbo, che diversamente dai suoi simili, ha occhi chiari. Sarà facile immaginare come una volta cresciuto quest’individuo fosse il più attraente in un gruppo di ragazzi tutti con dei monotoni occhi marroni. E la parte della riproduzione insomma, immaginatevela voi! Fatto sta che questo ed altri caratteri che normalmente verrebbero subito scartati perché non evolutivamente vantaggiosi, sono arrivati fino a noi. Quindi la selezione naturale ci dice che è meglio essere appariscenti e che è cosa buona essere belli fuori, mentre del bello dentro manco se ne occupa.

Oggi
Dalle caverne ad oggi abbiamo fatto enormi passi a livello evolutivo, così grandi da aver praticamente eliminato la selezione naturale per la nostra specie, e da poter controllare quella degli altri viventi. (Guai a chi dice che è sempre andata in un modo e sempre continuerà così: questa ne è una prova.) Con lo sviluppo delle facoltà mentali l’uomo contemporaneo ha capito (forse) che scegliere la compagna con cui passare la vita in base al bel paio d’occhioni blu che si questa si ritrova, non è sempre una scelta azzeccata, soprattutto quando questi stanno incastonati nelle orbite di una decerebrata. Ci troviamo quindi a scegliere un partner in maniera un po’ più equilibrata, valutandone oltre all’aspetto fisico anche la personalità e altre caratteristiche. Personalmente credo che adesso ci sia abbastanza equilibrio tra l’importanza del bello fuori e il bello dentro.

Ma in futuro che succederà? Tra centinaia e centinaia di generazioni ci saranno forse popolazioni di cessi simpaticissimi e alla mano con i quali passare momenti indimenticabili? O forse cessi ignoranti? Perché il bello fuori può essere genetico, ma il bello dentro sfortunatamente no.
Voi che ne pensate: vincerà il bello fuori o il bello dentro?

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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