ott 13 2010

La gerarchia delle libertà educate

Niente mano pesante della legge sulla vita, niente polemica sui diritti civili. Oggi voglio parlare di libertà educate.

C’è una stanza. Pareti bianche, moquette bruna a terra, divani pesca molto soffici, lampade alte a luce calda, un attaccapanni stracarico, quadri ruvidi senza cornice di morbidi paesaggi, tavolino di vetro al centro. Sedute, delle persone. Di queste alcune stanno leggendo, altre ascoltando musica con le cuffie, altre ancora se ne stanno semplicemente in silenzio ad occhi chiusi. Tutte queste esercitano una propria libertà senza turbare quella altrui. Ciascuno muove tridimensionalmente la propria libertà senza urtare quella altrui.
Nella stanza ci sono anche altre due persone. Dapprima parlano a voce bassa – il che non viene notato da nessuno, se non da chi se ne sta seduto in silenzio senza fare altro. Poi il tono della voce si alza, iniziano a parlare di qualcosa di evidentemente divertente, per loro – cacciano qualche risata sguaiata. Squilla anche un cellulare, uno dei due risponde -parla forte, non c’è campo- e l’altro interviene nella conversazione telefonica. Queste persone, pure stanno esercitando una propria libertà sacrosanta, ma turbando quella altrui. E’ una libertà che si muove tridimensionalmente colpendo e urtando quelle altrui che galleggiavano senza toccarsi.

Esiste una certa famiglia di libertà, troppo sottili per poter avere una sensibile protezione legale, che pur esistendo e volendo spesso essere esercitate, muoiono per l’esercizio di libertà altrui. Sono le libertà educate. Libertà che se esercitate non ne ledono altre e che basta un niente per sbarrare.

Libertà di stare in silenzio; libertà di respirare aria decente.
Perché se qualcuno, accanto a te che non sopporti il fumo di sigaretta, se ne accende una, esercitando una sua innegabile libertà sta falciando una tua libertà ugualmente giusta – ma più delicata. Se qualcuno sceglie di prendere la sua vecchia Duna del 1989 per spostarsi e tu prendi la bicicletta, mentre tu non ledi la libertà del buon respiro a nessuno, costui lede il tuo fragile diritto a non farcirti di benzopirene.

Difficile tutelare certe libertà – sono troppo varie, hanno margine troppo ampio, e spesso è effettivamente necessario comprometterle. Non possono essere assolutamente inviolabili – sarebbe un impedimento troppo enorme alla vita.
Ciononostante, l’esercizio di queste libertà è più proprio di chi cammini con passo leggero – di chi viva il mondo in punta di piedi. E questo esser lievi è di certo un bene, un allontanarsi dal tronfio passo d’oca del conquistatore, dai toni berciati di chi sia abituato a comandare, dalla violenza del pugno di ferro che piega il mondo al proprio volere; un avvicinarsi, invece, all’idea partecipe che tutto è sacro, senza eccezioni, e non va profanato con brutture di gesti né di voce, che non c’è qualcuno che puoi non trattare col riguardo attento che si ha per un fratello o un genitore o un figlio.

Difficile tutelare certe libertà – siamo noi a doverle tutelare. Siamo noi a dover tutelare le soccombenti libertà altrui, diritti naturali, che spesso vanno indovinate perché non s’impongono – e a questo mondo chi non s’impone non si nota facilmente. Siamo noi a dover concedere, nella gerarchia delle libertà, una posizione di vertice prevalente sulle altre a quelle libertà educate che si esercitano senza danneggiarne altre. La libertà di sonno, di silenzio, di riflessione; libertà di agio, di calma, di tranquillità; libertà di respirare bene, di sentire buoni odori, di vedere belle cose, di ascoltare, di seguire la lezione.
Sta a noi tenerne conto e vivere leggeri la quotidianità senza strepitare, avendo sempre bene in cuore l’altro e la cura di lui.

Quali altre libertà educate a cui prestare attenzione vi vengono in mente?


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ott 4 2010

Che cos’è l’ironia?

Ironia portami via!

L’ironia non è semplicemente un modo di dire le cose che fa ridere o sorridere. L’ironia non è divertente. Di-vertire è grossomodo un sinonimo di deviare. Il comico alla Aldo Giovanni e Giacomo sposta la tua attenzione inducendoti grasse risate. Dove la sposta? Altrove, via, lontano, la fa partire per la tangente sparandola ad anni-luce da problemi e riflessioni. Questa non è ironia. L’ironia non diverte: riverte.
Lo sguardo, su ciò di cui si ironizza, compie un’orbita completa, lo sorvola, lo rivolta, e sullo stesso punto si arriva da molte posizioni diverse. Le ali sono quelle del riso.

L’ironia è il sistema immunitario della mente. Quando si ironizza, potenti anticorpi agiscono contro convinzioni, credenze, incoerenze, influenze. L’ironia è, etimologicamente, dire qualcosa per dire il suo contrario. Una finzione che strutturalmente aumenta la consapevolezza e fa buon sangue. Saper ridere di tutto è quindi necessario: non possono esistere zone franche di seriosità, in quanto diventerebbero automaticamente ricettacoli di sporcizia mentale, muffe del pensiero e batteri di intolleranza.

L’impronta ironica di questo blog è sempre stata evidente – è un nostro stallone da monta (meglio che cavallo di battaglia); per sottolinearla e mettere le mani avanti con chi non sappia bene prendere sul ridere la rivertenza dell’ironia, nei post più ironici metteremo un piccolo marchio.

Sì, è vero quel che si dice in giro. Siamo i più simpatici.

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lug 20 2010

L’errore di Marcello Lippi

Tanto, tanto tempo fa, andai al teatro della Pergola a vedere uno spettacolo su Medea. Era un racconto un po’ trasversale, rispetto al mito, con ampie divagazioni. Il primo spettacolo durante il quale io abbia mai preso appunti – sana abitudine che ho cercato di mantenere negli anni. Fra questi appunti scritti malamente, al buio, spicca “Un eroe deve anche morire al momento giusto“, riferito a Giasone. Giasone, eroe di serie B anche e soprattutto perché non muore al momento giusto. Invecchia, esce dal mito: se ne perdono le tracce.

2006: Quella sera di luglio della finale dei mondiali di calcio. Sono con tanti splendidi amici, in un bellissimo locale ormai chiuso. Lì scopro il rum Mathusalem. Fine primo tempo, siamo sotto di un gol. Usciamo e passiamo di locale in locale lanciando occhiate e voci per sapere come sta andando la partita. L’Italia riprende il gol e si va ai rigori. Ci fermiamo in un altro pub, il vecchio Shots, con l’emozione che si taglia col coltello.

L’Italia vinse. E quella sera fu qualcosa di indimenticabile. Ballammo seminudi bloccando il traffico alla Stazione. Potevi abbracciare persone sconosciute, felice, ed erano abbracci veri, sentiti. C’era un’unità che non avevo mai nemmeno concepito.
I calciatori, paladini nazionali, tornano in trionfo, vivono la loro apoteosi. Il loro leader, il carlomagno, il condottiero è il viareggino Marcello Lippi. Glorioso CT della nazionale vincitrice.

Un eroe deve anche morire al momento giusto

2010: L’Italia se ne torna dal Sudafrica con la coda fra le gambe, infamando giocatori e CT. Incapaci, maldestri. Marcello Lippi? Quel coglione che ha sbagliato tutto.

Ma secondo me il vero errore di Marcello Lippi è stato uno solo, a monte.
Accettare di ricoprire di nuovo il ruolo di Commissario Tecnico della nazionale. Perché quando è tornato, nel 2006, era un eroe. Se si fosse ritirato per sempre sarebbe per sempre stato “Quello che ha portato l’Italia a vincere i mondiali”. Osannato in perpetuo. E nel 2010 se ne sarebbe potuto stare, col sigaro fra le dita, in un qualche lido versiliano, all’ombra, parlando piano, a chi lo interrogasse, di come si fa a far vincere una squadra su tutte le altre squadre del mondo.
Come Cincinnato che tornato vittorioso dalla guerra che era stato chiamato a comandare, restituisce il fascio della dittatura e torna ai suoi campi.

Ma la gola è potente. La promessa di altro denaro e la possibilità vaga di altra gloria fanno perdere di vista, alle persone, l’attenta costruzione della propria vita e della propria storia.

Un eroe deve anche morire al momento giusto“. O ritirarsi, al momento giusto. Altrimenti, ecco a voi Giasone. Ecco a voi Marcello Lippi.
Eroi, sì, ma eroi di serie B.

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apr 19 2010

Grazie, vulcano

Sì, proprio tu. Gazie, Eyjafjallajokull, vulcano d’Islanda.

Perché?

Be’, sì, magari è un ringraziamento da spiegare. Perché tante, tante persone, per via della tua eruzioncella, adesso sono bloccate chissà dove senza quasi più soldi, con le famiglie preoccupate a casa, con gli aeroporti di mezza Europa bloccati, soldi che vengono bruciati dalle compagnie aeree e dalle agenzie di viaggi a velocità folli per rimborsi, riparazioni, stipendi, risarcimenti, senza il guadagno di un centesimo e senza contare le polveri che ci respiriamo (coff coff), e i guai ambientali. E di questo ne tengo conto. Ma volendo vedere il lato positivo…

Ti ringrazio perché col tuo enorme, primitivo espirar fumo, fumo caldo, immenso, pesante e bianco, che ha coinvolto e paralizzato il Vecchio Continente, tu che pure sei lontano mille e mille miglia, ci hai ricordato che siamo tutti sullo stesso pianeta. Che se ad Haiti la terra balla, non è una terra diversa: è l’identico pianeta che noi abbiamo sotto il culo. Se in Indocina il Coperchio dell’Inferno esplode e vomita infinite tonnellate di lapilli e cenere nell’aria, come inchiostro nell’acqua si spanderanno in tutta l’atmosfera. E se nel New England e a Shanghai un esercito di ciminiere erutta nubi bianche e dense come cotone mortale, siamo comunque sempre tutti sulla stessa barca. Anche se ce ne stiamo in panciolle in verandina a goderci il profumo dei glicini, il sole sulla pelle, il verde nuovo nuovo degli alberi, gli uccellini di ritorno dall’Egitto che cinguettano (clandestini infami).

Così, grazie, Eyjafjallajokull – posso chiamarti Eyja? – grazie perché ci ricordi che siamo tutti sulla stessa barca. Di cui non siamo che gli ultimi ospiti.

E grazie anche ad Anthony Sidney per l’idea

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apr 14 2010

E poi ti odio e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo e poi ti eleggo – ovvero, l’amore sotto il ponte

In questo periodo dell’anno il greto del fiume è splendido. Verdissimo, smeraldino, con l’erba soffice appena nata. L’acqua della cascatella, poco più a valle, scroscia piacevolmente, quasi cantando. La riva bassa viene sciacquata dalla corrente lenta. Nella trasparenza tremante delle polle ancora freddissime si vedono girini e granchietti di fiume.
Devono costruire un ponte, dicono. I mezzi dei contadini hanno bisogno di passare da una riva all’altra senza dover fare il giro lungo dal Ponte alla Badia, parecchi chilometri più a monte, che gli prende troppo tempo. E’ deciso, e i fondi ci sono.
Però adesso devono decidere a chi farlo costruire.

Io amo. Amo tante persone, a cui affiderei il mio cuore stesso senza batter ciglio. Mi fido di loro ciecamente e la mia vita futura dipenderà anche da loro. Averle o no accanto mi fa la differenza, danno un colore immenso alla mia esistenza, sono i battiti del cuore fraterni che mi rinfondono coraggio quando sono in ginocchio, sono le voci che riecheggio e che riecheggiano la mia, il mio fronte comune compatto che sfonda ogni muro di solitudine. Ma fra di loro non ci sono ingegneri né architetti esperti: quindi a nessuno di loro, nonostante tutto il mio amore, affiderei la costruzione di un ponte.
La affiderei invece volentieri all’ingegnere o all’architetto più burbero, freddo, arido, brutto, antipatico ma fottutamente bravo che la piazza possa offrire.
La costruzione di un ponte – evidentemente – non è una questione d’amore. Purtroppo, certo, perché sarebbe bello se sorrisi e belle speranze potessero tener su una mole mastodontica inarcata sopra un fiume impetuoso. Ma non ce la fanno. Almeno per ora. Funzionano molto meglio larghi pilastri squadrati di solida roccia, posti con perizia e conficcati profondamente nelle viscere del letto del fiume. Quelli sì che sono una garanzia. Immagino preferiremmo tutti camminare saltellando su un ponte romano serioso che sopporta agilmente la propria silenziosa fatica da venti secoli piuttosto che su un ponticello di legno marcescente ma messo con tanto amore. Fermo il fascino del ponticello amoroso.

Il paese si è separato in due gruppi. Uno propone di scegliere l’architetto fra i vari candidati attraverso un’elezione. Uno dice che per sceglierlo è meglio indire un concorso. I costi delle due soluzioni sono quasi identici.
I primi sostengono che è molto meglio far scegliere alla popolazione del paese in cui verrà costruito il ponte perché così sarà possibile assicurarsi che il lavoro venga svolto da una persona di fiducia, affidabile.
I secondi dicono che con delle elezioni verranno favoriti non gli architetti migliori, ma i più noti, i più ammanicati, che verrà premiata l’amicizia più che la capacità. Per questo è necessario bandire un concorso con cui far valutare imparzialmente da una commissione esperta la proposta tecnicamente migliore.
Sinceramente io mi schiero col secondo gruppo. Credo che si debba valutare il progetto oggettivamente migliore, a prescindere dalla persona che lo propone. Fare un ponte non è una questione di amore, né di amicizia, né di simpatia, né di notorietà. E’ una questione di capacità, di scienza, di tecnica, di arte.

Ha ovviamente prevalso la posizione del secondo gruppo.
Vincitore del concorso è stato un giovanotto scostante che parla poco e che non mette mai la camicia. Il suo ponte è favoloso. Lo vedi? Già… Una meraviglia.
Non ha nemmeno avuto bisogno di usare l’intero budget. I lavori sono finiti addirittura con venti giorni d’anticipo. Sono venuti tanti giornalisti, all’inaugurazione. E anche diverse persone incravattate coi capelli lunghi tirati indietro e gli occhialini a mezzaluna, che borbottando fra di loro sembravano dire cose molto belle sul conto del ragazzo. Quel ciccione del sindaco era tutto un fremito d’orgoglio. Dicono che quel giovanotto sarà chiamato anche da altre parti a fare lavori d’architettura. Anche lontano, oltremare.

E mi viene da domandarmi… in politica vanno bene le elezioni, ovviamente. Anche se la gestione della macchina di uno Stato è decisamente più simile alla costruzione di un ponte, non trovate?, piuttosto che ad un Festival musicale col televoto. Ma quali siano i limiti della democrazia rappresentativa lo sappiamo tutti. Quindi… lo so, non si può fare un concorso imparziale in cui una commissione neutra esperta valuti le liste dei partiti, scegliendo quella col programma migliore sotto ogni profilo alla luce della Costituzione (davvero non si può?), ma be’, almeno scendiamo ad un compromesso.
Almeno non parliamo d’odio e d’amore in politica. L’odio esiliamolo per sempre e senza appello dalla patria del nostro cuore, l’amore facciamolo verdeggiare in famiglia, con gli amici, con le fidanzate. Non nel governo. Perché è tanto bello. Ma l’amore non tiene su un ponte. Il fatto che ti ami non rende più abile a costruirlo. Il fatto che ti ami non ti rende più idoneo a guidare coscienziosamente uno Stato. Anzi. Mi offusca decisamente la vista. E il fatto che ti odi non ti rende meno idoneo. Quindi in politica parliamo in temini più distaccati, cinici, freddi e calcolatori, vi prego. Niente odio. Niente amore. Solo capacità, scienza, tecnica e arte.
Amiamo, sì, con tutto il cuore. Ma nei contesti opportuni. Perbacco.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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