apr 19 2010

Grazie, vulcano

Sì, proprio tu. Gazie, Eyjafjallajokull, vulcano d’Islanda.

Perché?

Be’, sì, magari è un ringraziamento da spiegare. Perché tante, tante persone, per via della tua eruzioncella, adesso sono bloccate chissà dove senza quasi più soldi, con le famiglie preoccupate a casa, con gli aeroporti di mezza Europa bloccati, soldi che vengono bruciati dalle compagnie aeree e dalle agenzie di viaggi a velocità folli per rimborsi, riparazioni, stipendi, risarcimenti, senza il guadagno di un centesimo e senza contare le polveri che ci respiriamo (coff coff), e i guai ambientali. E di questo ne tengo conto. Ma volendo vedere il lato positivo…

Ti ringrazio perché col tuo enorme, primitivo espirar fumo, fumo caldo, immenso, pesante e bianco, che ha coinvolto e paralizzato il Vecchio Continente, tu che pure sei lontano mille e mille miglia, ci hai ricordato che siamo tutti sullo stesso pianeta. Che se ad Haiti la terra balla, non è una terra diversa: è l’identico pianeta che noi abbiamo sotto il culo. Se in Indocina il Coperchio dell’Inferno esplode e vomita infinite tonnellate di lapilli e cenere nell’aria, come inchiostro nell’acqua si spanderanno in tutta l’atmosfera. E se nel New England e a Shanghai un esercito di ciminiere erutta nubi bianche e dense come cotone mortale, siamo comunque sempre tutti sulla stessa barca. Anche se ce ne stiamo in panciolle in verandina a goderci il profumo dei glicini, il sole sulla pelle, il verde nuovo nuovo degli alberi, gli uccellini di ritorno dall’Egitto che cinguettano (clandestini infami).

Così, grazie, Eyjafjallajokull – posso chiamarti Eyja? – grazie perché ci ricordi che siamo tutti sulla stessa barca. Di cui non siamo che gli ultimi ospiti.

E grazie anche ad Anthony Sidney per l’idea

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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