gen 26 2011

Vacanze in Egitto – quello che c’è da sapere

Andare in vacanza sul Mar Rosso è tanto di moda. Ma quali sono le domande intelligenti che possiamo porci a riguardo?

Perché gli squali hanno iniziato a mangiare i turisti?
E’ notizia recente. Spielberg ha fatto scuola fra i pescioni preistorici selachimorfi, così hanno iniziato ad assaggiare i bagnanti – con gran disappunto di questi. Il governo fa quel che può per mettere a tacere la faccenda spiegando ai turisti che l’acqua non è sporca di sangue, ma che il Mar Rosso, come si capisce dal nome, ha sempre quel colore. Però non ci credono troppo.
Oltretutto ogni volta che catturano lo squalo serial killer, c’è sempre qualche pesce emulatore mitomane che si mette ad ammazzare anche lui.
Qualcuno dice che per servire pesce alle orde di turisti dei paradisiaci villaggi vacanze si sia sfruttato così tanto il Mar Rosso che agli squali non è rimasto più cibo, e che quindi devono ripiegare sottocosta. Immagino che, per uno squalo abituato a divorare pesci muscolosi dal sapore deciso, buttarsi su una turista tedesca sia un po’ come mangiare burro a morsi per fame disperata. E quindi secondo questa bizzarra ed inverosimile teoria sarebbe proprio l’insostenibile turismo di massa a spopolare il mare e aizzare gli squali – che a quanto pare non sono capaci di stare un po’ senza mangiare, gli ingordi. Ma che ci vogliamo fare? I soldi son pur sempre soldi. Non è che puoi rimandare a casa i turisti solo perché Madre Natura viene bendata, legata e stuprata a turno. E poi il turismo è una pietra angolare dell’economia egiziana. Vorremo mica atterrarla?

Perché vogliamo finanziare l’economia egiziana?
Si sa, l’Egitto è un paese di morti di fame. Peggio di noi – che pure c’abbiamo grossa grisi. Sparano datteri, coltivano e tessono cotone, succhiano e vendono gas e poi campano di turisti. Allora, anche se chiaramente non è che poi finisce in tasca a i poveracci, è carino lasciargli qualche soldino! Specie se si pensa che sono una repubblica civile. Certo, il loro presidente è in carica dal 1981 e non ci sono mai state elezioni democratiche da che lo Stato è rinato come Repubblica quasi sessanta anni fa.  Ma ognuno a casa propria fa quel che vuole. E’ vero, è vero: Amnesty International, Freedom House e tante tante altre Organizzazioni Non Governative si sgolano per far sapere a tutti quale sia la situazione tragica dei diritti umani in Egitto. Ma si sa che qualche volta questi omosessuali sono proprio insopportabili, i Cristiani Copti in fondo non piacciono a nessuno (che cos’hanno fatto i Cristiani Copti per voi?!) e poi diciamoci la verità: una ragazzina infibulata sta più tranquilla – e la percentuale di infibulate prossima al 100% lo rende un paese tranquillissimo. Oltretutto… be’, volendo proprio essere delle malelingue ci sarebbe anche la questione dell’enorme spesa militare – in realtà meravigliosa partnership con le democrazie d’occidente – che poco va a colpire l’azione dello stato sociale e che non travolge assolutamente l’eventuale possibilità di rivoluzione per il popolo egiziano. Dopotutto mica ci sono dittature, in Nord Africa, né guerre civili né rivoluzioni in atto, quindi buttarci armi in mezzo non è che complichi le cose. E i borghesucci e i radical chic e i poveracci itagliani dovranno pur mandare per mail ai loro amici le proprie foto durante le ferie natalizie scrivendo “Guarda! E’ il 29 dicembre e sono in costume da bagno! Figo!”.
Se non c’è questo diritto viviamo veramente in un Paese oppresso che nega i diritti più elementari.

Come tutti, io amo profondamente l’Egitto. E’ una terra di cultura antica, densa di una meraviglia unica al mondo, in cui ogni pietra, ogni linea d’orizzonte è scolpita e levigata da un’aria che odora di magia. E adorerei poter sbirciare in un’occhiata i quaranta secoli di storia che Giza respira, ascoltare la loro silenziosa incommensurabile saggezza, e i titanici templi di Luxor che ancora riecheggiano di riti nati insieme alla società umana e di liturgie perdute, e il pulsante scorrere del grande Nilo, paradigma di tutti i fiumi d’occidente, contemplare le sue sponde fertili, la striscia di vita che si allarga nella vertiginosa bellezza della morte eterna del deserto. Rivedere il Mar Rosso – lo vidi in Giordania, dall’altra sponda – percepire ancora il suo calore, vedere la sua vitale linea blu spezzarsi nella roccia altissima del Sinai, in lontananza, dove un Dio dettò le sue dieci leggi.

Ciononostante, andare in Egitto è come staccare un assegno di tremila euro al governo birmano: non ti puoi aspettare che con quei soldi poi offrano il gelato a tutti la domenica pomeriggio. L’Egitto è una dittatura della peggior specie, e trovare normale e innocente che un governo democratico ci faccia l’amore con contratti miliardari e lusinghe diplomatiche, e trovare normale e innocente andarci a fare un viaggetto relax – insomma, trovare normale e innocente appoggiare il governo egiziano anche privatamente e dialogarci anche istituzionalmente come se fosse legittimo e civilmente accettabile, a spregio dei morti tunisini ancora caldi che hanno tentato di risollevare il proprio futuro, a spregio dei morti algerini nella guerra civile più sanguinaria che il Mediterraneo ricordi, ma soprattutto a spregio degli Egiziani che non potranno alzare la testa senza restare fulminati da un carro armato americano o una beretta italiana, trovarlo normale e innocente, dico, rende stupidamente incoerente ogni altra idea bella e buona che possiamo pensare di avere in testa. Anche perché Mubarak non veste nemmeno lontanamente figo come Gheddafi.
Quindi combattiamo l’ignoranza, parliamo di ciò che sappiamo: all’amico che torna dall’Egitto chiediamo di come sono i pesci, di come era il bungalow, di come è il deserto e di come è la dittatura.

Come se poi a noi Italiani ci mancasse il mare. Dobbiamo anche pensare all’economia nazionale, e i mari della Sicilia, della Calabria, della Puglia, della Sardegna non hanno niente da invidiare a nessun altro mare. E poi altrimenti come è che campano, le mafie nostrane? Un po’ di solidarietà famigliare, please.

Finisco di scrivere questo post e leggo le ultime notizie. “Rubata la salma di Mike Bongiorno” – no, aspetta, è quella sbagliata. “Manifestazioni e scontri a Il Cairo e in tutto l’Egitto”. Decine di migliaia a protestare al grido di “pane e libertà” “Mubarak vattene”. Ci sono già due morti: questi e tutti quelli che ci saranno li ha per una certa quota finanziati chi è stato spensierato a villeggiare sul Mar Rosso. Bloccate le telecomunicazioni interne. Le forze armate mostrano i muscoli. Gli States non hanno perso tempo a rinnovare l’appoggio al governo – usuale, sono decenni che puntano sui dittatori sbagliati (ammettere il problema sarebbe il primo passo per guarire).
Inizia la gran prova degli Egiziani per la libertà degli Egiziani. E dovremmo essere loro vicini.

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nov 30 2009

30 novembre 1786

« Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti asco non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della Pena deve essere la sodisfazione al privato, ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio; che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo …avendo altresì considerato, che una ben diversa Legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo Toscano, Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo… »

Così recita il cinquantunesimo articolo della Riforma Penale di Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, entrata in vigore il 30 novembre di 223 anni fa.

Non molti giorni fa, Massimo mi ha invitato a una visita del Corridoio Vasariano. Questo è un corridoio sopraelevato che collega, a Firenze, Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti. Palazzo Vecchio, il municipio, sede del potere politico fiorentino da quando Arnolfo di Cambio lo tirò su, collegato, quindi, con Palazzo Pitti, magnifica residenza dei Medici – una via casa-lavoro preferenziale e tranquilla per i sovrani, costruita da Giorgio Vasari.
Dagli Uffizi, per una porta sempre chiusa, si scende fra snodi e sale finché non ci si ritrova in questo corridoio sopraelevato, sospeso sull’Arno. Costeggia il fiume e poi lo attraversa, appoggiato su Ponte Vecchio. Di lì raggiunge il giardino di Palazzo Pitti. L’aria, dentro, è sobria, pulita. Le finestrelle illuminano un pavimento di cotto semplice e un soffitto bianco. Le pareti sono tappezzate di quadri, in particolare di autoritratti – che parlano fra loro, quando il Corridoio è deserto.

Ora, questo Corridoio è la strada che i reggenti fiorentini hanno fatto, per secoli, per arrivare al palazzo del potere.
Massi era lì con la sua inseparabile macchina fotografica a scattare foto a destra e a manca. Foto che peraltro mi deve ancora passare. “Massi – dico io – per il 30 dobbiamo fare un post sull’abolizione della pena di morte, eh!” E in quel momento mi rendo conto. Passato Ponte Vecchio, il gruppo sta già scemando dietro l’angolo. Ma mi attardo e guardo indietro. Pietro Leopoldo di Lorena è passato di qui, per andare a firmare il primo atto di abolizione integrale della pena di morte della Storia Umana. Di qui, come ora ci passo io. Indossava scarpe col tacco di legno, magari – toc tac, toc tac, toc tac…

Tutti girano l’angolo. Anche Massimo, anche la guida chiudi-fila. Do un’ultima occhiata indietro e mi avvìo anche io. Ma girato l’angolo torno un momento indietro, voglio guardare ancora una volta, e…
C’è qualcuno, a metà del ponte, vicino ai mezzibusti. Chinato alla finestra, guarda fuori, verso Ponte Santa Trinita. E’ vestito con una marsina bianca, ricamata, un panciotto rosso acceso con bottoni dorati, uno jabot al collo e una parrucca grigia. La mattina è tersa e lui sorride. Vedo che sottobraccio ha un volumetto. “An die Freude“, il titolo. Di Friedrich Schiller. Si tira su, si volta verso di me e sorride più forte. Prima che possa dire o fare qualunque cosa, lui si volta e inizia a camminare nella direzione opposta, fischiettando, e sparisce. Toc tac, toc tac, toc tac…
Mi precipito all’inseguimento degli altri. “Non si allontani dal gruppo” raccomanda la guida con voce monocorde appena appaio. “Massimo, Massimo – dico io agitato – l’ho visto, era lui, era lì, nel Corridoio, sopra Ponte Vecchio!” Massimo finisce lo scatto, abbassa la macchina e mi fa un sorriso luminoso. “Immagino che lì sia ancora il 1786″. Sulla parete c’è un autoritratto di Canova, mi sorride pure lui. Guttuso, no.

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Il 1786 è un anno importante. Le Nozze di Figaro di Mozart, l’Inno alla Gioia di Schiller (celebrato poi nella Nona di Beethoven, anni dopo), la prima abolizione integrale della pena di morte. E il fatto che una simile dichiarazione si sia levata da Firenze, da quelle stanze che si affacciano sulle vie in cui mi sbronzo il sabato sera, mi fa sentire il peso di un’eredità luminosa – mi fa capire che non ho il diritto di essere da meno.
E quindi ringrazio quell’uomo, nemmeno quarantenne, che un giorno di 223 anni fa, per noi e per tutti decise che davvero qualcosa doveva cambiare, nel mondo. In meglio.

Last but not the least, il 30 novembre è  l’anniversario di un altro evento importante. 30 novembre 1900: si conclude la magistrale opera d’arte della vita di Oscar Wilde – al cui splendore e alla cui tragedia mi sento legato a doppio filo.
Quindi, oggi, pensiamo che è davvero il caso di accendere una bacchettina d’incenso. Per onorare tutto l’onorabile. Perché erano persone come noi. Perché noi partiamo da dove sono arrivati loro. Perché noi possiamo arrivare ancora, infinitamente più avanti.

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ott 2 2009

Antiche come le montagne

Da due anni la data di oggi, 2 ottobre, è stata designata come la Giornata Internazionale della Nonviolenza. Ottima scelta, visto che il 2 ottobre è l’anniversario della nascita del Mahatma Gandhi – oggi, il centoquarantesimo. L’Assemblea delle Nazioni Unite chiede agli Stati membri di “divulgare il messaggio della Nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica“.

Non vi voglio chiedere di partecipare alle iniziative che vengono promosse in questo giorno – anche qui a Firenze non è che ci sia molto di esaltante. Ma… abbiamo già avuto modo di parlare della titanica figura di Gandhi e della Nonviolenza, e della loro capitale importanza nel sogno di un mondo migliore. In questo giorno, potete dedicare del tempo a voi stessi per informarvi di più, a riguardo. Il pensiero di Gandhi è così fertile che non può non lasciarvi qualcosa di buono. Quindi cogliete l’occasione per amarvi e farvi del bene, per schiudervi un orizzonte in più – che nel caso, può essere davvero immenso.

Quando vi capita di imbattervi in una figura titanica, di quelle che hanno spinto avanti la razza umana, fermatevi e osservatela. Probabilmente non era una persona più grande e geniale di tante altre.
Semplicemente, fra tutte, è stata quella che più ha creduto di poter cambiare il mondo. E per questo ha vinto.gandhi 5

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feb 23 2009

Futurismo centenario

Siete mai usciti di casa prima di un temporale?

L’aria è pesante ed immobile. Poi, all’improvviso, una folata. Una folata dapprima lieve, che smuove le foglie, e che poi a mano a mano monta, e monta, finché il cielo non si rovescia, e tenti di aprire l’ombrello, ma il vento è così forte che ti investe e te lo strappa via di mano e pensi: “Ma dovevo davvero uscire di casa?”

Esistono movimenti di uomini che sono simili a venti impetuosi. Venti nuovi dell’ovest, che spazzano via il vecchio e palingenerano, movimenti entusiasti nel senso primo del termine – enthousiasmòs, il soffio di dio dentro – movimenti che trovano il futuro in una concezione più pura dell’uomo stesso, forte come la giovinezza.

Sì, probabilmente c’è un errore di fondo, in questi movimenti, è vero. Nascono in opposizione, e l’opposizione è facile che sia portata avanti con violenza, brutalità.
Sapete, io credo che se un movimento è davvero in grado di fare del bene al mondo non abbia bisogno di scontrarsi contro le forze del vecchio e del male. Prevarrà semplicemente.
Ma nonostante questo fondamentale appunto, i movimenti che in passato si ersero con il fuoco negli occhi per cambiare davvero l’Arte, il mondo, la Vita, quei movimenti continuano ad esercitare un fascino mastodontico. Vuoi perché sembra che fossero composti davvero da titani di quelli che lanciarono la scalata all’Olimpo, vuoi perché quegli uomini erano pistoni,vita cristallina in continuo movimento, vuoi perché lo sfidare il marcio ordine costituito è da sempre motivo di ammirazione, vuoi perché ormai sono Storia. Vuoi perché avevano un sogno, per quanto discutibile potesse essere.

La prima pagina del Le Figaro del 20 febbraio 1909. Evidenziato, l'articolo con il Manifesto futurista.

La prima pagina del Le Figaro del 20 febbraio 1909. Evidenziato, l'articolo con il Manifesto futurista.

Principe, fra questi venti, fu il Futurismo.
Estremo, estremo fino all’inverosimile, che arrivò a tagliare la politica dal nero al rosso, con energia esplosiva e bellicosa, attestato saldamente su indifendibili bastioni di dinamismo e cieca furia rinnovatrice – e per questo, tanto più meraviglioso.
E’ buffo, sapete? La prima volta che lessi il Manifesto futurista – chi si ricorda quando… – m’indignai.
Oggi, be’, continuo a non condividerne il contenuto, ma ne percepisco la vertiginosa bellezza, tanto da averlo preso a modello per scrivere il manifesto del nostro circolo artistico. Perché nulla è perfetto, ma tutto ha in sé una bellezza clamorosa, ed è su quella bellezza che dobbiamo appuntare la nostra attenzione. Così, di un movimento ormai morto è bello tener presente le meraviglie, piuttosto che le volgarità. Dopotutto, perfino mio nonno è nato anni dopo la pubblicazione del Manifesto futurista, non ha senso continuare a disprezzare questo movimento dopo un secolo. Anche perché ci ha regalato stelle fulgenti come Marinetti, Palazzeschi, Majakovskij…

Cento anni.
Cento inverni fa, da Parigi, un nuovo vento iniziava ufficialmente a soffiare, dalla prima pagina del Le Figaro. Un vento che avrebbe preso vigore per sferzare poi tutta Europa, scuotendola dalle fondamenta.
In un giorno di febbraio non molto diverso da quello che potete vedere guardando fuori dalla finestra.

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feb 15 2009

Arrivano i barbari

Esistono molti tipi di invasioni barbariche. Di solito le immaginiamo stile invasione dell’Impero Romano: da una parte una civiltà raffinata, grande ed evoluta ma ormai esausta, e dall’altra un’orda di giovani zozzi adusi all’esercizio della forza che sfondando le frontiere si danno al saccheggio sfrenato.
Senza dubbio questo si è verificato spesso, ma… è facile trovare, nella storia, casi in cui lo scenario fosse totalmente invertito. Anzi, casi del genere sono ancora più comuni rispetto a quelli classici.

Perché ne sto parlando adesso, mi chiedi?
Be’, lo Stato neozelandese ha dovuto pagare un indennizzo multimilionario ad alcune tribù Maori per aver sfruttato una loro danza sacra (la Haka, la celeberrima danza di guerra Maori – quella degli AllBlacks, per intendersi); queste tribù ne hanno inoltre ottenuto i diritti d’autore. Una volta tanto, mi verrebbe da dire, la Giustizia funziona. Ma adesso sforziamoci di procedere col nostro ragionamento in maniera lineare, senza divagare.
I Maori vivono nelle foreste e conducono una vita da primitivi. Noi comunichiamo coi satelliti, viaggiamo in aereo e portiamo abiti raffinati.

Ma chi è davvero il barbaro?
E’ barbaro chi parla una lingua diversa dalla nostra e caccia nella foresta indossando solo un gonnellino o è barbaro chi parla la nostra stessa lingua, deruba il Maori dei suoi ori e ne scimmiotta la danza sacra per una pubblicità della FIAT?
E’ barbaro chi indossa cappelli piumati e fa sacrifici agli dèi o è barbaro chi sbarca su un Nuovo Mondo e ne stermina le millenarie civiltà col fucile in spalla, la Bibbia in mano e la sifilide nei pantaloni mandando in patria pesanti galeoni stracarichi d’oro per saziare un’ingordigia senza fondo?
E’ barbaro chi ci invade coi gommoni perché ha nuovi Unni alle calcagna o per la speranza di un domani migliore o è barbaro chi, negli intervalli del Grande Fratello, propone di affondarli» , quei gommoni? Leggi tutto…

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Vi consiglio, in proposito, di seguire questo link ad un pittoresco gruppo Facebook di gente di mondo con la testa sulle spalle, solidi principi, imponente cultura e ampi orizzonti.

I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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