lug 21 2009

Al funerale di Carlotta

Gli sciacalli d’Occidente si riconoscono dai teleobbiettivi. Spolpano le salme a forza di scatti. Succhiano il dolore come se ripulissero un tavolo operatorio con una cannuccia.

L’altro giorno è morta Carlotta Fondelli, una diciottenne fiorentina. Mi limiterò a descrivere asetticamente l’evento, perché voglio tornarci con maggior dovizia di particolari per fare delle riflessioni circa il ruolo dei tutori dell’ordine in questa società.
La sera del 15 luglio lei era su uno scooter con il suo ragazzo. Hanno passato un incrocio col verde. Un’auto-civetta dei vigili, senza accendere sirena e lampeggianti in tempo utile, ha bucato il rosso a grandissima velocità. Stavano portando a identificare una puttana. Lo scooter è stato preso in pieno: lui si è rotto una gamba, lei è morta.

Io non la conoscevo. Non conoscevo le sue compagnie di amici. Un mio amico però è stato suo compagno di scuola alle elementari, e sabato mattina l’ho accompagnato al funerale. Mi ha fatto piacere stargli vicino: vanto un ottimo rapporto con la morte.
La cerimonia funebre è stata davvero commovente, in certi punti, anche se io sono fortemente contrario ai funerali tradizionali.
Sì, non sopporto di vedere persone che piangono senza sapere perché. O disperate perché qualcosa è finito – non commosse perché qualcosa c’è stato. Come un bambino che venga portato via da Disneyland a metà giornata. Oh, piccola nota interpretativa: non prendetemi per cinico. Ovviamente c’erano tante, tante persone il cui sincero dolore sgorgava dagli occhi. Però però però…800px-Chiesa_dei_sette_santi_3

Il fatto è che quando si va a un funerale bisogna essere tristi. Niente sorrisi. Niente saluti alle persone che incontri e non vedevi da tanto tempo. Se non sei abbastanza triste da avere gli occhi lucidi, ti devi sentire in colpa. Se piangi, le persone che sono lì per rappresentanza o buona creanza o apparizione mondana impegnata, ti ammireranno. Tutti costoro, infatti, indossano occhiali da sole per nascondere gli occhi sconvenientemente asciutti.

Il prete, dall’altare, blatera sgomento, dopo aver invano passato la notte a scartabellare i suoi vecchi appunti di Teodicea» per trovare una giustificazione accettabile per la morte insensata di una diciottenne alla luce della bontà divina. “Viene da dire: se Tu fossi stato con lei, non sarebbe morta. Ma…” giro di parole, questione elusa. Un’altra vittoria per la casta sacerdotale. Ha la tonaca bianca e i paramenti viola e promette vita eterna in paradiso. Mi chiedo che posso promettere io quando indosso il mio cappotto nero rifinito alla Wilde e la camicia rossa col jabot.
Il prete chiede disperatamente di credere, di credere, affidando al trascendente dogmatico qualcosa che potrebbe tranquillamente restare aldiqua del cielo. Parla di peccati e peccatori: be’, perdonalo, Padre, perché non sa quello che dice. Le persone, contrite, si percuotono il petto dicendo a denti stretti “mia colpa, mia colpa…”. Curioso che fuori dalla chiesa la colpa sia sempre altrui per tutto. Il prete legge brani della bibbia. Sceglie i classici, Apocalisse e Lazzaro. Con quelli si va sul sicuro – come a ordinare un Martini bianco con ghiaccio.
Ave Maria di Schubert. La folla riceve l’ostia e torna al suo posto, e ciascuno tiene una mano sugli occhi, fingendo di tentare di cogliere un mistero – senza capire che il mistero del pane è il suo esser corpo della terra, sostentamento primo dell’Uomo, frutto di un bel mondo in cui ogni vita condivide lo stesso respiro e nulla ha bisogno di transustanziare. C’è così tanta gente che stavolta eccezionalmente riceve l’ostia da farmi temere. Ci saranno ostie per tutti?
Una volta che il vecchio sacerdote trova il buon gusto per far parlare altri, inizia la parte commovente.

Parla la zia del fidanzato di Carlotta. Fa un discorso molto bello, sottolineando i suoi aspetti maturi – l’aveva conosciuta solo una settimana prima al mare. Alla fine si lascia prendere dal sentimento e invoca ingenuamente un Futuro di Giustizia in cui non muoiano diciottenni. Viene bruciato l’incenso. Fumo e profumo, luci e voci tremolanti. Adoro l’incenso. Anche se la sua costante presenza ai funerali mi spenge un po’ lo slancio entusiastico nei suoi confronti.
Parlano gli amici, i compagni di classe. Tutto molto sentito, anche se dall’esterno gli interventi mi sono parsi piuttosto superficiali. Capisco che magari, dopo una simile perdita, non si articolino bene le parole, ma ciò che si prova per una persona – quello che la persona è stata – dopo che muore diventa cristallino. E si è parlato di sguardo, di occhi. Non di qualcosa che abbia fatto, non dei suoi sogni, non di quello che in particolare ha trasmesso ai suoi cari, non di come ha migliorato le persone a lei vicine. Ma si sa che comunque il tono commosso commuove.
Parla la sorella gemella. Riesce a stento a pronunciare qualche parola. Dice “Non te l’ho mai detto, te lo dico ora: ti voglio bene”. La bara ha molto apprezzato. In effetti in quel momento mi si è formata in cuore un’antistima per la sorella davvero vertiginosa. Deve morire, tua sorella, per sentirsi dire da te che le vuoi bene? Se il tuo processo di apprendimento funziona così non ti aspetta un bel vivere. Mi raccomando: evitate che capiti anche a voi di dover dire qualcosa del genere.

Infine, la bara viene portata via. Come Mosè davanti al Mar Rosso, separa la folla in due ali. La seguono i parenti e gli amici più stretti, in una sfilata di dolore cui le altre persone partecipano attivamente modulando un volto ancor più sconvolto. Come chi, per non sfigurare al confronto, va vestito elegantissimo alle sfilate di moda.
Poi, l’applauso. L’applauso funebre, il simbolo più sincero della stupidità con cui vengono vissuti i funerali. Un applauso barbaro, oltraggioso, immotivato: la morta non è la protagonista di uno spettacolo teatrale che torna alla ribalta per godersi l’acclamante scroscio. Comunque inizio a credere che l’applauso sia un jolly da usare quando non si sa che fare per riemipre un silenzio. Un silenzio che mai come a un funerale è percepito come pesante, perché si resta a tu per tu con pensieri di morte. A quel punto sarebbe meglio cantare…

Insomma, sì, sono uno stronzo irriverente. Ma questo tipo di funerale (quello classico) è quanto di più idiota sia stato partorito da mente umana. Il funerale serve a chi resta, non a chi se ne va: e allora perché deve essere una cerimonia desolante? Perché deve portarmi via ogni energia?
In Irlanda, dopo la breve funzione funebre, tutti i partecipanti si ritrovano al pub a bere in memoria del morto e raccontando su di lui aneddoti divertenti e sputtananti a livelli incontrovertibili. Da noi?
I funerali hanno il pregio di radunare molte persone che si vedono di rado. Perché non sfruttare l’occasione per salutarsi con piacere sincero, con un sorriso? Dirò di più: NON farlo è un oltraggio al morto, alla rete di affetti, amicizie e relazioni che giorno per giorno ha intessuto, rete che è manifestazione tangibile della sua vita.

Io voglio energia, sorrisi, al mio funerale e a quello dei miei cari. Voglio che le persone se ne vadano contente di aver conosciuto chi è morto. Voglio che siano consapevoli di quello che da lui hanno preso. Voglio che festeggino, che ridano raccontando ricordi e che riallaccino rapporti affievoliti. Voglio che vengano suonate le canzoni che abbiamo ascoltato e cantato tutti insieme. Voglio che le persone tristi siano coinvolte da quelle che riescono a trasmettere l’entusiasmo del momento. Non voglio vedere bare costose o ampie corone di fiori. Voglio vedere bottiglie di vino squisito da bere alla propria salute, e voglio vedere i fiori ornare i capelli delle donne e le giacche degli uomini – perché tutti meritano di portare un fiore addosso. Anche se morissi presto e in maniera insensata, o se toccasse a qualcuno che amo, vorrei belle parole, sensibili, intelligenti, degne di chi muore ma non rivolte a lui. Voglio che la gente al funerale si senta fortunata. E voglio che la gente balli, perché quando la gente balla la morte non fa più paura.

Nulla di questo ho visto al funerale di Carlotta, morta in maniera insensata e coerentemente onorata con un funerale altrettanto senza senso.

Fra l’altro… Durante la cerimonia prendevo appunti. Qualcuno ha avuto da ridire, voleva linciarmi.
A quanto pare scrivere è mancare di rispetto. Be’, io l’ho detto che sono uno stronzo irriverente. Ma vi consiglio comunque di ascoltarmi.

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Disciplina teologica che analizza il rapporto fra la bontà di Dio e la presenza del male nel mondo. Dal greco, “Giustizia di Dio”.

feb 8 2009

Amo guardare come muoiono i bambini

“Amo guardare come muoiono i bambini”, diceva Vladimir Majakovskij in Qualche parola su me stesso. Be’, ai tempi forse poteva essere un’affermazione scandalosa – almeno, questo è l’intento con cui è formulata. Il povero Vladimiro non sapeva che invece una reale simile tendenza sarcofaga» di morbosa attenzione alle morti più tragiche dei bambini si sarebbe addirittura largamente inflazionata, ai giorni nostri. Esatto, largamente inflazionata – almeno qui in Italia, beninteso.

Ormai li sappiamo tutti a memoria, i loro nomi.
Il piccolo Samuele, il piccolo Tommaso, i piccoli Ciccio e Tore sono i capitani di questa schera di bimbi malamente morti. Bimbi morti che soli riescono eroicamente a tenere tutta unita l’Italia.
Fermatevi un attimo e riflettete. A parte i mondiali, c’è qualcosa che rende più fratelli gli Italiani del commuoversi tutti insieme con la bava alla bocca davanti alla televisione, mentre il telegiornale zoomma sulle mamme piangenti dei pargoletti ammazzati a zoccolate, squartati, o tragicamente crepati di fame e sete in un pozzo secco? E il fortunato intervistatore, felice come se fosse stato estratto a sorte per fare un’intervista incrociata fra Obama e Ahmadinejad, domanda “Come si sente, signora?” e lei giù, altri pianti.

Delacroix: "Medea uccide i figli". Poi ne servirà le carni in pasto al marito. Italiane, patriote, prendete esempio, please.

Delacroix: "Medea uccide i figli". Poi ne servirà le carni in pasto al marito. Italiane, patriote, prendere esempio please.

Certo, i bambini decomposti sono le prede preferite dai giornalisti (insieme alle loro famiglie, ovviamente); ciononostante, ci si può accontentare anche di un qualsiasi omicidio, sempreché sia particolarmente truculento e le indagini e il processo tirino avanti per anni. Anche questi li conosciamo tutti, dalla strage di Erba a Meredith, e anche questi sono pilastri dell’unità nazionale, da Bergamo a Canicattì.
Quando parlano di certe notizie si vede proprio che ai giornalisti si allarga una misteriosa chiazza sui pantaloni. Il sangue e le lacrime li eccitano sessualmente. E gli Italiani dietro, pronti a leccare la padella, già pregustando le foto delle vittime in tempi felici, i genitori straziati, il volto dell’assassino – hai notato? Assomiglia un casino al tuo vicino di casa.

Questo mi ha dato un po’ da pensare… Ok lo sport come malta sociale, ma se siamo arrivati a questo punto, che conseguenze ne devo trarre? Perché c’è questo latente desiderio di vivere il dramma altrui? Poi, viverlo… far finta di avere idea di che cosa sia quel dramma quel tanto che basta per apparire sensibili, compassionevoli e forti. Forse l’uomo ha bisogno di commuoversi per qualcosa, di raddoppiarsi al di fuori della propria vita interpersonale. E forse, se non lo trova nei libri, e piange leggendo l’ultimo monologo di Novecento o La Città della Gioia, nei film, e ride con le lacrime di commozione agli occhi guardando Big Fish, o Neverland, o La Morte a Venezia, a teatro, e a bocca aperta gli si rigano le gote – e nemmeno se ne accorge! – quando Otello inizia a dire “Ad Aleppo… Ad Aleppo…”, forse, dico, senza questo c’è davvero bisogno di raddoppiare i propri sentimenti in quelli altrui visti al telegiornale – che passione! teatro tragico quotidiano, fisso in programma ad ogni stagione. E magari diamo anche un’occhiata al Grande Fratello» , eh? Riflesso di vita q. b. per evitare di accorgersi di non star vivendo, e coscienza in pace per aver già condiviso del dolore altrui. Nel modo più inutile possibile? Sì, ma via, questo è tutt’un altro discorso…
Male non può fare. Dopotutto, è solo televisione, uno può spengerla quando vuole.
La pensa così anche un eroinomane che conosco, quindi dev’essere vero.

Comunque, la prossima volta che vedrete un telegionale che parla dell’ennesimo morto, mettetevi sull’attenti e presentat-arm all’eroe dell’unità nazionale. E se è un bambino, medaglia d’oro.

Anzi, sapete una cosa?, non mi stupirei se il Presidente della Repubblica Napolitano lanciasse un appello agli Italiani: “Se proprio dovete morire, cercate di farlo nel modo più agghiacciante e tragico possibile – almeno chi resta si sentirà più unito“.
Onore alla Repubblica.

(ringrazio gli Hyronisti per lo spunto)

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Sarco-fago, mangiatore di carne
Ma come si può anche solo pensare di chiamare seriamente un programma televisivo come il dittatore di 1984?!

I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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