Disamistàde culturale
All’Università siamo in periodo di elezioni. E per il Sanato Accademico, e per il Coniglio di Facoltà, e per che diavolo so io.

La carta che viene utilizzata per creare le decine di migliaia di volantini e cartoline – che per una innaturale soggezione alla forza di gravità sono tutte sempre per terra – ovviamente non è mai riciclata, e quando viene gettata, viene gettata in pattumiere simili a fosse comuni con lattine e panini mezzo smangiucchiati. Good night and good luck, foreste vergini del Borneo.
Fatto sta che l’altro giorno mi ero piazzato come mio solito in sala lettura. Lo trovo un posto stimolante, pieno di vita, movimento – paradossalmente riesco a leggere e studiare con concentrazione solo nel casino. Comunque, passa un ragazzo dallo sguardo opaco che lascia dei volantini sui grandi tavoli. Vedo che sono volantini elettorali, e allora mi rituffo nel libro di filosofia della medicina che stavo leggendo, anche se è più che mediocre. Dopo pochi minuti passa un secondo figuro. Leva i volantini elettorali che sono sul tavolo e li sostituisce con altri. Questo mi colpisce molto. Ma mi colpisce ancora di più che, essendo stato tutto calcolato, il ragazzo dagli occhi opachi faccia un altro giro togliendo a sua volta i volantini sostituti e rimettendoci i suoi.
La sala lettura è grande. Sono due piani, e in ognuno ci sono tre file di almeno una decina di tavoli colossali separati in due. Per ogni mezzo tavolo, ho visto, ci vanno tre volantini. Questo vuol dire che ogni quarto d’ora, le parti in lotta in questa guerra di trincea mandano a farsi macellare dal fuoco nemico 360 volantini.
Totalmente sprecati.
Io sono riuscito a salvarne uno – a quel punto ero curioso di vedere che ci fosse scritto. E desidero di non averlo salvato. Leggi tutto…
Pro Luttazzo
Il 27 febbraio sono stato a vedere lo spettacolo di Daniele Luttazzi “Decameron” al Saschall – un grande teatro fiorentino.
La cosa che mi ha colpito è che questo, intorno a me, ha suscitato un vespaio. Un sacco di persone, quando hanno saputo che andavo a vedere Luttazzi mi hanno detto, increduli “Ma Luttazzi Daniele?” o ancora “Ma Luttazzi Luttazzi, quello che mangia la merda?” oppure “Quel comunista?” con lo stesso tono con cui si incalza qualcuno che ci ha appena detto andrà a fare sei mesi di volontariato a Calcutta.

Io Luttazzi non lo conoscevo. L’ho scoperto da pochissimi mesi. In mente avevo qualche ricordo del suo nome… “Espulsi Biagi, Santoro e Luttazzi” “Luttazzi annusa le mutande di Anna Falchi in Televisione” ed echi simili. Dopotutto all’inizio del XXI secolo avevo solo dieci anni. Nessuna parola lusinghiera, comunque.
Poi un mio amico, Jacopo Caffé, mi ha invitato a procurarmi alcuni suoi spettacoli – e ne sono rimasto assolutamente folgorato. Ho finalmente compreso la definizione che il geniale Alessandro Bergonzoni dà di volgarità: “Assenza di idee”. Perché certo, se si sta parlando di metri tradizionali, Luttazzi è di una volgarità vertiginosa, ma se si accetta l’acuta tesi bergonzoniana e si scende un po’ più in profondità, ci si accorge che dietro a quegli smaliziati e lubrìchi discorsi che spaziano dalla scatologia alla genitalità alla politica, si nascondono una cultura ciclopica e una raffinatezza di pensiero che oggi, in Italia, hanno al massimo cinque o sei artisti.
Non importa come sia schierato politicamente – bisogna piantarla di giudicare le persone in base alle proprie idee politiche. Tutti si scandalizzano (giustamente) se uno viene giudicato in base al colore della propria pelle o alla propria religione o alle proprie tendenze sessuali, mentre è consuetudine consolidata e moralmente accettata che si giudichi ferocemente e irrevocabilmente qualcuno conoscendone soltanto lo schieramento politico. Sarò paranoico, ma mi pare di intuire un errore logico, in questa realtà. I pregiudizi o si hanno o non si hanno. Non è che se ne ammettono alcuni. Inoltre, come cantava Gaber, “L’uomo è quasi sempre meglio, rispetto alla propria ideologia”. Quindi piantiamola di (pre)giudicare secondo l’inclinazione Destra/Sinistra, per favore. Oltretutto quelle di Luttazzi non sono posizioni frutto di credenze sedimentate: è un profondo palombaro dell’informazione, che giustifica ogni sua posizione con argomentazioni solide come la verità.
Daniele Luttazzi è un integerrimo artista a tutto tondo, che ha studiato medicina ed è iscritto all’albo dei giornalisti, un densissimo e multiforme concentrato di sapere volto alla comicità e alla satira, di una umanità pura come quella che ho sempre sognato.
Lo spettacolo, inutile dirlo, è stato clamorosamente bello. Due ore e mezzo di monologo serrato in cui è passato dal fascino più “Oh…” alla satira più bassa e spanciante. “Con il mio Decameron rappresento il fenomeno opposto a Benigni“, ha detto. “Lui, con al Divina Commendia, ha sengnato l’unione di Sacro e Profano nel Sacro. Io, l’unione di Sacro e Profano nel Profano“. Subito dopo lo spettacolo, poi, riceve tutti i suoi fan che gli vogliano parlare. Mi sono fatto autografare il suo libro “Bollito misto con mostarda“, il mio libro di appunti personale e gli ho chiesto: “Daniele, io studio Giurisprudenza. Secondo te, che indirizzo dovrei scegliere per migliorare davvero le cose?” E lui: “Be’, la cosa migliore sarebbe tu facessi il magistrato. Ma non te lo imporre, deve essere una vocazione. Credo sia seguendo la propria vocazione che si possa migliorare il mondo“.
Vi consiglio vivamente di procurarvi qualche suo spettacolo. Non vi farà che bene.
Amo guardare come muoiono i bambini
“Amo guardare come muoiono i bambini”, diceva Vladimir Majakovskij in Qualche parola su me stesso. Be’, ai tempi forse poteva essere un’affermazione scandalosa – almeno, questo è l’intento con cui è formulata. Il povero Vladimiro non sapeva che invece una reale simile tendenza sarcofaga» di morbosa attenzione alle morti più tragiche dei bambini si sarebbe addirittura largamente inflazionata, ai giorni nostri. Esatto, largamente inflazionata – almeno qui in Italia, beninteso.
Ormai li sappiamo tutti a memoria, i loro nomi.
Il piccolo Samuele, il piccolo Tommaso, i piccoli Ciccio e Tore sono i capitani di questa schera di bimbi malamente morti. Bimbi morti che soli riescono eroicamente a tenere tutta unita l’Italia.
Fermatevi un attimo e riflettete. A parte i mondiali, c’è qualcosa che rende più fratelli gli Italiani del commuoversi tutti insieme con la bava alla bocca davanti alla televisione, mentre il telegiornale zoomma sulle mamme piangenti dei pargoletti ammazzati a zoccolate, squartati, o tragicamente crepati di fame e sete in un pozzo secco? E il fortunato intervistatore, felice come se fosse stato estratto a sorte per fare un’intervista incrociata fra Obama e Ahmadinejad, domanda “Come si sente, signora?” e lei giù, altri pianti.

Delacroix: "Medea uccide i figli". Poi ne servirà le carni in pasto al marito. Italiane, patriote, prendere esempio please.
Certo, i bambini decomposti sono le prede preferite dai giornalisti (insieme alle loro famiglie, ovviamente); ciononostante, ci si può accontentare anche di un qualsiasi omicidio, sempreché sia particolarmente truculento e le indagini e il processo tirino avanti per anni. Anche questi li conosciamo tutti, dalla strage di Erba a Meredith, e anche questi sono pilastri dell’unità nazionale, da Bergamo a Canicattì.
Quando parlano di certe notizie si vede proprio che ai giornalisti si allarga una misteriosa chiazza sui pantaloni. Il sangue e le lacrime li eccitano sessualmente. E gli Italiani dietro, pronti a leccare la padella, già pregustando le foto delle vittime in tempi felici, i genitori straziati, il volto dell’assassino – hai notato? Assomiglia un casino al tuo vicino di casa.
Questo mi ha dato un po’ da pensare… Ok lo sport come malta sociale, ma se siamo arrivati a questo punto, che conseguenze ne devo trarre? Perché c’è questo latente desiderio di vivere il dramma altrui? Poi, viverlo… far finta di avere idea di che cosa sia quel dramma quel tanto che basta per apparire sensibili, compassionevoli e forti. Forse l’uomo ha bisogno di commuoversi per qualcosa, di raddoppiarsi al di fuori della propria vita interpersonale. E forse, se non lo trova nei libri, e piange leggendo l’ultimo monologo di Novecento o La Città della Gioia, nei film, e ride con le lacrime di commozione agli occhi guardando Big Fish, o Neverland, o La Morte a Venezia, a teatro, e a bocca aperta gli si rigano le gote – e nemmeno se ne accorge! – quando Otello inizia a dire “Ad Aleppo… Ad Aleppo…”, forse, dico, senza questo c’è davvero bisogno di raddoppiare i propri sentimenti in quelli altrui visti al telegiornale – che passione! teatro tragico quotidiano, fisso in programma ad ogni stagione. E magari diamo anche un’occhiata al Grande Fratello» , eh? Riflesso di vita q. b. per evitare di accorgersi di non star vivendo, e coscienza in pace per aver già condiviso del dolore altrui. Nel modo più inutile possibile? Sì, ma via, questo è tutt’un altro discorso…
Male non può fare. Dopotutto, è solo televisione, uno può spengerla quando vuole.
La pensa così anche un eroinomane che conosco, quindi dev’essere vero.
Comunque, la prossima volta che vedrete un telegionale che parla dell’ennesimo morto, mettetevi sull’attenti e presentat-arm all’eroe dell’unità nazionale. E se è un bambino, medaglia d’oro.
Anzi, sapete una cosa?, non mi stupirei se il Presidente della Repubblica Napolitano lanciasse un appello agli Italiani: “Se proprio dovete morire, cercate di farlo nel modo più agghiacciante e tragico possibile – almeno chi resta si sentirà più unito“.
Onore alla Repubblica.
(ringrazio gli Hyronisti per lo spunto)
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!





