mar 8 2010

Che altro si può pensare del decreto “salvaliste”

Ah, l’attualità…
Grandi liste di grandi partiti non hanno fatto in tempo, per propria colpa, a rientrare nei tempi burocraticamente validi per iscriversi alle prossime Elezioni Regionali.

Questo ha sollevato un gran polverone, smosso enormi energie e ingrossato le voci. Nel caso particolare le liste erano dei Radicali e soprattutto del PdL, in Lombardia e in Lazio. Ma preferirei non dare rilevanza a questi dati, ancora.

Che accade se un partito di maggioranza non può più partecipare alle regolari elezioni per questioni burocratiche?
Si viene a creare un buco. Una fetta dell’elettorato, non avendo più il riferimento preferito da votare, si asterrà o più probabilmente dirotterà il proprio voto verso altre liste, verso altri partiti. Presumibilmente affini, sullo stesso lato. Così sarebbe dovuto avvenire se non fosse stato promosso dal Governo un decreto-legge interpretativo» per ricomprendere le liste escluse nella corsa alle Regionali.

La defezione più importante sarebbe stata quella del PdL, partito di maggioranza in Parlamento e attualmente proprio al Governo. Ma non soffermiamoci su questo, per un attimo.

Dura lex, sed lex.
Sarebbe stato giusto, per un problema burocratico, privare una percentuale importante dell’elettorato del proprio partito di riferimento? La burocrazia esiste per regolare e sveltire il funzionamento organico dell’ordinamento. E chiunque converrà che in sé non ha valore, a parte questo. Quindi, in linea di principio, davanti ad una causa di forza maggiore volta a proteggere un interesse superiore, è ammissibile uno scarto per aggirare la burocrazia. Dopotutto si parla della gestione di uno Stato, non di una partita a Monopoli in cui ci si appella berciando al foglietto delle regole.

Resta ovviamente l’amaro in bocca ai poveri cittadini-nessuno che la burocrazia la possono soltanto subire. Ma si sta parlando di altissime sfere, non è il tragicomico contesto della fantozziana lotta fra il singolo e la Pubblica Amministrazione.

Questa reintegrazione è un’azione che sarebbe stato opportuno fare per qualsiasi partito escluso per motivi simili.
Ovvio che se la burocrazia esiste un motivo c’è. Garantisce il buon andamento della Pubblica Amministrazione. Infatti la reintegrazione dovrebbe essere accompagnata da sanzioni. Ma sia che politicamente il partito escluso fosse alla maggioranza, sia che fosse all’opposizione, la sua reintegrazione sarebbe dovuta essere possibile.

Queste sono le mie considerazioni astratte.
Passiamo a quelle concrete, molto meno mature ma molto più divertenti.

Se il PdL fosse veramente rimasto escluso, gioioso popolo di sinistra, chi credete avrebbero votato gli elettori? PD? Temo che si sarebbero buttati più volentieri sulla Lega in Lombardia e sui partiti di destra più estrema in Lazio. Pur di non votare dal lato sbagliato… E sarebbe stato ancor più disastroso. Quindi attenti ad allegrarsi, se tosto può tornare in pianto.

Il modo in cui l’opposizione ha reagito al fallimento dell’iscrizione del PdL è stato pittoresco.
Il giocatore di Monopoli che non avendo palle sta soccombendo e che trova il cavillo per vincere a tavolino. E quando è saltato fuori il discorso del decreto ad hoc, mi è parsa tanto simile allo sciacallo che si vede portar via il cadavere con cui stava non troppo gloriosamente banchettando. Ma si sa che la nostra opposizione non brilla certo d’iniziativa. Le contromisure, anche a questo punto, si limitano all’invettiva.
Non troppo matura, questa opposizione. Sia ai vertici che fra i cittadini.

Ma l’apice si tocca altrove.

Il testo del decreto è uno dei parti legislativi più orrendi che io abbia mai letto in vita mia. Sgraziato, parziale, sembra scritto da un bambino di quarta elementare.
In seconda battuta, e ben più importante, è l’atteggiamento con cui questo decreto è stato partorito. E’ con quello che si arriva al rivoltante. E’ stato emesso col cipiglio “di chi è abituato a comandare in Fininvest”, per usare un’espressione di Luttazzi. Senza costernazione per l’increscioso avvenimento, senza una riflessione espressa che porti ad una riconsiderazione matura della propria organizzazione, senza una sincera ammissione di rincrescimento davanti a tutti i partiti e le liste che sono riuscite – sembra impossibile – a iscriversi alle Regionali con successo. Ma con protervia, superbia, sprezzanza.

La riammissione di certe liste, per me, è un atto necessario per evitare stravolgimenti antirappresentativi e passare dalla padella alla brace, ma non è scontato! E anzi è e deve essere decisamente umiliante. E i siori che lo si son prodigati a produrre scrivere e firmare dovrebbero ben tenerlo a mente, così come gli altri siori dell’opposizione che gridano “Arbitro! Fallo!”. Un simile decreto è una toppa a un fallimento, che non può ritenersi normale, posta per grazia di un ordinamento costituzionale (ancora) saldo e maturo.
Che insomma, resta una toppa. Non eccessivamente elegante.

Oggi più che mai è urgente pensare con la propria testa. Raccogliere informazioni da più parti, astrarre, considerare e riconsiderare per giungere ad una posizione e ad una linea di pensiero consapevole, presente e coerente in tutto e per tutto con le proprie alte idee e coi sistemi ideologici che più saggiamente hanno passato il vaglio della storia. In un periodo buio come questo è il lume della nostra ragione a dover brillare per riaschiarare il mondo. Non la fiamma facile dei cuori politici. Attenti ai pensieri facili, attenti a non ritrovarsi a seguire le posizioni altrui come gli elefanti che si muovono in fila tenendo la coda di quello davanti con la proboscide.
Minima stima per il nostro Premier e per la più gran parte del nostro Governo, da parte mia. Ma questo non significa che io sia una iena che balza al collo avalutativamente. La politica non è affare per chi s’infiamma sempre come un toro che vede il panno rosso. Se si vuole costruire un’opposizione forte e saggia, dobbiamo essere tutti forti e saggi.
Se no qui stemo a prenderci per le natiche.

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Il decreto-legge è un atto avente forza di legge emesso dal Governo, e non dal Parlamento, in gravi frangenti che richiedono provvedimenti tanto urgenti da non poter attendere l’iter parlamentare. Ha efficacia per sessanta giorni: in questo frangente il Parlamento lo deve approvare altrimenti cesserà di avere effetti. Un atto simile si denomina interpretativo quando il testo non porta innovazioni legislative, ma suggerisce il modo in cui deve essere interpretata una legge preesistente.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

feb 20 2010

Avatar

Nota introduttiva: “il pensiero rovina la Bellezza”. Di seguito troverete riflessioni laterali e originali che potrebbero farvi storcere il naso perché “Il pensiero rovina la Bellezza”. Ciononostante non si tratta di biopsie asettiche: è un pensiero stupito – che trovo migliore della contraddizione in termini di una bellezza stupida.

Non si hanno difese contro il fascino. E’ un assedio vinto. E chi scrive una storia fascinosa lo sa bene. Però esistono tanti, tantissimi modi di raccontare una storia fascinosa – anche se la storia è sempre la stessa. E così scegli un ambiente, dei personaggi, una trama, e… Avatar.

Avatar è una parola di nobile ascendenza.

Nella mitologia indiana l’Avatar – il disceso – è l’incarnazione di Vishnu, che di era in era torna sulla terra per proteggere gli uomini retti, spazzar via i malvagi e riportare la Giustizia. Il più celebre fra gli Avatar senza dubbio è Krishna, l’alto principe dalla pelle azzura.
E James Cameron, durante l’ultimo ventennio, nelle fucine della sua fantasia, in laboratori informatici e sui set di ripresa forgia un nuovo Avatar.

E’ strano ritrovarsi in uno stanzone buio con degli occhialini stupidi sul naso e bere da una parete illuminata figure e sensazioni palesi che sono sempre vissute celate nella tua immaginazione più intima. E ti chiedi… quale strana spia, silenziosa come la notte, appostata nelle circonvoluzioni della mia mente ha preso appunti osservando i miei sogni mentre li sognavo? Passandoli poi ad un regista d’oltreoceano che ci avrebbe fatto su un film? Come è possibile?
Così sbalordito mi sono sentito io vedendo balzar fuori dallo schermo le montagne fluttuanti su cui ho costruito i miei palazzi, vedendo le foreste che già avevo sognato e in cui da anni vado esplorando nuovi sentieri con passo leggero, e volando come troppe volte ho fatto su creature simili a draghi.
E’ il supremo inganno dei sensi. I decadenti francesi avrebbero stravisto per Avatar 3D. Magari non per i temi, ma per l’illusione sì.

Io credo che la maggior parte dei fruitori dell’arte cinematografica nel mondo sia inconsapevole della parzialità della propria esistenza. E’ una questione di semplice statistica, visto che si tratta di un’arte di massa. E questo pone in capo al regista (magari che voglia dire qualcosa) un onere ancora maggiore. Perché fare arrivare un messaggio ad un distinto signore o a un ragazzo dagli occhi vivi che entra in un teatro è facile; fare arrivare lo stesso messaggio ad un tizio che biascica popcorn con la bocca aperta in settima fila, no.
Se ad una persona che non ha sviluppato se stessa, vissuta senza mai imparare ad imparare, se ad una persona del genere dici che le stai insegnando qualcosa, non imparerà mai. Si chiuderà a riccio. Sfodererà un rivestimento refrattario antievolutivo.
Quindi va fatta una piccola finta. Proporle di divertirsi e cercare nel mentre di dire qualcosa. E questo James Cameron lo sa bene – o mi piace pensare che lo sappia.

Ti ucciderò in centocinquanta modi dice Shakespeare in As you like it.
Così fa Cameron. Riferendosi al cliché. Perché non è necessaria una storia pazzesca per fare una grande opera.

Anzi nel caso la storia è veramente semplice.

Per farla breve, il protagonista è Jake Sully, un ex-Marine paraplegico. Suo fratello gemello, morto di morte violenta, era uno scienziato che avrebbe dovuto partecipare al programma Avatar sul lontano pianeta di Pandora. “Lei ha il suo stesso genoma, vuole sostituirlo?” E così Jake parte per sostituire il fratello. Il pianeta è boscoso e selvaggio, l’atmosfera è irrespirabile per gli umani, e ha un sottosuolo ricco di un preziosissimo minerale, che viene estratto con gran dispiegamento di mezzi. La missione su Pandora ha quindi una componente fondamentalmente imprenditoriale, ma è affiancata da una spedizione militare d’appoggio e una scientifica di ricerca che conduce il contatto coi nativi Na’vi, una popolazione di eleganti giganti azzurri completamente detecnologizzata che vive in simbiosi diretta con la natura del pianeta. Gli scienziati curano il programma Avatar: attraverso un’opera di ingegneria genetica i DNA Na’vi e umani vengono combinati per creare dei corpi Na’vi che possano essere controllati a distanza dagli scienziati e che permettono quindi di poter agire all’esterno senza l’ausilio di maschere. Il colonnello dei Marines che guida la missione militare conquista la fiducia di Jake: “Cerca di farteli amici e di convincerli a sloggiare; intanto forniscimi anche informazioni utili per un assalto armato. Nel caso in cui non si convincano”. Infatti un mega-giacimento del minerale da estrarre si trova sotto il mastodontico albero-città della tribù Na’vi: devono andarsene o morire. “In cambio, Jake, vedremo di ridarti un paio di gambe funzionanti”. Durante una spedizione però si perde e viene salvato da una Na’vi di quella stessa tribù, che per decisione del consiglio tribale si ritrova ad addestrarlo. Così Jake Sully inizia a vivere come un Na’vi, e scopre un tipo di realizzazione della propria vita diverso e superiore – pur continuando la sua missione. Allo scadere del tempo invano concessogli per attuare la mediazione e negoziare lo spostamento della tribù, l’impresa si risolve ad attuare un’azione militare per radere al suolo la capitale-albero della tribù Na’vi. A quel punto Jake, ormai innamorato della sua nuova vita e della bella Na’vi che lo ha addestrato, passa dalla parte opposta a difendere la sua nuova terra. Scoperto il tradimento, viene strappato all’Avatar e quindi al suo corpo Na’vi, e solo con una rocambolesca fuga insieme ad un piccolo gruppo riesce a rientrarvi. Ma ormai anche i Na’vi lo ritengono un traditore, visto che ha rivelato di essere una spia e che era a conoscenza dell’imminente assalto umano. Per riconquistare la fiducia della tribù Jake doma un leggendario animale» volante e si ripresenta come Toruk Mak To, una figura mitica che riappare di era in era nei momenti più bui della razza Na’vi per riunirla, proteggendo i retti, spazzando via i malvagi e riportando la Giustizia. Così avviene in un epico scontro; gli uomini sono ricacciati in esilio sul loro pianeta morente e Jake Sully diventa definitivamente un Na’vi.

La storia è veramente semplice. E Cameron marcia su questa semplicità. Danza un ballo arioso col cliché senza lasciarlo mai condurre. Ma conducendo assieme a lui anche l’immaginario e il pensiero di chi assiste.

Le astronavi futuribili sono chiaramente un must! Allora Cameron te ne fa una che assomiglia alla Torre Eiffel senza che nessuno si accorga della somiglianza, del peso storico di quel design. Ma c’è, e tutti sanno come è fatta la Torre Eiffel, e in qualche perlacea cellula del cervello di ognuno, scoccando fra i bianchi assoni neurali, il collegamento è stato fatto pur rimanendo celato. Palese che sia terrestre, quindi. E si crea la delicata magia che sottintende l’ironia del colonizzare mondi lontani sparapocchiando Torri Eiffel a destra e a manca nell’universo.
Così come nell’immaginario collettivo quegli aereocotteri che vengono usati per spostarsi sul pianeta Pandora in Avatar sono sovrapponibili a quelli di Apocalypse Now. Il che ci ricorda il Vietnam. E quindi si sa che cosa aspettarsi dai Marines. Già si vede il fuoco nella foresta. Ma coscientemente non ne hai ancora idea.
Ecco gli scienziati, poi. Un branco eterogeneo di nerd, zitelle e sfigati. Di un realismo impressionante. Che però fa passare costantemente per imbecille qualsiasi militare passi nei paraggi.
Cameron  prende per mano lo spettatore da una situazione nota e familiare accompagnandolo verso un cambio radicale di prospettiva.
Infatti poco dopo gli Avatar vengono utilizzati: il cambiamento di corpo di Jake Sully permette a chi osserva di trovare naturale il successivo cambiamento di spirito. E l’attaccamento sempre maggiore alla propria nuova vita che rende la forma umana quasi insopportabile, il tempo sempre maggiore passato nel proprio nuovo corpo che rende la vecchia vita un’aberrazione è un indice tangibile, evidente, quasi fisico dell’evoluzione radicale dell’esistenza di Jake.

Quando vogliamo cambiare la nostra vita iniziamo andando dal parrucchiere per un nuovo taglio di capelli, dopotutto.

Avatar è una parola di nobile ascendenza, e temevo per la sua nobiltà.
Avevo ragione di temere, ma qui mantiene un portamento consono al proprio sangue blu: nel film, dopotutto, che cos’è un Avatar? Un’incarnazione bella e buona: l’Avatar è ancora un disceso. Disceso dal cielo, oltretutto, come tutti gli umani che siano su quel pianeta, Pandora. E non solo: i Na’vi sono una versione ripulita e ristrutturata di Krishna. Meno orpelli, sì, ma alti, azzurri e fisicamente prestanti come lui. E per di più i loro corpi sono una pesatissima commistione di elementi umani e felini rimodellati per dare una grazia ineuguagliabile alla loro figura e ai loro movimenti – avvicinandoli ancora una volta alle icone indiane metà uomo metà animale. Quindi, considerando anche quello che ho già detto del ruolo di Toruk Mak To, è facile dire che Jake Sully, col suo Avatar, sia effettivamente un Avatar in senso indiano.
Non è un filmozzo provinciale, ignorante e tronfio. E’ un film ponderato, sorretto da un iceberg di pensiero.

Il suo epos» è delicato. Sempre intuitivo. Accompagnato da una colonna sonora di prim’ordine: perfettamente integrata con l’ambiente, lascia stare il fuoco degli eserciti di violini e gli squilli di trombe potenti da carica di cavalleria francese. James Horner, il compositore che l’ha creata, ha preferito strumenti psicagogici» primitivi, quelle sonorità che per qualche strano retaggio abbiamo tutti nel cuore e che incantano la mente, le sonorità di piccoli tamburi suonati con le mani e di grandi pelli percosse con mazze, di canti che si intrecciano e si rispondono, di flauti lunghi, di campane a grappolo, di arpe le cui note sono cristalli che cadono a terra, quasi gocce, quasi vento – infiniti strumenti sotto innumerevoli dita come quando fuori piove.

E queste musiche, tirandoti per il cuore, ti sollevano verso i veri messaggi che è urgente lanciare in un occidente come questo.
Un amore complice per la Terra Madre alla cui sorte siamo legati a doppio filo. La Natura come parte del sé e il sé come parte della Natura. Il profondo e amorevole rispetto per ogni essere vivente, vegetale ed animale. Il vivere in punta di piedi senza viaggiare su macchine di grande cilindrata, trovando altrove la propria torreggiante grandezza. Lo stupore davanti alla meraviglia di questa vita. Una vita che può trovare la propria realizzazione aldilà dello svolgimento della missione militareconomica, una vita più alta che deve trovare il proprio incastro perfettamente lubrificato nel mondo, consacrata ad una vocazione inarginabile, ad un sogno, proprio e collettivo, a ritmo con il resto dell’umanità, di realizzazione, felicità, di sentimento, il sogno di Faust ormai vecchio per la seconda volta, il sogno che non posso non pensare ogni singolo ventenne stia rincorrendo come una preda sfuggente nel sottobosco – anche se non è così.

E milioni di persone hanno sentito questo messaggio, nei cinema, con gli stupidi occhialini 3D sul naso.
Milioni di persone hanno visto il protagonista di un film che ha lasciato tutti a bocca aperti uccidere un animale per cibarsene domandandogli perdono come facevano i nostri progenitori, triste per la sofferenza che gli ha dovuto infliggere; hanno visto la stupidità di chi continua a perseguire un interesse economico senza la capacità di stupirsi, di capire la bellezza profonda di quello che sta perdendo e distruggendo; hanno visto l’idiozia di chi non è relativista a confronto con gli uomini che sanno esserlo; hanno sentito parlare di una terra morente potendola soltanto immaginare, avendo davanti agli occhi un immaginario pianeta rigoglioso e fervido di vita che ne rendeva tanto più insopportabile il pensiero. Milioni di occidentali hanno sentito i Na’vi salutarsi dicendo “Io ti vedo“, così come gli indiani si salutano dicendo “Namaste” – “la divinità che è in me si inchina alla divinità che è in te”. E noi invece ci salutiamo dicendo “bonaaa!” “ci si becca”.
Anche se aver visto e sentito non significa aver capito, è già un inizio.

E’ vero. E’ un film con tempi wagneriani, e non si confanno a tutti. Spesso il messaggio è un po’ grossolano, le azioni degli umani irruvidiscono l’epos e soprattutto la divisione fra bene e male è assolutamente troppo netta per essere apprezzabile. Quindi… lo considero uno spettacolare primo tentativo. Spettacolare primo tentativo di creare un film davvero capace di  fare la differenza. Ma comunque era da molto che non andavo al cinema dicendo “Oh…” così spesso. Era tanto tempo che non mi dicevo “Diavolo, questo fim ha davvero un bel messaggio, sono contento che lo veda tanta gente”.
Ma c’è anche stato qualcosa di più…

Perché  poi sono tornato a casa e ho sognato le mie montagne fluttuanti. Erano diverse. Ancora identiche a come le avevo sempre viste io, ma… Stavolta c’erano tante persone come me, sopra, che arrivavano sui loro draghi. Perché quelle montagne non sono solo le mie montagne. Perché tutti quei sogni non sono solo i miei sogni.
E devo dire che è molto meglio così.

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Giusto per continuare con le corrispondenze, quel destriero alato è identico a Garuda, il mitico volatile cavalcato, secondo la leggenda, dallo stesso Vishnu.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4
“Epos” è una bellissima parola greca che è alla radice di “Epica” e di tutte le parole connesse. Io lo uso genericamente in luogo di sostantivi orrendi come “Epicità”, indicando la vena che rende qualcosa epico.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

feb 18 2010

Come chiedere aiuto in modo efficace

Vi è mai capitato di assistere ad un’aggressione, o ad una rissa in pubblico? Se sì, guardandovi intorno, avrete sicuramente visto i presenti immobili intorno a voi, che o cercavano qualcosa con lo sguardo perso, o si giravano dall’altra parte facendo finta di non vedere.
Sui giornali si legge continuamente, di aggressioni, rapine, o anche di morti per semplici malori, ma raramente si legge di qualcuno che interviene.

Ho sempre pensato che il non intervento in situazioni del genere fosse dovuto all’egoismo e al menefreghismo della gente. Però recentemente, mentre mi studiavo un libro di comunicazione, ho letto una cosa molto interessante a riguardo, che dà invece una spiegazione alternativa. Quella che viene chiamata ignoranza collettiva (o anche apatia dello spettatore).

Gli studiosi hanno osservato questo comportamento ed hanno escluso che ci possa essere una relazione con la personalità dell’individuo. Sono stati invece individuati altri fattori che influenzano il comportamento di un possibile soccorritore.

Regna l’incertezza

Spesso le situazioni d’emergenza sono ambigue, e non riusciamo a renderci immediatamente conto della gravità della situazione e se ci sia bisogno o meno del nostro intervento. Quello che facciamo in genere è guardarci intorno, per vedere che cosa fanno gli altri. Se nessuno sta facendo niente, evidentemente non c’è nessuna emergenza, altrimenti qualcuno sarebbe già intervenuto! E’ triste pensare che probabilmente tutti quelli che ci sono intorno, staranno facendo questo ragionamento.

Questione di responsabilità

Il fatto che ci siano altre persone presenti, limita la nostra responsabilità personale. Perché dovrei essere proprio io ad intervenire quando ci sono così tante persone qui? E poi, se non è realmente un’emergenza, che figura ci faccio?

E’ appurato che in caso di emergenza è più difficile ricevere assistenza nelle grandi città, piuttosto che nei piccoli paesini. La città è un ambiente in continuo mutamento, è molto popolato (quindi la possibilità di assistere ad un’emergenza insieme ad altre persone aumenta significativamente), e c’è una scarsa conoscenza del prossimo.

Cosa possiamo fare?

Con questo articolo non voglio giustificare chi non interviene, dare una consapevolezza in più ai lettori: una consapevolezza che in una situazione di presunta emergenza, può permetterci di aiutare qualcuno che ha bisogno. Non bisogna stare ad aspettare che sia qualcun altro ad intervenire, adesso che sappiamo che c’è qualcosa che li frena, la nostra responsabilità aumenta enormemente!
Davanti al prossimo pestaggio di gruppo, o alla nonnina che ha difficoltà ad attraversare la strada, non dobbiamo aspettare nessuno.

Come chiedere aiuto, in maniera efficace

Veniamo al punto saliente… E se siamo noi ad avere bisogno d’aiuto? Come facciamo a sconfiggere questo alone d’incertezza che circonda le persone intorno a noi? Se siamo vittima di un malore mentre siamo fuori, come facciamo a chiedere aiuto?
In realtà adesso che sappiamo le regole del gioco, possiamo modificarle in nostro favore:

  1. Eliminare l’incertezza. Togliete ogni dubbio a chi vi sta intorno, gridatelo che state male, in questo modo nessuno potrà più vedere la situazione come ambigua. C’è bisogno d’aiuto, e nessuno può rimanere indifferente.
  2. Isolare una singola persona. Fermate la prima persona che vi passa accanto e ditele che state male “Ehi tu, con la camicia blu, sto male, ho bisogno d’aiuto!”. All’altro che sta a fianco chiedete di chiamare un’ambulanza. In questo modo quelle due persone hanno ricevuto una responsabilità, e sanno che devono fare qualcosa per aiutarvi.

Se invece ci rivolgiamo al gruppo, il meccanismo s’inceppa. “Ci penserà qualcun altro!”

*  *  *

Lo studio sui comportamenti umani, e sulle tecniche di comunicazione, si sta rivelando ancor più interessante di quanto non avessi previsto. Anche se – devo ammetterlo – questa cosa dell’ignoranza collettiva mi era sembrata molto buttata lì. Dai, non è possibile che uno di fronte ad un’emergenza se ne resti impecorito a guardare che cosa fa il resto del gregge… O forse sì? E’ bastato ripensare a tutte le esperienze quotidiane per rendermi conto di quando sia fottutamente vero. Però adesso mi rendo conto di avere una nuova arma, l’arma più potente per sconfiggere quest’apatia di gruppo. Sì, la consapevolezza è veramente l’arma finale, e con questa possiamo sconfiggere ogni mostro, ogni abitudine che ci logora ed esser sempre presenti in ogni nostra azione, in ogni momento della nostra vita. Presenti e consapevoli.

Un enorme GRAZIE a Eleonora Bressi che ha realizzato questa splendida vignetta “Come (non) chiedere aiuto in modo efficace”!

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feb 5 2010

Quello che non dobbiamo sapere sulla droga

Aveva soltanto ventisette anni, quando si ritrovò ad essere il solo medico del campo. I feriti erano novanta, lui era solo e non aveva che bende e seghetti da osso; niente medicine. 7 settembre 1914, sera. Dalle bocche spezzate si levavano lamenti selvaggi, mentre la notte abbracciava questi guerrieri morenti, lontano da casa, a Grodek, in Polonia. E lui era lì, da solo. Ufficiale medico Georg Trakl, altissimo poeta espressionista tedesco, che di lì a due mesi si sarebbe ucciso al ricordo di quella sera, abusando del suo vizio: overdose di cocaina.

Ieri, 4 febbraio, è uscita un’intervista, rilasciata da Marco Castoldi aka Morgan per la rivista “Max”. Intervista piuttosto scottante, perché il cantante parla in maniera decisamente smaliziata del proprio uso di cocaina – anzi tanto scottante da essergli costata l’espulsione dal Festival di Sanremo, ormai ufficiale. Perché il Festival è un monumento culturale, e non si può permettere ai cattivi esempi di penetrarvi. Sorge quindi la domanda: ma allora Povia al festival che ci faceva? Anyway.
Cori unanimi si sono levati a rimarcare la sconvenienza per un uomo pubblico di fare certe affermazioni (anche se si potrebbe citare Il berretto a sonagli di Pirandello: “Vergogna è dire certe cose… farle, no di certo”). Come ha sottolineato il ministro per la Gioventù Giorgia Meloni, Morgan dimostra di essere l’ennesimo cattivo maestro di cui la gioventù italiana farebbe volentieri a meno, una voce di certo non di aiuto nella battaglia che la nostra società sta combattendo contro il consumo di stupefacenti, che brucia – e ha già bruciato – ampie fette di parecchie generazioni. Ma se è vero che nessuna questione si può definire a colpi d’accetta – men che meno una complessa come questa -, vediamo che cosa si ha grande cura di tacere, in questi tempi, sulla cocaina e sulla droga in genere.

Esistono tre motivi per cui uno si può drogare:

  1. Per sballo, anche se odio questa espressione. Anyway, il fine è e resta quello di alterare le proprie percezioni e i propri stati dell’animo per confondere e rendere piacevolmente sopportabile e divertente una situazione interna disastrata da disagi profondi che non si ha la forza, la capacità né l’aiuto per affrontare.
  2. Per cultura, e questo è un punto veramente interessante. Noi a tavola ci scoliamo bottiglie e bottiglie di vino reputandolo perfettamente normale. E l’alcol è una droga. In Nepal e in India è perfettamente normale fare una capatina alla fumeria d’oppio, o passare dalla bancarella che vende hashish prima di tornare a casa. E questo uso dell’hashish è diffuso anche nei paesi mediorientali. Sulle Ande tutti masticano palline di foglie di coca: addirittura, in tempi antichi misuravano le distanze in palline di coca, cioè in quante palline ti servivano per coprire una distanza a corsa dopandoti con la coca quando non ce la facevi più. Chiaramente sulle Ande e in Medio Oriente è deprecabile ubriacarsi tanto quanto è culturalmente malvisto da noi farsi di coca o fumare sigarette oppiate.
  3. Per uso sapienziale. L’uso più antico e quello di più difficile comprensione.
    Perché i Rastafariani fumano l’erba ganja? Perché gli stregoni messicani assumono peyote e mescalina? Non per sballo, non strettamente per un fattore culturale. Secondo il credo rastafariano, gli effetti della marijuana sono capaci di inclinare l’animo alla meditazione e alla preghiera. Secondo gli sciamani, l’alterazione sensoriale e di pensiero accompagnata da sostanza naturali psicotrope, è in grado di metterci in contatto con la parte più profonda e nascosta di noi stessi e di rendere tangibile l’oltremondo dell’invisibile. Quindi di darci dei vantaggi di conoscenza una volta tornati lucidi.

Arthur Rimbaud si strafaceva di tutto quello che gli capitava a tiro. Paul Verlaine si finiva d’assenzio. D’Annunzio era entusiasta della cocaina, pippava forte e poi fotteva per ore – come gli interessava. Questo è solo in parte scritto nei libri di letteratura. E non è mai nelle note de “La pioggia nel pineto”.
Il punto è che di rado ci soffermiamo a pensare che la nostra tanto amata cultura artistica europea è fondata sulla droga, per un verso o per un altro. E se da un lato si può capire che i grandi dirigenti RAI siano titubanti nell’accettare pubblicità in favore degli stupefacenti, dall’altro non si può negare che un uso sapienziale sia strutturalmente necessario per una certa categoria di artisti.

La droga non è un male assoluto. E’ autodistruttiva, come la non stima di sé e il guardare la televisione, ma nulla di più. Anzi.
Con questo non voglio giustificare Morgan. Dopotutto da ieri sera in poi sarà in tutti i Talk-Show possibili immaginabili per dare scuse e spiegazioni – cosa che i veri artisti maledetti mai avrebbero fatto, il che lo umilia e denobilita ulteriormente. Ma laddove ci siano artisti con le palle che si drogano per ragioni superiori, è necessario avere la coerenza culturale per accettarli. Ovvio che ogni tipo di droga sia usata perlopiù per motivi futili riconducibili al punto 1; ma questo non deve indisporre verso chi la usi per motivi altri – se non alti. E non mi sto riferendo alla beat generation e a Jim Morrison. Costoro non ne hanno mai fatto uso sapienziale. Il che è ben deducibile dalle banali poesie di Morrison. Ma non vi preoccupate: di lui parlerò ancora in futuro. Senza pietà.

Volendo tirare le conclusioni, è bene che Morgan sia stato escluso da Sanremo per le sue affermazioni? No. Ma viste le sue ritrattazioni, sì, assolutamente, non merita altro. Perché ha dimostrato di non aver fatto della droga un uso sapienziale come dovrebbe fare ogni artista che si dica aduso al consumo di droghe.

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gen 31 2010

Scontro oggi, Diritto Civile domani

di David Caratelli

Quando pensiamo ai diritti civili pensiamo agli anni ‘60 e le marce di Martin Luther King Jr., o le battaglie non-violente di Gandhi. Il voto alle donne o la legalizzazione dell’aborto. Diritti civili sono spesso sinonimo del passato: di quei movimenti che ci hanno portato allo stato attuale delle cose; un mondo piu’ libero e piu’ tollerante.

E’ difficile pensare ai diritti civili come cose che ancora non sono, beh, diritti. Sarebbe un po’ come pensare all’oggi visto dal domani. A tutti sembra ovvio che le donne abbiano lo stesso diritto degli uomini di votare, ma quando la discussione non era pura retorica ma anzi materia di dibattito aperto certo le persone non vedevano la conquista del voto per le donne come una battaglia per i diritti civili (tranne i pochi, quelli che poi la storia la fanno). La questione era semplicemente un altro punto in un programma politico, cui uno poteva appoggiare con motivazioni a, bi e ci, o respingere con ragionamenti altrettanto logici di, e ed effe. I diritti civili sono visti come qualcosa di intrinsecamente giusto, ed e’ quindi difficile pensare ad una materia che suscita polemica oggi come semplicemente giusta o sbagliata.
Un esempio: e’ piu’ o meno scontata l’importanza dell’abolizione della pena di morte in Italia; questa conquista viene vista come un diritto civile: giusta “senza se e senza ma” (ovviamente esistono eccezioni). Negli stati uniti pero’ no, e quindi l’abolizione della pena di morte, invece di essere una questione di diritti civili, e’ quasi sempre discussa con argomenti tipo: “la pena di morte e’ sbagliata perche’ costa troppo al governo: e’ inutile spendere tutti questi soldi quando costerebbe meno usare l’ergastolo”, oppure: “studi dimostrano che la pena di morte non e’ un deterrente che diminuisce il numero di omicidi”. Tutte argomentazioni “pratiche” se volete, che non si basano sul motivo che sarebbe argomentato immediatamente da molti italiani: “la pena di morte e’ ingiusta e basta, e’ crudele eccetera eccetera”.
Sperando di aver trasmesso questo concetto di “relativita’” dei diritti civili, come conquiste che ci sembrano scontate non lo erano affatto quando stavano emergendo, spero di fare un esempio alla rovescia.

Probabilmente non considerereste omofoba una persona che e’ contraria ai matrimoni gay, al contraro di qualcuno che i gay li pesta. Eppure, nel resto dell’occidente, i matrimoni gay diventano sempre piu’ una realta’. In Portogallo, paese a maggioranza cattolica, e’ stata votata una legge che consente ai gay di sposarsi (e parlo di matrimonio con la m maiuscola non PACS, DICO e via dicendo). I matrimoni gay sono completamente equiparabili a quelli tra eterosessuali in Spagna, Canada, Olanda, Belgio, Norvegia, Svezia e Sud Africa. I matrimoni gay, o simili forme, sono presenti in molti stati degli Stati Uniti, in Messico, in Australia. E Lussemburgo e Slovenia stanno pensando di “legalizzarli” a loro volta. Cosa c’e’ di interessante? Beh, ad esempio qua negli Stati Uniti il tema dei matrimoni gay sta diventando, lentamente, una battaglia per i diritti civili. In Portogallo, chi ha appoggiato la nuova norma ha detto che un nuovo, fondamentale, diritto civile era finalmente stato riconosciuto anche la’. Pensate alla pena di morte e come noi la vediamo come un diritto civile, al contrario di altri Beh, spero riuscirete a vedere che anche l’inverso e’ possibile.
Cosa significa tutto questo? Che dovete appoggiare i matrimoni gay perche’ senno’ siete razzisti? Se tornate tra qualche anno magari ve lo direi anche, ma ora come ora e’ giusto che ognuno abbia la propria opinione. E’ una strana situazione, perche’ se qualcuno pensa che questo sia davvero un diritto fondamentale da conqusitare, allora non pensare che gli altri siano nel torto piu’ completo sarebbe un po’ come dare il beneficio del dubbio a chi si opponeva all’eliminazine della schiavitu’. Eppure, proprio perche’ e’ una battaglia di adesso, e’ naturale che vi sia un dibattito: il cambiamento non viene facilmente. In fondo, e lo dico egoisticamente, senza chi su questo argomento (come su molti altri) la pensa diversamente da me, il mondo sarebbe abbastanza noioso.

E tanto per mettere le cose in prospettiva un altro po’: perche’ mai pensiamo che i diritti civili siano giusti? Non e’ forse solo perche’ hanno “vinto”? In fondo siamo il prodotto del nostro passato. Se La Roma papale fosse riuscita a sopravvivere all’unita’ d’Italia, la Breccia di Porta Pia non sarebbe semplicemente la Marcia su Roma di questo ipotetico universo parallelo?

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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