feb 20 2010

Avatar

Nota introduttiva: “il pensiero rovina la Bellezza”. Di seguito troverete riflessioni laterali e originali che potrebbero farvi storcere il naso perché “Il pensiero rovina la Bellezza”. Ciononostante non si tratta di biopsie asettiche: è un pensiero stupito – che trovo migliore della contraddizione in termini di una bellezza stupida.

Non si hanno difese contro il fascino. E’ un assedio vinto. E chi scrive una storia fascinosa lo sa bene. Però esistono tanti, tantissimi modi di raccontare una storia fascinosa – anche se la storia è sempre la stessa. E così scegli un ambiente, dei personaggi, una trama, e… Avatar.

Avatar è una parola di nobile ascendenza.

Nella mitologia indiana l’Avatar – il disceso – è l’incarnazione di Vishnu, che di era in era torna sulla terra per proteggere gli uomini retti, spazzar via i malvagi e riportare la Giustizia. Il più celebre fra gli Avatar senza dubbio è Krishna, l’alto principe dalla pelle azzura.
E James Cameron, durante l’ultimo ventennio, nelle fucine della sua fantasia, in laboratori informatici e sui set di ripresa forgia un nuovo Avatar.

E’ strano ritrovarsi in uno stanzone buio con degli occhialini stupidi sul naso e bere da una parete illuminata figure e sensazioni palesi che sono sempre vissute celate nella tua immaginazione più intima. E ti chiedi… quale strana spia, silenziosa come la notte, appostata nelle circonvoluzioni della mia mente ha preso appunti osservando i miei sogni mentre li sognavo? Passandoli poi ad un regista d’oltreoceano che ci avrebbe fatto su un film? Come è possibile?
Così sbalordito mi sono sentito io vedendo balzar fuori dallo schermo le montagne fluttuanti su cui ho costruito i miei palazzi, vedendo le foreste che già avevo sognato e in cui da anni vado esplorando nuovi sentieri con passo leggero, e volando come troppe volte ho fatto su creature simili a draghi.
E’ il supremo inganno dei sensi. I decadenti francesi avrebbero stravisto per Avatar 3D. Magari non per i temi, ma per l’illusione sì.

Io credo che la maggior parte dei fruitori dell’arte cinematografica nel mondo sia inconsapevole della parzialità della propria esistenza. E’ una questione di semplice statistica, visto che si tratta di un’arte di massa. E questo pone in capo al regista (magari che voglia dire qualcosa) un onere ancora maggiore. Perché fare arrivare un messaggio ad un distinto signore o a un ragazzo dagli occhi vivi che entra in un teatro è facile; fare arrivare lo stesso messaggio ad un tizio che biascica popcorn con la bocca aperta in settima fila, no.
Se ad una persona che non ha sviluppato se stessa, vissuta senza mai imparare ad imparare, se ad una persona del genere dici che le stai insegnando qualcosa, non imparerà mai. Si chiuderà a riccio. Sfodererà un rivestimento refrattario antievolutivo.
Quindi va fatta una piccola finta. Proporle di divertirsi e cercare nel mentre di dire qualcosa. E questo James Cameron lo sa bene – o mi piace pensare che lo sappia.

Ti ucciderò in centocinquanta modi dice Shakespeare in As you like it.
Così fa Cameron. Riferendosi al cliché. Perché non è necessaria una storia pazzesca per fare una grande opera.

Anzi nel caso la storia è veramente semplice.

Per farla breve, il protagonista è Jake Sully, un ex-Marine paraplegico. Suo fratello gemello, morto di morte violenta, era uno scienziato che avrebbe dovuto partecipare al programma Avatar sul lontano pianeta di Pandora. “Lei ha il suo stesso genoma, vuole sostituirlo?” E così Jake parte per sostituire il fratello. Il pianeta è boscoso e selvaggio, l’atmosfera è irrespirabile per gli umani, e ha un sottosuolo ricco di un preziosissimo minerale, che viene estratto con gran dispiegamento di mezzi. La missione su Pandora ha quindi una componente fondamentalmente imprenditoriale, ma è affiancata da una spedizione militare d’appoggio e una scientifica di ricerca che conduce il contatto coi nativi Na’vi, una popolazione di eleganti giganti azzurri completamente detecnologizzata che vive in simbiosi diretta con la natura del pianeta. Gli scienziati curano il programma Avatar: attraverso un’opera di ingegneria genetica i DNA Na’vi e umani vengono combinati per creare dei corpi Na’vi che possano essere controllati a distanza dagli scienziati e che permettono quindi di poter agire all’esterno senza l’ausilio di maschere. Il colonnello dei Marines che guida la missione militare conquista la fiducia di Jake: “Cerca di farteli amici e di convincerli a sloggiare; intanto forniscimi anche informazioni utili per un assalto armato. Nel caso in cui non si convincano”. Infatti un mega-giacimento del minerale da estrarre si trova sotto il mastodontico albero-città della tribù Na’vi: devono andarsene o morire. “In cambio, Jake, vedremo di ridarti un paio di gambe funzionanti”. Durante una spedizione però si perde e viene salvato da una Na’vi di quella stessa tribù, che per decisione del consiglio tribale si ritrova ad addestrarlo. Così Jake Sully inizia a vivere come un Na’vi, e scopre un tipo di realizzazione della propria vita diverso e superiore – pur continuando la sua missione. Allo scadere del tempo invano concessogli per attuare la mediazione e negoziare lo spostamento della tribù, l’impresa si risolve ad attuare un’azione militare per radere al suolo la capitale-albero della tribù Na’vi. A quel punto Jake, ormai innamorato della sua nuova vita e della bella Na’vi che lo ha addestrato, passa dalla parte opposta a difendere la sua nuova terra. Scoperto il tradimento, viene strappato all’Avatar e quindi al suo corpo Na’vi, e solo con una rocambolesca fuga insieme ad un piccolo gruppo riesce a rientrarvi. Ma ormai anche i Na’vi lo ritengono un traditore, visto che ha rivelato di essere una spia e che era a conoscenza dell’imminente assalto umano. Per riconquistare la fiducia della tribù Jake doma un leggendario animale» volante e si ripresenta come Toruk Mak To, una figura mitica che riappare di era in era nei momenti più bui della razza Na’vi per riunirla, proteggendo i retti, spazzando via i malvagi e riportando la Giustizia. Così avviene in un epico scontro; gli uomini sono ricacciati in esilio sul loro pianeta morente e Jake Sully diventa definitivamente un Na’vi.

La storia è veramente semplice. E Cameron marcia su questa semplicità. Danza un ballo arioso col cliché senza lasciarlo mai condurre. Ma conducendo assieme a lui anche l’immaginario e il pensiero di chi assiste.

Le astronavi futuribili sono chiaramente un must! Allora Cameron te ne fa una che assomiglia alla Torre Eiffel senza che nessuno si accorga della somiglianza, del peso storico di quel design. Ma c’è, e tutti sanno come è fatta la Torre Eiffel, e in qualche perlacea cellula del cervello di ognuno, scoccando fra i bianchi assoni neurali, il collegamento è stato fatto pur rimanendo celato. Palese che sia terrestre, quindi. E si crea la delicata magia che sottintende l’ironia del colonizzare mondi lontani sparapocchiando Torri Eiffel a destra e a manca nell’universo.
Così come nell’immaginario collettivo quegli aereocotteri che vengono usati per spostarsi sul pianeta Pandora in Avatar sono sovrapponibili a quelli di Apocalypse Now. Il che ci ricorda il Vietnam. E quindi si sa che cosa aspettarsi dai Marines. Già si vede il fuoco nella foresta. Ma coscientemente non ne hai ancora idea.
Ecco gli scienziati, poi. Un branco eterogeneo di nerd, zitelle e sfigati. Di un realismo impressionante. Che però fa passare costantemente per imbecille qualsiasi militare passi nei paraggi.
Cameron  prende per mano lo spettatore da una situazione nota e familiare accompagnandolo verso un cambio radicale di prospettiva.
Infatti poco dopo gli Avatar vengono utilizzati: il cambiamento di corpo di Jake Sully permette a chi osserva di trovare naturale il successivo cambiamento di spirito. E l’attaccamento sempre maggiore alla propria nuova vita che rende la forma umana quasi insopportabile, il tempo sempre maggiore passato nel proprio nuovo corpo che rende la vecchia vita un’aberrazione è un indice tangibile, evidente, quasi fisico dell’evoluzione radicale dell’esistenza di Jake.

Quando vogliamo cambiare la nostra vita iniziamo andando dal parrucchiere per un nuovo taglio di capelli, dopotutto.

Avatar è una parola di nobile ascendenza, e temevo per la sua nobiltà.
Avevo ragione di temere, ma qui mantiene un portamento consono al proprio sangue blu: nel film, dopotutto, che cos’è un Avatar? Un’incarnazione bella e buona: l’Avatar è ancora un disceso. Disceso dal cielo, oltretutto, come tutti gli umani che siano su quel pianeta, Pandora. E non solo: i Na’vi sono una versione ripulita e ristrutturata di Krishna. Meno orpelli, sì, ma alti, azzurri e fisicamente prestanti come lui. E per di più i loro corpi sono una pesatissima commistione di elementi umani e felini rimodellati per dare una grazia ineuguagliabile alla loro figura e ai loro movimenti – avvicinandoli ancora una volta alle icone indiane metà uomo metà animale. Quindi, considerando anche quello che ho già detto del ruolo di Toruk Mak To, è facile dire che Jake Sully, col suo Avatar, sia effettivamente un Avatar in senso indiano.
Non è un filmozzo provinciale, ignorante e tronfio. E’ un film ponderato, sorretto da un iceberg di pensiero.

Il suo epos» è delicato. Sempre intuitivo. Accompagnato da una colonna sonora di prim’ordine: perfettamente integrata con l’ambiente, lascia stare il fuoco degli eserciti di violini e gli squilli di trombe potenti da carica di cavalleria francese. James Horner, il compositore che l’ha creata, ha preferito strumenti psicagogici» primitivi, quelle sonorità che per qualche strano retaggio abbiamo tutti nel cuore e che incantano la mente, le sonorità di piccoli tamburi suonati con le mani e di grandi pelli percosse con mazze, di canti che si intrecciano e si rispondono, di flauti lunghi, di campane a grappolo, di arpe le cui note sono cristalli che cadono a terra, quasi gocce, quasi vento – infiniti strumenti sotto innumerevoli dita come quando fuori piove.

E queste musiche, tirandoti per il cuore, ti sollevano verso i veri messaggi che è urgente lanciare in un occidente come questo.
Un amore complice per la Terra Madre alla cui sorte siamo legati a doppio filo. La Natura come parte del sé e il sé come parte della Natura. Il profondo e amorevole rispetto per ogni essere vivente, vegetale ed animale. Il vivere in punta di piedi senza viaggiare su macchine di grande cilindrata, trovando altrove la propria torreggiante grandezza. Lo stupore davanti alla meraviglia di questa vita. Una vita che può trovare la propria realizzazione aldilà dello svolgimento della missione militareconomica, una vita più alta che deve trovare il proprio incastro perfettamente lubrificato nel mondo, consacrata ad una vocazione inarginabile, ad un sogno, proprio e collettivo, a ritmo con il resto dell’umanità, di realizzazione, felicità, di sentimento, il sogno di Faust ormai vecchio per la seconda volta, il sogno che non posso non pensare ogni singolo ventenne stia rincorrendo come una preda sfuggente nel sottobosco – anche se non è così.

E milioni di persone hanno sentito questo messaggio, nei cinema, con gli stupidi occhialini 3D sul naso.
Milioni di persone hanno visto il protagonista di un film che ha lasciato tutti a bocca aperti uccidere un animale per cibarsene domandandogli perdono come facevano i nostri progenitori, triste per la sofferenza che gli ha dovuto infliggere; hanno visto la stupidità di chi continua a perseguire un interesse economico senza la capacità di stupirsi, di capire la bellezza profonda di quello che sta perdendo e distruggendo; hanno visto l’idiozia di chi non è relativista a confronto con gli uomini che sanno esserlo; hanno sentito parlare di una terra morente potendola soltanto immaginare, avendo davanti agli occhi un immaginario pianeta rigoglioso e fervido di vita che ne rendeva tanto più insopportabile il pensiero. Milioni di occidentali hanno sentito i Na’vi salutarsi dicendo “Io ti vedo“, così come gli indiani si salutano dicendo “Namaste” – “la divinità che è in me si inchina alla divinità che è in te”. E noi invece ci salutiamo dicendo “bonaaa!” “ci si becca”.
Anche se aver visto e sentito non significa aver capito, è già un inizio.

E’ vero. E’ un film con tempi wagneriani, e non si confanno a tutti. Spesso il messaggio è un po’ grossolano, le azioni degli umani irruvidiscono l’epos e soprattutto la divisione fra bene e male è assolutamente troppo netta per essere apprezzabile. Quindi… lo considero uno spettacolare primo tentativo. Spettacolare primo tentativo di creare un film davvero capace di  fare la differenza. Ma comunque era da molto che non andavo al cinema dicendo “Oh…” così spesso. Era tanto tempo che non mi dicevo “Diavolo, questo fim ha davvero un bel messaggio, sono contento che lo veda tanta gente”.
Ma c’è anche stato qualcosa di più…

Perché  poi sono tornato a casa e ho sognato le mie montagne fluttuanti. Erano diverse. Ancora identiche a come le avevo sempre viste io, ma… Stavolta c’erano tante persone come me, sopra, che arrivavano sui loro draghi. Perché quelle montagne non sono solo le mie montagne. Perché tutti quei sogni non sono solo i miei sogni.
E devo dire che è molto meglio così.

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Giusto per continuare con le corrispondenze, quel destriero alato è identico a Garuda, il mitico volatile cavalcato, secondo la leggenda, dallo stesso Vishnu.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4
“Epos” è una bellissima parola greca che è alla radice di “Epica” e di tutte le parole connesse. Io lo uso genericamente in luogo di sostantivi orrendi come “Epicità”, indicando la vena che rende qualcosa epico.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

lug 6 2009

Come realizzarsi, tutti?

“Cosa vuoi fare da grande?” è una domanda la cui risposta diventa sempre più complicata mano a mano che si cresce. Da piccolo, ognuno sa che cosa fare, è chiaro e cristallino che uno vuol fare l’astronauta e l’altro il pompiere, non si hanno preoccupazioni a quell’età, la via è limpida.
Poi arrivano l’istruzione, il condizionamento, la ragione, e tutto cambia: si cerca la via più conveniente, o quella più sicura. E si perde di vista quello che si vuol fare davvero, al punto che all’età di vent’anni diventa complesso darsi una risposta. Cosa voglio fare? I sogni – dicono – segui i tuoi sogni. Beato chi riesce ancora a sognare come quando era bambino.

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Non essendo in grado di andare oltre, in questo campo, vorrei provare a vedere la situazione da un punto di vista critico e cinico.

Sono pochi quelli che hanno scelto consapevolmente il proprio percorso di studi, penso che siano ben di più quelli che hanno scelto il meno peggio, o casualmente. E spesso uno si accorge che non voleva fare questo solo quando ormai ha finito. Forse perché siamo troppo immaturi al momento della scelta, forse perché non abbiamo mai pensato a che cosa vogliamo essere. All’università uno pensa di avere le idee più chiare; macché. Uno magari studia lettere perché odia la matematica, oppure giurisprudenza perché fare l’avvocato paga bene. Non so perché ma l’approccio “io intanto studio, poi si vedrà”, non mi sembra che possa funzionare con un qualcosa di scelto pseudo-casualmente. Spero che molti nel dubbio abbiano fatto la scelta che in futuro si rivelerà giusta per loro.

La società, evolutasi nei secoli fino ad arrivare a quella odierna, non punta e non ha mai puntato alla realizzazione dell’essere umano, ma ad una sopravvivenza collettiva organizzata e regolamentata. Ma pensate: cosa succederebbe se tutti avessero un sogno e lo seguissero? Se becchini, pulitori di bagni e spazzini mollassero pale e scope e realizzassero i loro sogni, in che mondo vivremmo? Saremmo invasi da veline e giovani calciatori, i bagni puzzerebbero e le strade sarebbero sporche, probabilmente. Però ci sarebbero pittori in ogni angolo di strada, miriadi di scrittori e poeti col foglio in mano, musiche e spettacoli sarebbero improvvisati dal nulla. Sarebbe bello, no? Ricordiamoci però che viviamo in una società.

Si potrebbero istituire delle caste, i degni di realizzarsi e i non degni. Oppure una piccola élite di patrizi servita da una plebe che si accolla tutte le mansioni e i lavori. No, no, non si può fare. Forse il problema è che le nostre ambizioni sono troppo egocentriche, e che quando uno pensa di realizzarsi non considera altri che se stesso. “Io scrivo perché mi piace scrivere, perché è la mia passione e la mia vita.” Bene, ma se tutti la pensassero come te, chi produrrebbe la carta e l’inchiostro con i quali scrivi? Senza contare il fatto della concorrenza: con un sacco di scrittori, spiccar fuori dal mucchio sarebbe una bella impresa (lo è già oggi!), e in qualche modo uno dovrà sopravvivere e guadagnarsi il cibo. Sempre ammesso che ci siano persone il cui sogno sia fare gli allevatori o gli agricoltori. Probabilmente in questo mondo, si tornerebbe a sacrificare i propri sogni a favore della sopravvivenza. Punto e a capo.

“Se ci tengo a fare qualcosa, non lo chiamo lavoro.”
(Richard Bach)

Purtroppo il lavoro è una delle cose che occupa buona parte della nostra giornata, quindi se vogliamo usare davvero al meglio il tempo che abbiamo a disposizione in questa vita, sarebbe cosa buona fare qualcosa a cui si tiene e che ci piace, come lavoro.

“Un uomo chiamato a fare lo spazzino dovrebbe spazzare le strade così come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva, o Shakespeare scriveva poesie. Egli dovrebbe spazzare le strade così bene al punto che tutti gli ospiti del cielo e della terra si fermerebbero per dire che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro.”
(Martin Luther King Jr.)

Non ho mai sentito parlare di spazzini così famosi per le loro gesta. Un motivo ci sarà. Anche se a livello di motivazione personale forse può servire, trovo che questa frase sia una colossale cazzata. A meno che uno non abbia la vocazione dello spazzino, allora tanto di cappello.

Forse ci sono solo modi diversi di vivere quello che stiamo facendo, nessuno più giusto degli altri in assoluto, come ci insegna la buona vecchia storia dei tagliapietre.

Un saggio, camminando lungo la via, s’imbatte in alcuni tagliapietre. Chiede al primo cosa stia facendo, e questi risponde: “Non lo vedi? Sto tagliando pietre”; il secondo interpellato sulla stessa domanda: “Taglio pietre per guadagnare”; il terzo: “Taglio pietre e ricavo ciò che mi serve per mantenere dignitosamente la mia famiglia”. Infine arriva dall’ultimo, che risponde: “Taglio le pietre che serviranno per costruire una grande cattedrale”.

O forse ancora, può esser vero che non tutti possono realizzarsi: vi riesce solo chi osa andare oltre, abbattendo i muri che si trovano tra lui ed il proprio obiettivo. Quei muri, che sono stati messi li per vedere quanto siamo motivati a raggiungere il nostro obiettivo.

E voi che ne pensate, può esservi una via che permette di conciliare la realizzazione personale di tutti, con tutti?

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gen 22 2009

Ero in macchina e pensavo ad alta voce

Non si può arrivare in cima da soli. Qualcuno deve aiutarti.

Così diceva Randy Pausch, oltre a tante altre cose splendide. Ed è assolutamente vero. Nonostante alcuni siano più solitari, altri più cocciuti, il mondo è fatto di relazioni e si avrà sempre bisogno l’uno dell’altro.

A chi mi dice che: “Chi fa da se fa per tre!” io rispondo “Uno per tutti, tutti per uno”.

E poi se da solo fai tre, in due farai sei, no? Matematico. In ogni caso, le relazioni servono per non reinventare la ruota ogni volta. Che di per se sarebbe una cosa semplice – la ruota – essendo un oggetto materiale, mentre le cose diventano molto più difficili quando si tratta di lavorare su se stessi. E qui arriviamo al bello. A tutti è capitato di sentirsi unici, di provare sensazioni che credevamo nessun altro potesse provare. Poi passato l’attimino di imbarazzo, ehm, ci rendiamo conto che la fuori è pieno zeppo di gente che prova quelle stesse sensazioni. Non siamo soli. Allora si tratta soltanto di iniziare a conoscersi e di apprendere da chi ha una visione dell’Io più chiara della nostra. Leggi tutto…

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nov 28 2008

Attraverso lo specchio

ghostbuhster

Ultimamente non riesco a riposare molto. Il mio sonno è spesso disturbato, nei giorni passati non sapevo bene da cosa, stanotte però ho fatto una sorta di incubo. Ma non un vero incubo, diciamo un sogno folle-pauroso. BUH!

I sogni sono una cosa molto personale, incoerenti per definizione, ma i miei sono veramente incoerenti! E se sono quelli che ricordo, figuriamoci come devono essere gli altri! Intanto vi racconto, poi vi spiego da dove saltano fuori diverse cose…

“Mi trovo in una stanza. Solo. Dalle dimensioni e dalle molte librerie deduco che è il salone di una biblioteca. Il mobilio e l’arredamento sono antichi, i libri sugli scaffali sono polverosi, sul centro della stanza pende uno strano lampadario, simile a quelli lussosissimi delle sale da ballo di un tempo. Ci sono librerie crollate a terra, forse vinte dal peso dei libri, forse rovesciate da qualche altra forza passata in quel locale. Le librerie sono disposte lungo le pareti, tranne una che, posta perpendicolarmente alla parete sinistra oltre la metà del salone, mi impedisce di vedere oltre.

Non so perchè mi trovo in questa stanza, non so come ci sono finito, ma sono armato. Tengo infatti in mano una sorta di mitraglietta e so come usarla. Mi avventuro verso una porta che vedo davanti a me sulla destra, camminando lentamente sul pavimento che scricchiola ai miei passi rompendo il silenzio.

Arrivato all’altezza della libreria posta trasversalmente alla stanza, mi affaccio puntando l’arma. Anche li ci sono scaffali crollati, libri a terra e alcune scatole con vari oggetti inutilizzati e pezzi di legno.

Improvvisamente mi sento inqueto e mi sembra di non essere più solo. Ma nella stanza non c’è nessun’altro. Camminando all’indietro mi avvicino verso la porta, che rimane alla mia destra, ma arrivato a qualche metro mi accorgo che è solamente dipinta. Una grande porta alta almeno 3 metri sapientemente dipinta sul muro. L’unica via d’uscita.

Sulla parete adiacente la porta vedo uno specchio che prima non avevo notato; con spavento vedo riflessa dietro la mia immagine quella di un vampiro pronto ad assalirmi! Sono pronto a sparare ma quando mi giro non c’è più. Lo spavento è stato fortissimo mi batte il cuore a mille. Ma è assurdo! I vampiri solitamente sono visibili, ma non si riflettono negli specchi, non può essere! Guardo lo specchio e lo vedo di nuovo, questa volta è a pochi centimetri da me, è molto alto e robousto con una faccia terrificante. Di nuovo mi volto e trovandomi faccia con una creatura orribile.

Non ho il tempo neanche di osservarla che questa con uno slancio mi spinge via, si agrappa alle mie braccia, sembra di levitare sul pavimento spinti da non so quale forza, verso la parete dalla quale ero partito.

Sparo, e mi rendo conto che in mano ho un’arma diversa, che spara un qualcosa che è una via di mezzo tra un raggio laser e quello dei Ghostbusters. La creatura urla e abbozza un ghigno. Riesco finalmente a osservarla in volto, non è più quella che avevo visto nello specchio ma una specie di arpìa dal volto deformato e tre bocche. Queste sono sporche e grondano di tre liquidi di colori brillanti, rispettivamente un liquido magenta dalla prima, azzurro dalla seconda e giallo dall’ultima.

Mi sembra di vivere quella traversata al rallentatore, ha la durata di un combattimento di DragonBall. Dato che con l’arma non riesco a ferirla premo L2 e in questo modo verso un acido nelle bocche della bestia, che sembra soffrire, ma non molla. Continua a spingermi a una velocità assurda verso la parete ormai vicina, stringendomi sempre più forte le braccia, penetrandole e squarciandole con i suoi artigli. Urlo dal dolore e dal panico, stavolta premo R1 e riesco a mettere tre granate nelle bocche dell’essere, che esplodono senza però fermarne la corsa. L’ultima cosa che vedo è il lampadario. Sbatto contro il muro e mi sveglio.”

Assurdo, non penso neanche di essermi svegliato completamente, so solo che oggi ho un gran mal di testa a causa di questo sogno, che tra l’altro penso si sia ripetuto più volte in maniere differenti, ricordo un’immagine di me che cercavo di fabbricare una croce di legno con i pezzi trovati nella stanza e di stamparla sulla fronte del mostro, quando era ancora un vampiro.

Per chiarire la probabile origine di tutte le le follie, fornisco un paio di possibili spiegazioni.
- Vampiri: parlavamo ieri con Giorgio di Twilight e ieri sera tra le altre cose ho fatto una partitella al livello bonus di Call of Duty, denominato “Nazi Zombies”. Spiega tutto.
- I colori nella bocca: 2 sabati fa ho fatto il promoter di stampanti e cartucce. I 3 colori fondamentali per la stampa a colori sono CYM (Ciano, Giallo, Magenta)..

Il titolo non è riferito al seguito di Alice nel paese delle meravigile, ma al grande Dylan Dog.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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