Chi vede l’alba prima degli altri
Mi viene da pensare ai miei nonni paterni. Erano professori di ceto borghese benestante, loro la televisione l’hanno potuta comprare appena si affacciò sul mercato. E nel 1969 c’hanno potuto seguire l’allunaggio dell’Apollo 11. Chissà che emozione. Quando sembrava che la corsa alla conquista dello spazio stesse esplodendo, che la costruzione di astronavi o di macchine volanti fosse una questione di pochi anni – mentre nessuno si poteva nemmeno immaginare i cellulari, o internet. Nei libri di fantascienza degli anni ’50 e ’60, i capitani delle astronavi intergalattiche usano il telefono fisso, sapete?
Adesso invece la gente passa la vita su FaceBook, tutti hanno un cellulare minuscolo e omnifunzionale senza il quale si sentono persi – e vanno ancora a giro rombando con vecchi scassoni a benzina.
Il 20 luglio 1969 non è stata una grande data in sé, ma lo è per quello che significa oggi, a quarant’anni di distanza.
E’ l’evento-simbolo della vecchia promessa di essere una razza unica e unita, lanciata verso l’esplorazione universale e la Verità, con negli occhi la scintilla di un’avventura epica, ma non violenta né temeraria. Era il momento in cui tutti i problemi sembravano più semplici, davanti a ciò che il potere dell’ingegno umano progettava di conquistare: se l’uomo arrivava sulla Luna, i suoi unici limiti li poneva la sua fantasia.
Poi il sogno si è rotto. Immagino con maliconia lo spirito degli ex-sognatori, che lo hanno osservato deviare verso frontiere economiche o informatiche, o militari, verso una globalizzazione priva di entusiasmo, di fratellanza, d’amore. Immagino che voltandosi indietro, “con il tipo giusto di occhi, potevi quasi vedere il segno dell’acqua alta, quel punto dove l’onda infine si è infranta ed è tornata indietro.”
Certo, se Neil Armstrong e Buzz Aldrin non fossero stati (e fossero tutt’ora) dei Big Jim, dei G.I. Joe, insomma degli stereotipi dell’eroe americano dalla grande mascella, avrebbero potuto vivere meglio la loro esperienza, e trasmettere di più a tutti noi. Ma dopotutto sono dei militari americani di professione, e in quanto tali, sono profondamente stupidi.
Sul sito moob.it ho trovato un’intervista fatta di recente da Mattia Nicoletti ad Aldrin, che inizia così:
Intervistatore: Sono passati 40 anni da quel momento [l'allunaggio]. Ci ripensa spesso?
Aldrin: L’uomo è stato sulla luna. Punto. E’stato quello che è stato. Ripenso al fatto che sono felice di avere dato il meglio di me stesso e di avere raggiunto quel risultato.
Capisco che abbia qualche complesso d’inferiorità per esser stato il secondo uomo sulla Luna. Ed è vero che un uomo sulla Luna sarà sempre meno interessante di una donna sotto il sole. Ma lui e Armstrong potevano passare alla storia come i rappresentati vivi di un grandissimo sogno collettivo che pareva a portata di mano – e che prima di chiunque altro hanno visto svanire.
Potevano essere quei “sognatori che trovano la loro via alla luce della Luna, e perciò condannati a vedere l’alba prima degli altri” – e non lo sono stati. Ma dopotutto sono militari americani di professione, e in quanto tali, sono profondamente stupidi.
Anche se… mi chiedo che cosa provino davvero, aldilà di ogni formalità gallonata, quando la sera escono di casa, e in cielo, tonda, chiara e luminosa, contro il buio della notte, vedono splendere la Luna…


