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	<title>To Honolulu &#187; Università</title>
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		<title>Videointervista a Luigi Lombardi Vallauri</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 09:23:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lo Stato libero di Bananas (Critica)]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Caso Anno 1998. Il professor Luigi Lombardi Vallauri si vede negata la possibilità di continuare ad insegnare all&#8217;Università Cattolica di Milano nella quale lavorava come ordinario di Filosofia del Diritto da vent&#8217;anni. La motivazione non viene espressa in modo dettagliato ed esplicito. Viene solo comunicato che la decisione era effetto delle sue posizioni &#8220;nettamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>Il Caso</strong></h3>
<p>Anno 1998. Il professor Luigi Lombardi Vallauri si vede negata la possibilità di continuare ad insegnare all&#8217;Università Cattolica di Milano nella quale lavorava come ordinario di Filosofia del Diritto da vent&#8217;anni.<br />
La motivazione non viene espressa in modo dettagliato ed esplicito. Viene solo comunicato che la decisione era effetto delle sue posizioni &#8220;nettamente contrarie alla dottrina cattolica&#8221;, e che non doveva più insegnare alla Cattolica &#8220;per rispetto della verità, del bene degli studenti e di quello del­l’Università&#8221;.</p>
<h3>La sentenza</h3>
<p>Dopo i ricorsi al TAR e al Consiglio di Stato, che non si vollero pronunciare sull&#8217;ammissibilità di questo procedimento essendo secondo loro materia disciplinata dal Concordato, il professor Lombardi Vallauri e i suoi avvocati Stefano Grassi e Federico Sorrentino si sono rivolti alla Corte Europea di Strasburgo per i diritti dell&#8217;uomo. Il loro appello ha fatto leva sulla mancata tutela del diritto ad un contraddittorio e del diritto alla libertà d&#8217;espressione, garantiti dalla Convenzione Europea dei diritti dell&#8217;uomo. L&#8217;appello è stato accolto e il 20 ottobre 2009 la Corte si è pronunciata a favore del professor Lombardi Vallauri, confermando la violazione da parte dello Stato italiano degli articoli 6 e 10 della Convenzione e accordando al professore eretico un risarcimento di 10.000 euro.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1752" title="Luigi Lombardi Vallauri" src="http://2honolulu.it/wp-content/uploads/2009/10/sIMG_4614.jpg" alt="Luigi Lombardi Vallauri" width="480" height="320" /></p>
<h3>L&#8217;intervista</h3>
<p>Visto che non avevamo di meglio da fare, abbiamo deciso di rendere giustizia ad un iter processuale durato dodici anni e che con le sue conseguenze investe l&#8217;Italia e l&#8217;Europa e può investire potenzialmente il mondo intero, grazie al quale la libertà d&#8217;insegnamento è tornata all&#8217;insegnante, intervistando quindi direttamente il professor Lombardi Vallauri e dandogli la possibilità di parlarci dettagliatamente delle idee per cui è stato cacciato dalla Cattolica, della vicenda della sua espulsione e delle conseguenze della sentenza della Corte di Strasburgo.</p>
<p>Godetevi l&#8217;intervista.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="padding-left: 60px;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="400" height="225" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=7321993&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=ff9933&amp;fullscreen=1" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="400" height="225" src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=7321993&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=ff9933&amp;fullscreen=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Prestigioso barometro</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 22:29:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ai piedi dell'arcobaleno]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Barometro]]></category>
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		<category><![CDATA[Università]]></category>

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		<description><![CDATA[Esame di Fisica. Il professore allo studente: Lei ha un barometro. Come lo usa per determinare l&#8217;altezza di un grattacielo? Lo studente risponde: Vado all&#8217;ultimo piano, lego uno spago al barometro,lo calo giù fino a che tocca terra e poi misuro la lunghezza dello spago. Il professore non è soddisfatto: Può dirmi un altro metodo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Esame di Fisica. Il professore allo studente:</em></p>
<p>Lei ha un barometro. Come lo usa per determinare l&#8217;altezza di un grattacielo?<br />
Lo studente risponde:<br />
Vado all&#8217;ultimo piano, lego uno spago al barometro,lo calo giù fino a che tocca terra e poi misuro la lunghezza dello spago.<br />
Il professore non è soddisfatto:<br />
Può dirmi un altro metodo, uno che dimostri le sue conoscenze di fisica?<br />
Studente: Certo! Vado all&#8217;ultimo piano, faccio cadere giù il barometro, e misuro dopo quanto tempo tocca terra.<br />
Professore: Non è ancora quel che volevo, le spiace riprovare?<br />
Studente: Con il barometro faccio un pendolo alto quanto l&#8217;edificio, poi misuro il suo periodo.<br />
Professore: Un altro modo?<br />
Studente: Misuro la lunghezza del barometro, poi lo pianto verticalmente per terra in una giornata di sole e misuro la sua ombra; quindi misuro l&#8217;ombra del grattacielo, e per similitudine&#8230;<br />
Professore: Ancora un&#8217;altra possibilità?<br />
Studente: Cerco il portiere e gli dico: &#8220;Salve, signor portiere; le regalo questo prestigioso barometro, se mi dice l&#8217;altezza di questo edificio.&#8221;</p>
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		<title>Come realizzarsi, tutti?</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 09:24:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Davanti allo specchio (Riflessioni)]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Cosa vuoi fare da grande?&#8221; è una domanda la cui risposta diventa sempre più complicata mano a mano che si cresce. Da piccolo, ognuno sa che cosa fare, è chiaro e cristallino che uno vuol fare l&#8217;astronauta e l&#8217;altro il pompiere, non si hanno preoccupazioni a quell&#8217;età, la via è limpida. Poi arrivano l&#8217;istruzione, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Cosa vuoi fare da grande?&#8221; è una domanda la cui risposta diventa sempre più complicata mano a mano che si cresce. Da piccolo, ognuno sa che cosa fare, è chiaro e cristallino che uno vuol fare l&#8217;astronauta e l&#8217;altro il pompiere, non si hanno preoccupazioni a quell&#8217;età, la via è limpida.<br />
Poi arrivano l&#8217;istruzione, il condizionamento, la ragione, e tutto cambia: si cerca la via più conveniente, o quella più sicura. E si perde di vista quello che si vuol fare davvero, al punto che all&#8217;età di vent&#8217;anni diventa complesso darsi una risposta. Cosa voglio fare? I sogni &#8211; dicono &#8211; segui i tuoi sogni. Beato chi riesce ancora a sognare come quando era bambino.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1467 noframe" title="2449460577_3be8586e88" src="http://2honolulu.it/wp-content/uploads/2009/07/2449460577_3be8586e88.jpg" alt="2449460577_3be8586e88" width="338" height="500" /></p>
<p>Non essendo in grado di andare oltre, in questo campo, vorrei provare a vedere la situazione da un punto di vista critico e cinico.</p>
<p>Sono pochi quelli che hanno scelto consapevolmente il proprio percorso di studi, penso che siano ben di più quelli che hanno scelto il meno peggio, o casualmente. E spesso uno si accorge che non voleva fare questo solo quando ormai ha finito. Forse perché siamo troppo immaturi al momento della scelta, forse perché non abbiamo mai pensato a che cosa vogliamo essere. All&#8217;università uno pensa di avere le idee più chiare; macché. Uno magari studia lettere perché odia la matematica, oppure giurisprudenza perché fare l&#8217;avvocato paga bene. Non so perché ma l&#8217;approccio &#8220;io intanto studio, poi si vedrà&#8221;, non mi sembra che possa funzionare con un qualcosa di scelto pseudo-casualmente. Spero che molti nel dubbio abbiano fatto la scelta che in futuro si rivelerà giusta per loro.</p>
<p>La società, evolutasi nei secoli fino ad arrivare a quella odierna, non punta e non ha mai puntato alla realizzazione dell&#8217;essere umano, ma ad una sopravvivenza collettiva organizzata e regolamentata. Ma pensate: cosa succederebbe se tutti avessero un sogno e lo seguissero? Se becchini, pulitori di bagni e spazzini mollassero pale e scope e realizzassero i loro sogni, in che mondo vivremmo? Saremmo invasi da veline e giovani calciatori, i bagni puzzerebbero e le strade sarebbero sporche, probabilmente. Però ci sarebbero pittori in ogni angolo di strada, miriadi di scrittori e poeti col foglio in mano, musiche e spettacoli sarebbero improvvisati dal nulla. Sarebbe bello, no? Ricordiamoci però che viviamo in una società.</p>
<p>Si potrebbero istituire delle caste, i degni di realizzarsi e i non degni. Oppure una piccola élite di patrizi servita da una plebe che si accolla tutte le mansioni e i lavori. No, no, non si può fare. Forse il problema è che le nostre ambizioni sono troppo egocentriche, e che quando uno pensa di realizzarsi non considera altri che se stesso. &#8220;Io scrivo perché mi piace scrivere, perché è la mia passione e la mia vita.&#8221; Bene, ma se tutti la pensassero come te, chi produrrebbe la carta e l&#8217;inchiostro con i quali scrivi? Senza contare il fatto della concorrenza: con un sacco di scrittori, spiccar fuori dal mucchio sarebbe una bella impresa (lo è già oggi!), e in qualche modo uno dovrà sopravvivere e guadagnarsi il cibo. Sempre ammesso che ci siano persone il cui sogno sia fare gli allevatori o gli agricoltori. Probabilmente in questo mondo, si tornerebbe a sacrificare i propri sogni a favore della sopravvivenza. Punto e a capo.</p>
<blockquote><p>&#8220;Se ci tengo a fare qualcosa, non lo chiamo lavoro.&#8221;<br />
(Richard Bach)</p></blockquote>
<p>Purtroppo il lavoro è una delle cose che occupa buona parte della nostra giornata, quindi se vogliamo usare davvero al meglio il tempo che abbiamo a disposizione in questa vita, sarebbe cosa buona fare qualcosa a cui si tiene e che ci piace, come lavoro.</p>
<blockquote><p>&#8220;Un uomo chiamato a fare lo spazzino dovrebbe spazzare le strade così come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva, o Shakespeare scriveva poesie. Egli dovrebbe spazzare le strade così bene al punto che tutti gli ospiti del cielo e della terra si fermerebbero per dire che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro.&#8221;<br />
(Martin Luther King Jr.)</p></blockquote>
<p>Non ho mai sentito parlare di spazzini così famosi per le loro gesta. Un motivo ci sarà. Anche se a livello di motivazione personale forse può servire, trovo che questa frase sia una colossale cazzata. A meno che uno non abbia la vocazione dello spazzino, allora tanto di cappello.</p>
<p>Forse ci sono solo modi diversi di vivere quello che stiamo facendo, nessuno più giusto degli altri in assoluto, come ci insegna la buona vecchia storia dei tagliapietre.</p>
<blockquote><p><em>Un saggio, camminando lungo la via, s’imbatte in alcuni tagliapietre. Chiede al primo cosa stia facendo, e questi risponde: “Non lo vedi? Sto tagliando pietre”; il secondo interpellato sulla stessa domanda: “Taglio pietre per guadagnare”; il terzo: “Taglio pietre e ricavo ciò che mi serve per mantenere dignitosamente la mia famiglia”. Infine arriva dall’ultimo, che risponde: “Taglio le pietre che serviranno per costruire una grande cattedrale”.</em></p></blockquote>
<p>O forse ancora, può esser vero che non tutti possono realizzarsi: vi riesce solo chi osa andare oltre, abbattendo i muri che si trovano tra lui ed il proprio obiettivo. Quei muri, che sono stati messi li per vedere quanto siamo motivati a raggiungere il nostro obiettivo.</p>
<p>E voi che ne pensate, può esservi una via che permette di conciliare la realizzazione personale di tutti, con tutti?</p>
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E’ lunedì e sono le 10 di mattina. Entro nel centro commerciale, la cattedrale del consumismo. Non so come mai sia così affollato, davve...</small></li></ul>]]></content:encoded>
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		<title>Glauco</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2009 16:39:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo è il mio racconto del Seminario del Vallauri. Scendendo lungo il sentiero innevato, a sinistra, con la coda dell&#8217;occhio, vedo il fiume. Cerco di non soffermarmici sopra, gli lancio giusto un&#8217;occhiata solo quando affondo di più nella neve e mi blocco. Ancora non lo voglio guardare, lo voglio vedere dopo, nel pieno del suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 	 	 --></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1251" title="Ansiei" src="http://2honolulu.it/wp-content/uploads/2009/05/ansiei.jpg" alt="Ansiei" width="604" height="453" /></p>
<p><em>Questo è il mio racconto del Seminario del Vallauri.</em></p>
<p>Scendendo lungo il sentiero innevato, a sinistra, con la coda dell&#8217;occhio, vedo il fiume. Cerco di non soffermarmici sopra, gli lancio giusto un&#8217;occhiata solo quando affondo di più nella neve e mi blocco. Ancora non lo voglio guardare, lo voglio vedere dopo, nel pieno del suo splendore &#8211; anche se sentirne il suono ed intravederlo a strapiombo coperto dalle fronde degli abeti mi fa crescere in cuore un desiderio impaziente, quasi un&#8217;ansia da amante. Ironia della sorte, mi hanno detto si chiami Ansiei.<br />
Per arrivare dove sono ho già avuto occasione di vederlo da vicino, con l&#8217;indefinibile colore di un&#8217;acqua cristallina tinta di riflessi vari e brillanti, come fosse una tela scrosciante. Adesso però non voglio solo limitarmi ad ammirarlo. Voglio parlarci, entrarci in contatto. E così, camminando, occhieggiamo, sapendo che ci conosceremo più a valle.<br />
Gli unici rumori sono i nostri: il suo scorrere scrosciante e la neve che scrocchia sotto i miei scarponi. Lo perdo di vista, e allora allungo il passo. Vedo che la neve, intorno a me, si sta sciogliendo. Dopotutto fa già caldo. Lungo il sentiero, innumerevoli pozze e rivoletti; le chiazze di prato sgombro che affiorano sono nuove paludi molli di fango e vita. Camminarci sopra mi dà la percezione di stare in piedi sulla vita stessa, me ne sento figlio, e a maggior ragione fremo per arrivare al fiume. Acqua che incessante scorre da prima che io nascessi, da prima che fosse inventata la lampadina, da prima che l&#8217;uomo riuscisse a domare il fuoco, da prima che lo stesso tempo fosse soltanto pensato &#8211; vita pura e fredda che sgorga da sottoterra che si mesce alla vita pura e calda che irradia dal cielo.<br />
Ecco, il sentiero è sceso di molto, e mi ritrovo quasi in piano. La via piega a sinistra: ci sono quasi.<span id="more-1248"></span><br />
Allungando avanti lo sguardo, vedo le ringhiere metalliche di un ponte. Rabbrividisco. Vedere qualcosa di artificiale, lì, mi fa impressione.<br />
Finalmente arrivo al ponte, mi ci fermo in mezzo e lo sguardo salta, ampio, da sinistra a destra, da monte a valle. Mi appoggio coi gomiti alla ringhiera, e guardo nella direzione in cui scivola l&#8217;acqua.<br />
Ci sono delle frange, nel fiume. Frange bianche, lunghe, ribollenti, disegnate magistralmente da sassi ignoti e lisci, che dormono sotto il pelo dell&#8217;acqua. Una, due, cinque, conto nove frange, prima che il bosco di abeti mi copra l&#8217;ansa che il fiume fa proseguendo. Ogni frangia è diversa, si frange, immobile e sempre nuova &#8211; spuma vorticosa che spezza la corsa ondulata del fiume. Scendo sul greto.<br />
La neve lascia il passo ai sassi levigati. Appoggio lo zaino e mi levo la giacca a vento. Col sole a picco fa un bel caldo, anche se siamo in alta montagna. Non mi spoglierò di più: il fiume deve lavarmi vestito, impregnarmi, rimanere con me anche quando sarò uscito dal suo grembo. Ma non ci si può buttare in acqua così. Certo, molti lo fanno, magari per dar prova di coraggio: dopotutto l&#8217;acqua è gelida, e la corrente molto forte. Io lo faccio per un altro motivo. Voglio trovare qualcosa che nella mia vita di città mi è sempre mancato: un rapporto sacrale con gli spiriti che sono in ogni cosa, che pervadono la natura.<br />
Mi sfilo l&#8217;orecchino, gli anelli, la collana e i bracciali. Il fiume ha da trovarmi puro e povero, nei miei abiti, libero da avarizia ed opulenza.<br />
Mi siedo a gambe incrociate sull&#8217;estrema sponda del fiume, su dei sassi che chissà se mi reggeranno o se crolleranno con me nell&#8217;acqua. Le nuvole proiettano le loro ombre larghe e rapide sui fianchi dei monti, colorati d&#8217;ogni sfumatura di verde immaginabile &#8211; come una tavolozza da pittore. Davanti a me, il crosciare continuo del fiume. A questa distanza è l&#8217;unico suono che si possa udire, sovrasta tutti gli altri. Anche se&#8230; dopo poco diventa un tenore naturale di sottofondo, una sorta di silenzio, e non ci fai più caso. Sì, proprio come con la Musica delle Sfere di Pitagora, che si credeva prodotta dall&#8217;incessante ruotare dei pianeti nelle ampiezze celesti, ma che nessuno &#8211; a parte i bambini &#8211; ode più per via dell&#8217;abitudine. Chiudo gli occhi e mi concentro su quello scroscio, regolare, come un eterno espirare, cerco di fare il vuoto nella mia mente, di sgombrarla così come il vento sgombra il cielo. Il tempo inizia a passare in modo diverso dal solito.</p>
<p>Quando sento di essere sereno, tendo le mani e faccio la prima abluzione. Mi bagno i polsi e le tempie. Diavolo, è gelida. Torno comunque nella mia posizione e continuo a meditare.<br />
E&#8217; in questi momenti che i tuoi problemi più nascosti si mostrano chiaramente. Di solito si confondono nel caos fisico ed emozionale che viviamo, ma quando sei veramente solo con te stesso, quando i pensieri vengono via via scacciati dagli orizzonti della mente, i più restii, scuri e radicati &#8211; quelli che davvero ci peggiorano la vita &#8211; restano scoperti, in tutto il loro squallido orrore, contorcendosi alla luce del sole. Ma restano lì, e vederli limpidamente ti uccide.<br />
Allora chiedo allo spirito del fiume di aiutarmi. &#8220;<em>Aiutami a sgombrare del tutto la mente, a trovare la serenità di cui ho bisogno per unirmi a te</em>&#8220;. Non ho risposta, se non l&#8217;usato crosciare dell&#8217;acqua.<br />
&#8220;<em>Ansiei</em>&#8220;, chiamo, ma non ho risposta.<br />
Ansiei&#8230; Ma chi ha dato a quel fiume un nome simile? Come si permette l&#8217;uomo di dare dei nomi convenzionali a corpi e spiriti che esistono da sempre, senza nemmeno cercare di comprendere ciò che nomina? Ansiei. Un nome senza storia, che nulla indica, in realtà, di quel fiume. Chi lo ha battezzato non ne ha di certo osservato le indefinibili acque, perché altrimenti lo avrebbe chiamato di certo &#8220;<em>Glauco</em>&#8220;.<br />
&#8220;<em>Sì</em>&#8221; risponde il fiume, io sussulto.<br />
&#8220;<em>Glauco&#8230;?</em>&#8221;<br />
&#8220;<em>Sì</em>&#8221;<br />
&#8220;<em>A-aiutami a sgombrare del tutto la mente, a trovare la serenità di cui ho bisogno per unirmi a te</em>&#8220;.<br />
&#8220;<em>Prendi un sasso pulito dal mio letto, affidagli quei pensieri e restituiscimelo</em>&#8220;.<br />
Io mi sporgo parecchio in avanti, proteso a prendere un sasso dal fondo del fiume. Mi bagno le maniche, e ne estraggo uno, anonimo &#8211; inizio a concentrarmi per affidargli I pensieri che mi uccidono. Quando ecco che alla mia sinistra, con la coda dell&#8217;occhio, vedo atterrare una cavalletta. Io ho un&#8217;irrazionale fobia delle cavallette, e istintivamente le scaglio contro il sasso che ho in mano. La mira è precisa, le si schianta addosso, ma&#8230; era solo una foglia. Quando mi accorgo di aver scagliato e perso il sasso di Glauco, è troppo tardi.<br />
&#8220;<em>Glauco? Glauco&#8230;?</em>&#8221;<br />
Il fiume non risponde più.<br />
&#8220;<em>Glauco!</em>&#8221;<br />
Solo il continuo scorrere dell&#8217;acqua mi parla. Proseguo con le mie abluzioni, sempre meno lucido, e decido di entrare nell&#8217;acqua, anche se è presto. Metto i piedi nella corrente forte, quasi non riesco a stare in equilibrio &#8211; l&#8217;equipaggiamento mi mantiene impermerabile per venti lunghissimi secondi, durante i quali sento che si sta creando una distanza abissale fra me e il fiume, ormai incolmabile. L&#8217;acqua gelata si insinua, alla fine, serpentina, nei miei scarponi. Decido di sedermi subito nel letto &#8211; non può essere tutto perduto! &#8211; su un grosso sasso piatto, e come mi siedo, l&#8217;acqua mi colpisce la schiena come un freddissimo colpo di vanga. Allora mi immergo completamente, ma non è affatto come un battesimo di comunione. &#8220;<em>Lavami via questi pensieri, Glauco!</em>&#8221; ma l&#8217;acqua ghiacciata mi risputa verso riva sbattendomi sui sassi. Rantolante, grondante e intirizzito mi trascino fuori dall&#8217;acqua. Ho fallito.<br />
In silenzio mi copro dal vento freddo, e a testa bassa, con le scarpe piene d&#8217;acqua ostile, cammino ondeggiando, sfinito, verso la strada d&#8217;asfalto grigio. Il sole è impallidito. Nubi pesanti si ammassano ad est.</p>
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		<title>Un&#8217;ora di silenzio &#8211; Seminario Vallauri 2009</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 09:03:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Scavavo nella neve da qualche minuto, con la foga e la violenza di un animale che sbrana la sua preda. Ero madido di sudore e nelle brevi pause mi passavo i guanti mézzi d&#8217;acqua sulla fronte per rinfrescarmi, mentre mi guardavo intorno col fiatone, convinto di aver sentito qualcuno che si avvicinava. Ormai avevo liberato quasi tutti i rami dalla neve, mi mancava soltanto il più grosso, attorno al quale avevo scavato per un buon metro di profondità, misura oltre la quale non riuscivo più ad infilare le braccia. Allora mi fermai a guardare sgomento quel giovane albero; il fusto piegato dal peso della neve caduta sui rami era diventato un arco che iniziava e rifiniva a terra. Altri alberi si erano spezzati, ma questo era abbastanza flessibile da poter resistere a quell&#8217;oppressione. Lui aveva ancora una possibilità, per questo avevo deciso di tirarlo fuori dalla neve &#8211; o almeno &#8211; di provarci. Non ci sono riuscito appieno, ma perlomeno non tutte le sue gemme saranno bruciate dal ghiaccio, e non appena la neve si scioglierà, tornerà dritto e rigoglioso in mezzo alla foresta, pronto a fiorire.</p>
<p>Nel terzo giorno del seminario in Cadore, ognuno era solo nel bosco ed io ero in netto ritardo rispetto all&#8217;orario concordato per il ritorno. <span id="more-1238"></span>Ma dopotutto quello era il mio momento con me stesso, non poteva avere scadenze. Dopo essere salito su una collinetta instabile e aver guadato il fiume su una lastra di ghiaccio dalla dubbia resistenza, arrivai al primo ponticello e mi fermai per dissetarmi con un po&#8217; di neve. Vidi passare una ragazza, che continuò a dritto per la strada, senza attraversare il ponte. “Ma dove va quella? Si passa dal ponte per tornare indietro!” pensai. Provai a seguirla, e mi accorsi che effettivamente aveva ragione lei: le orme dell&#8217;andata erano su quel lato del fiume.</p>
<p>Qualche centinaio di metri più avanti potevo scegliere se continuare per il sentiero innevato, nel quale si sprofondava, oppure scendere e passare per il fiume, e ovviamente scelsi il fiume. Nella discesa intravidi un tizio con i piedi nell&#8217;acqua che si guardava intorno; era Marco. Mi avvicinai e ci salutammo con un cenno della testa, infilai i piedi nel fiume – gli scarponi impermeabili reggevano bene – poi presi la bottiglietta e la riempii con l&#8217;acqua del fiume per bere. Lui mi fece di no con la testa, e infilate le mani dall&#8217;acqua, vi bevve a mo di coppa. Allora io accaldato dalla camminata, mi versai un po&#8217; d&#8217;acqua sulla testa, ma lui di nuovo scosse il capo, e lo infilò completamente sott&#8217;acqua, per tirarlo fuori un attimo dopo urlando per il freddo. Dopo questo il silenzio fu rotto e ricominciammo a parlare, iniziando la camminata fluviale. Deciso a entrare in maggior contatto col fiume, mi infilai in un punto più fondo, dove l&#8217;acqua potesse scavalcare le barriere impermeabili delle ghette, per scendere lentamente dalle ginocchia, lungo i polpacci, fino ai piedi, per poi riempire completamente gli scarponi. Non so se sia stato piacevole o una tortura.</p>
<p>Sul punto di ripartire ci accorgemmo che la donzella che avevo superato aveva avuto la grande idea di seguirmi giù per il fiume, e sembrava in difficoltà nel camminare sulle rocce innevate. Così, l&#8217;aspettammo per proseguire insieme. Valentina, che aveva perso il sentiero e non sapeva come proseguire nel mezzo metro di neve morbida che le sprofondava sotto ad ogni passo, nei primi minuti si rivelò decisamente antipatica, ripetendo per una decina di volte “Quanto manca?”, “Come si torna sul sentiero?”. Dopo averla convinta che la via fluviale sarebbe stata la più breve e la più bella, accettò di seguirci, ma rifiutando tassativamente di bagnarsi i piedi nell&#8217;acqua. Era la prima volta che veniva in montagna, e nonostante lo splendido paesaggio che circondava il fiume, non vedeva l&#8217;ora di tornarsene all&#8217;albergo.<br />
“Di cos&#8217;hai paura? Di bagnarti i piedi o di scivolare nel fiume?” le chiesi.<br />
“Di bagnarmi” rispose<br />
“Allora converrai che una volta che i tuoi piedi sono zuppi d&#8217;acqua, più di così non potrai bagnarteli, o no? E poi guardami, io ho i piedi nell&#8217;acqua e sto benissimo, devi solo superare l&#8217;impatto iniziale e poi starai bene anche tu.”<br />
“No, non lo faccio. Quanto manca?”<br />
Proseguimmo guadando più volte il fiume, noi due sugli stabili sassi del basso fondo, lei su quelli scivolosi sul pelo dell&#8217;acqua. Poi, dopo qualche lento guado accettò di bagnarsi i piedi. Ammetto &#8211; sadicamente &#8211; che le espressioni di sofferenza per il freddo, viste quando ormai la temperatura nei tuoi piedi si è stabilizzata, sono molto divertenti.<br />
Procedemmo così più spediti, fino ad un punto in cui bisognava passare su un tratto di neve morbida.<br />
“Ma nella neve ci sprofondo!”<br />
“Ma che male c&#8217;è se ci sprofondi? Metti avanti l&#8217;altro piede ed esci! Dai vieni che andiamo avanti.”<br />
“Nella neve ci sono già affondata prima! Quanto manca, io devo arrivare all&#8217;albergo, tra mezz&#8217;ora iniziano le recite!”<br />
“Ma guarda è anche divertente, puoi metterti a saltellare nella neve, e se proprio cadi ti rialzi e non ti fai male.” infatti sprofondai e caddi. Divertendomi un sacco.<br />
Ma la ragazza non era ancora convinta e seguiva le mie orme nella neve per avere dei punti di riferimento.<br />
“Scusa, ma è la prima volta che vieni in montagna e non vuoi goderti il panorama, né camminare nel fiume, né sprofondare nella neve, guidata da due perfetti sconosciuti? Ma quando ti ricapita!” le chiesi.<br />
Dopo diversi attraversamenti, e affondamenti finalmente ammise: “Però, a dire il vero, mi sto divertendo!”<br />
Meglio tardi che mai, se n&#8217;era accorta!<br />
Il nostro obiettivo era arrivare ad una cascata, superata la quale avremmo potuto riprendere per il sentiero. Il percorso era più lungo del previsto e dopo un altro quarto d&#8217;ora la giovine attraversava il fiume da sola, senza bisogno che nessuno la sorreggesse.<br />
La mente malata/geniale di Marco allora propose – una volta arrivati – di passare sotto il flusso d&#8217;acqua della cascata, e di farcisi il bagno. Ottima idea, tranne per il discorso del farsi il bagno. Arrivati alla tanto agognata meta, scendemmo e muniti di k-way e passammo sotto la cascata, lei spaventata, ripiegata e di corsa, io lentamente per godermene la maestosità, Marco immergendovisi completamente vestito e bestemmiando.<br />
“Questa sì che è una cosa da raccontare!” esclama lei una volta dall&#8217;altra parte.<br />
“Più che una cosa da raccontare è una cosa che vale la pena di aver vissuto.”</p>
<p>Quella giornata il prof. Vallauri ci aveva lasciati soli nel bosco, con poche e semplici indicazioni: “Disperdetevi, state in silenzio, e quando sentirete la vocina che vi dirà di non fare qualcosa, voi fatelo”. Questo è un infallibile modo per liberarsi del tutto di qualunque vincolo, posto da noi o da altri. Sono troppe le occasioni in cui rinunciamo a fare qualcosa per paura di passar male agli occhi della gente, oppure perché una cosa sembra “strana”. Ma in quel momento sei tu, da solo con la natura, e non c&#8217;è niente che possa essere sbagliato. Puoi trovarti a baciare il tronco di un albero, o a scavarci intorno per liberarlo dalla neve, o infilarti coi piedi in un fiume gelido, o fermarti sotto al getto di una cascata e nessuno ti giudicherà per quello che stai facendo. Non lo avresti mai fatto, ma quel momento di follia autorizzata ti permette di provare una sensazione nuova, qualcosa che non immaginavi nemmeno potesse esistere. E allora ti senti davvero vivo.</p>
<p>Eravamo già sul sentiero di ritorno quando Valentina, guardando giù verso il fiume ci disse: “Ma siamo passati da questa strada anche stamattina? Non avevo minimamente notato il fiume.”<br />
Una componente splendida delle passeggiate nel bosco del seminario era la prima ora, nella quale si doveva mantenere il silenzio. Un&#8217;ora nella quale ognuno era circondato da gente, ma aveva la possibilità di essere mentalmente da solo. “Se fai silenzio, la natura di parla”. Purtroppo sono stati in molti a non rispettare il silenzio, e non oso immaginare, se non si sono accorti di un fiume, quante altre meraviglie possano essere passate loro inosservate.</p>
<p style="text-align: right;">Dedicato alla follia e ad una ragazza che non voleva divertirsi.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1239" title="Cadore" src="http://2honolulu.it/wp-content/uploads/2009/05/dscn28891.jpg" alt="Cadore" width="480" height="320" /></p>
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Questo è il mio racconto del Seminario del Vallauri.

Scendendo lungo il sentiero innevato, a sinistra, con la coda dell'occhio, v...</small></li><li><a href="http://2honolulu.it/2009/10/videointervista-a-luigi-lombardi-vallauri-1745.htm" title="Videointervista a Luigi Lombardi Vallauri">Videointervista a Luigi Lombardi Vallauri</a><br /><small>Il Caso
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