ott 4 2011

Dell’Onore

Quando qualcuno offendeva il tuo onore c’era il duello, la rappresaglia, la spedizione punitiva. Niente altro che reazioni violente. Nel nostro ordinamento, pur avendo subito delle rilevanti contrazioni (come l’abolizione del delitto d’onore), l’onore resta un valore ben protetto, specie a mezzo delle norme del secondo capo del dodicesimo titolo (“dei delitti contro la pesona”) del secondo libro del codice penale, intitolato, appunto, “dei delitti contro l’onore”. Ma come sappiamo, la difesa giudiziale di un diritto può purtroppo non essere altro che una violenza legale. Non si minacciano duelli, ma cause. Anticipo che queste riflessioni mi sono suggerite dai recenti avvenimenti relativi a Vasco Rossi e al sito Nonciclopedia, e soprattutto dal comma 29 del ddl sulle intercettazioni.

Che cos’è l’onore? Reputazione, fama, sentimento personale legato al proprio intimo valore? Le definizioni possono essere tante, ma alcune sono meno precise di altre. Ad esempio, si può dire che l’onore sia dignità e rispetto?

La dignità è il valore intrinseco e ontologico che accomuna ogni umano, che li parifica, che sancisce l’inviolabilità del suo intimo essere, espresso nelle forme dei diritti, dei doveri e delle libertà. Il diritto alla salute, al lavoro, il diritto-dovere al voto, la libertà di espressione, di pensiero e autodeterminazione sono cifre della dignità umana. Non onori.

Il rispetto è l’intimo apprezzamento e il riguardo, la considerazione di una qualità o di un valore o di una persona: rispetto per gli anziani, per le diversità, per la pulizia delle strade, per la natura. Non onore.

E allora che cos’è l’onore? Ci dobbiamo rivolgere a chi dell’onore ha fatto il suo vessillo, forse, per capirlo. Magari ai cavalieri cortesi, o a Cyrano de Bergerac. Si tratta quindi della sintesi coerente di ogni altissimo valore morale, supremo faro di una vita luminosa? Per certo sarebbe bello se lo fosse, ma un simile onore ha la caratteristica di essere totalmente scollegato alla realtà sociale – e l’onore è per certo dipendentissimo dalla reputazione.
Ma va ammesso, non si esaurisce nella fama esterna: può essere considerato un valore anche in sé stessi, e può essere leso in quanto tale con un’ingiuria, con un’offesa: pur se sono mal considerato dalla società, anzi un notorio fetente o coglione, chi mi denigri può ferire il mio interiorissimo e forse non compreso onore – come fossi un Don Chisciotte. Il cavaliere avrebbe lavato l’onta nel sangue, il cittadino lo fa in tribunale.
Ma essendo stagionato il tempo delle crociate e delle tenzoni, e non sussistendo verosimilmente ad oggi, se non all’interno di formazioni sociali militari o istituzionali, un generalizzato senso di missione che sta alla base del suddetto tipo di onore, forse l’onore si riduce ad una generica autostima. Ho il diritto di salvaguardare la mia autostima. Anche se come diritto mi pare piuttosto povero, e si tratta più che altro di una responsabilità personale che prescinde dalle onte provenienti da fuori.

Circa l’onore come fama e reputazione, poteva avere un senso nelle barbare civiltà feudali giapponesi, e può avere un senso nel caso in cui qualcuno svolga ruoli che richiedano particolare affidabilità (come per i produttori alimentari, i politici) in virtù della necessità di certezza che la cittadinanza deve avere nei loro confronti. Se racconto verosimilmente che Tizio usa il ddt sulla sua insalata, è giusto che lui mi possa sconfessare istituzionalmente per tutelare il rapporto di fiducia che si è conquistato coi suoi acquirenti e non subire ingiusti danni economici. Parimenti se racconto circostanziatamente che il sindaco Caio si masturba nascosto fra i cespugli della scuola mentre osserva i bambini che giocano, è sacrosanto che lui possa scrollarsi di dosso la falsa infamia davanti agli occhi dell’intera popolazione, garantendo l’integrità in virtù della quale è stato eletto.

Ma elementi fondamentali sono a mio avviso la verosimiglianza e la puntualità del racconto. Se dico “Oh, ma lo sai che Tizio usa il ddt?”, lascio semplicemente tutti nella piena facoltà di fare ulteriori domande o indagini, di accogliere o rigettare la mia informazione – e come continuamente accade, ci si rimette alla fonte attendibile, una volta trovata. Insomma la mia insinuazione lascia il tempo che trova, ammesso e non concesso che l’intelligenza e la cultura delle persone permetta loro di ricercarla, quella fonte attendibile.
Se invece la mia è una narrazione che porta prove e che vuole essere solida – cioè, in breve, se si sta parlando seriamente – è giusto un confronto giudiziario.

Ricapitolando, avendo scartato la rilevanza del punto di vista soggettivo (autostima) ammettendola invece in alcuni casi per quello oggettivo (reputazione), e avendo  discriminato i casi seri, verosimiglianti e circostanziati da quelli superficiali, inverosimili e vaghi, si può fare un ulteriore distinguo: l’oggettiva rilevanza o irrilevanza della reputazione.

Se si scrive a mezzo stampa, ricostruendo una storia traviata, che l’adamantino capo della polizia – una vita sacrificata per la lotta alla criminalità – è colluso con la mafia, la di lui reputazione è rilevantissima, ed è necessario ripulire il suo nome da ogni dubbio esperendo una difesa giudiziale.
Se si scrive su Nonciclopedia “V. Rossi è un vecchio bavoso tossicomane che vende cocaina davanti alle scuole e deve la sua fama alla credulità di milioni di rimbambiti fatti e strafatti quanto e più di lui …. !”, la di lui reputazione, essendo artista controverso sia per la qualità della sua arte che per la qualità della sua vita e del suo messaggio, è terra di nessuno su cui possono viaggiare tranquillamente le offese più bestiali come le apoteosi più adoranti. Questo perché? Perché è artista controverso che ha desiderato e ricercato il ruolo dell’artista controverso. Senza contare che il contesto, ossia Nonciclopedia, è per definizione zona franca da qualsiasi morale, e baluardo della libertà di espressione.

Ma fin qui stiamo già un po’ più tranquilli, visto che c’è il filtro della decisione di un Giudice.

Con il ddl sulle intercettazioni, oltre a tentare di uccidere comodamente il mezzo supremo di indagine (sentivo il Procuratore di Torino dire: «Se ai medici dicessero: “Da domani niente radiografie? O meno radiografie?”»), il Governo Berlusconi, invece anche solo di tentare di risollevare le difficili sorti del Paese, compie l’ennesimo, insano, distruttivo gesto: chiunque, a causa di una pubblicazione sul web, si sentirà leso nella propria immagine – ossia in quello strano onore di cui abbiamo fin qui parlato – potrà richiederne la rettifica, che dovrà avvenire entro 48 ore.

Se Cesare Battisti vede scritto su un blog (questo blog?) che è un infame terrorista, assassino abominevole, mostro ripugnante, che meriterebbe di suppurare nella sua stessa merda per due ergastoli fino a che una lenta e dolorosa morte non lo separi dal corpo, mi potrà mandare una segnalazione, ed io dovrò prontamente rettificare secondo le sue indicazioni.
Ovviamente questo blog è una minuscola entità, ma immaginiamo come è che larghe e serene entità come Wikipedia potranno venire sbranate in nome della cura della propria fama. Ed è di questo che si parla, di fama, di visibilità, di immagine: il rampollo partorito dalla recente cultura televisiva (Berlusconi), l’idolo a buon mercato, di massa, spregevole in ogni sua forma, si è unito in strane e lubrificate sodomie col geriatrico Onore generando una bolgia di bizzarre e terrificanti chimere che vogliono essere intoccabili, concentrate nell’adorazione e nella sofisticazione di sé secondo le trame che i loro cervelli malformati, rugginosamente, ordiscono.

Nel 2011 l’onore è reliquia di un passato dove vi erano classi onorabili o non onorabili, dove si difendeva vittorianamente l’orgogliosa facciata della famiglia, dove le sconfitte erano disonori da harakiri – reliquia buona per categorie ristrettissime, e rimpiazzabile con la ben migliore e più umana affidabilità.
Inoltre, in relazione a questo liso ma comodo valore, specie se incrociato chimericamente con la società dell’immagine, la generalizzata ed estesa minaccia di querela da parte dei famosi facoltosi, va interpretata come metadone dell’eroi(ni)co duello per lavare l’onta, con cui l’azzimato nobilastro uso alle armi, stizzito, minacciava o trafiggeva il poveruomo che non aveva mai tenuto in mano una spada per solo dire che era più grande e noto di lui. E questo, bontà sua, a nessuno ha mai fatto onore.

Ma attenzione: che tutto questo nero serva a ritemprare il proprio sentimento per il proprio Paese e l’entusiasmo nelle nostre azioni volte alla luce di domani, e non ad atterrarlo in una comoda e fiacca posizione disfattista.

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feb 15 2010

Cavallette, Cowboy e sette Samurai: Kurosawa colpisce ancora!

di Benjamin Sidney

Un calorosissimo saluto a tutti i lettori di To Honolulu!

Eccoci qui, ancora a parlare di cinema, in particolare delle influenze cinematografiche del grande regista giapponese Akira Kurosawa. Probabilmente avrete sentito parlare del film “I sette Samurai”, ma è molto più probabile che abbiate visto “I magnifici sette”, film western del regista John Sturges.
Se questi due titoli non vi dicono nulla, cosa ne dite di “A bugs life” della Walt Disney-Pixar? Ovviamente parliamo di tre generi cinematografici molto diversi, ma è curioso notare che la storia è sempre la stessa (leggi in proposito questo post per le analogie tra “La fortezza nascosta” e “Star Wars”), il capolavoro di Kurosawa colpisce ancora una volta!

I sette Samurai è il film giapponese più acclamato dal pubblico e dalla critica cinematografica mondiale, il capolavoro di Kurosawa parla delle vicende di un povero villaggio del periodo feudale. I contadini del villaggio, giunti alla disperazione a causa selle frequenti razzie perpetrate da un gruppo di briganti senza scrupoli, decide di assoldare dei guerrieri Samurai per risolvere la situazione una volta per tutte.
Arrivati in città i contadini cercano di assoldare dei guerrieri, ma si rendono presto conto che il solo vitto e alloggio non bastano come pagamento per un’impresa così rischiosa. I contadini, disperati si aggirano per il villaggio e assistono attoniti ad una scena che riporta speranza nei loro cuori: un Samurai che rischia la vita per salvare un bambino tenuto in ostaggio da un ladro, travestendosi da monaco. La genialità e l’abilità del Samurai ispira i contadini, che lo supplicano di aiutarli convincendolo infine ad accettare. Così inizia l’avventura. La ricerca di altri Samurai per portare a termine l’impresa porta alla creazione del gruppo composto di Sette Samurai molto speciali, ognuno con le sue peculiarità e abilità.

L’abilità strategica del Samurai anziano, forgiata dall’esperienza di tante battaglie perse – citando il personaggio -, porta alla vittoria in un’impresa che sembrava impossibile; una vittoria che però costa molto in termini di vite umane. I sette Samurai è un’opera carica di emozioni travolgenti, che riesce a coinvolgere lo spettatore come solo pochi film sanno fare.

*  *  *

I Magnifici Sette è un film Western girato nel 1960 dal regista John Sturges, liberamente tratto dal film di Akira Kurosawa.
Parla della storia di Sette Cowboy di un paese di frontiera fra Stati Uniti e Messico che vengono assoldati dal capo di un villaggio messicano per risolvere una questione con una banda di banditi che uccidono e derubano gli abitanti del villaggio. La storia è pressoché la stessa del film di Kurosawa, il tema centrale rimane il forte sentimento di cameratismo e rispetto che si crea fra i “combattenti”; sia i Samurai, che i Cowboy non sono mossi dal denaro, decidono di rimanere a difendere il villaggio, perchè credono nella giustizia.

*  *  *

Passiamo adesso all’intrattenimento per bambini, il film “A Bug’s Life” diretto dal regista John Lasseter e prodotto dalla Walt Disney- Pixar, trae ispirazione da entrambi i film sopracitati. Questa è la storia di un villaggio di formiche, un formicaio che si trova costretto a pagare un ingente tributo ad un gruppo di cavallette-bandito in sombrero, che vivono in un posto molto simile al Messico di Sturges.
Le formiche cercano aiuto in città, sono alla ricerca di insetti guerrieri per difendere il villaggio, ma quello che trovano è solo un gruppo di simpatici insetti da circo. Il messaggio di questo film di animazione è molto affine a quello degli altri, gli insetti da circo, pur essendo in minoranza rispetto alle cavallette, come i Samurai e i Cowboy rispetto ai banditi, decidono di rimanere e aiutare le formiche, perchè sanno di rappresentare la speranza, sanno che è giusto proteggere i più deboli, anche senza essere retribuiti, conoscono il significato delle parole giustizia e onore.

Buona visione e un caloroso saluto e ringraziamento; che siate pistoleri, valorosi Samurai o insetti da circo.

(NDR. Se i post sui samurai di Benjamin vi hanno messo la curiosità di conoscere meglio questi guerrieri, vi consiglio questo speciale di Super Quark andato in onda a inizio gennaio, che trovate su YouTube!)

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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