giu 29 2010

La Mezzaluna Sterile

Tutti ci ricordiamo, più o meno vagamente, di quando da bambini abbiamo iniziato a studiare Storia. Gli uomini preistorici, il fuoco, le pietre scheggiate legate in cima ai bastoni, la ruota, i graffiti, la caccia. E poi? E poi l’agricoltura, la pastorizia, la città. Ancora prima degli Egiziani. Dove? In Mesopotamia. La terra fra il Tigri e l’Eufrate.
Ripensaci. Le Ziggurat, la scrittura cuneiforme sulle tavolette d’argilla, l’urbanizzazione, la nascita dello Stato. La Porta di Ishtar. In Mesopotamia. Cuore pulsante della Mezzaluna Fertile.
Se ci ripensi te lo ricordi. La terra fra i due grandi fiumi che offriva spontaneamente cereali e legumi. Selvatici, a perdita d’occhio, su colline dolci, sensuali. Senza neanche bisogno di coltivarli. E pascoli vasti, greggi, armenti pacifici che ruminano biade dorate. E gli uomini che iniziano a costruire Ur, Uruk, Eridu, che si asciugano la fronte e drizzano la schiena, proteggendosi gli occhi dal sole e lanciando uno sguardo alla lussureggiante terra di mezzo, ai canali ingegnosi che imbrigliano i fiumi, ai canneti e alle foreste di pioppi: al la della nascita della nostra Storia.
La Mesopotamia, il grande corno della Mezzaluna Fertile.

La notizia è recente. Lo Shatt al Arab, il fiume in cui confluiscono Tigri ed Eufrate, non arriva più al mare. L’acqua salata del Golfo Persico rifluisce gorgogliando verso l’entroterra attraverso il suo letto inaridito. I fertili acquitrini dell’Eufrate si sono disseccati: a stento l’acqua scorre, nell’alveo. Il Tigri è ridotto alla metà del Tevere. Le colture e le produzioni di riso e grano in Mesopotamia sono quasi decimate sotto le folate sabbiose, foriere di sventura, delle tempeste del deserto che avanza.

L’uomo, a monte, ha abusato di dighe ed invasi. Ha vampirizzato l’azzurro delle vene della terra, di una terra generosa oltre ogni immaginazione – ma non abbastanza da saziare l’avida voracità umana, che pare desolantemente infinita.

Quando un fiume si secca, si secca con lui un pezzo di civiltà, come un arto necrotico in cui non scorra più il sangue. Qui in Italia assistiamo a fenomeni di desertificazione, di sfruttamento selvaggio dei corsi d’acqua ad opera di gente che sta affondando la propria barca e noi con lei. Non paghi, assistiamo anche a disastri dolosi come quello del Lambro, pugnalate deliberate inferte alla nostra stessa vita.

Su questo fronte l’importante, ciò che veramente, veramente importa, è amare i fiumi. Solo così diventerà inaccettabile dissacrarli.
Dico, passeggiare sul loro greto d’estate. Guardarli d’inverno, dai ponti. E a primavera andare in campagna e camminare nei ruscelli che corrono a valle, dopo che è piovuto. Ascoltarli. Amare la loro freschezza che è vita corrente, amare la loro voce argentina che gorgoglia sciacquando la terra. Immaginare quanto sarebbe bello non temere l’inquinamento dei corsi d’acqua, poter essere a Firenze e mettere i piedi in Arno quando ti va, e berci quando hai sete.

Ai nostri figli probabilmente racconteremo molte storie. Di come ci siamo innamorati della mamma o del papà. Del viaggio di Ulisse. E dato che sono loro le persone a cui dobbiamo rendere conto della situazione della Terra, dovremo raccontare loro anche di come i fratelli dei nostri padri abbiano trasformato la Mezzaluna Fertile nella Mezzaluna Sterile, di come la culla della civiltà sia stata spazzata via. Purtroppo, certo.
Ma è un motivo in più, mi dico, per cercare di fare quanto è in nostro potere per poter loro raccontare anche altro. Ad esempio, anche di come abbiamo salvato il nostro fiume, e di andarci con loro, stando distesi sul greto coi piedi a bagno e il viso nel cielo a contare le forme delle nuvole.

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giu 9 2010

L’Utopia di Honolulu

«La realtà è un uccello che non ha memoria, devi immaginare da che parte va» Giorgio Gaber

C’è un punto circa i nostri propositi e i nostri progetti che va chiarito: l’utopia. Che cos’è? Come la si può vivere?

Chiaro. L’utopia è uno schiaffo. “La tua è pura utopia! Torna a studiare Diritto Privato!” E tu che avevi espresso un bell’orizzonte ti ritrovi moralmente con una gota rossa senza sapere bene perché. Be’, è per via dell’utopia.
In altri casi è un sospiro. “Sarebbe bello un mondo in cui i politici non fossero corrotti”. Sospiro e torno a contare le mazzette da distribuire. “Pace nel mondo”. Sospiro e suono il clacson. “Un mondo di Libertà!” Sospiro e torno a tremare dalla paura di non trovare la mia utopica casella.
In altri casi ancora è zapping. “Sarebbe bello vivere tutti insieme in armon// Con tutti gli amici sulla WestCoast nel lusso più sfren// Isola-che-non-c’è, seconda stella a destra e poi dritto fino al// Cacchio, ti immagini un mondo in cui tutti campano due secoli?” O qualcosa del genere. Fantasticheria sconnessa e spezzata, muta d’azione.
Poi c’è l’utopia che è il brivido di una promessa folle, il garrire demagogico di una bandiera sciroccata. Politica (“usciremo a testa alta dalla crisi! Pane e giustizia”), religiosa (“dove sono le mie settantadue vergini?”), scientifica (“scopriremo il gene dell’immortalità”), economica (“continuiamo così, lo sviluppo dei PIL può essere infinito”). La più normale, purtroppo, che spesso non sa nemmeno di esserlo – o non lo vuole ammettere.
Infine c’è l’utopia che è intimità. Quella timida, segreta, che non si pronuncia, che non si vede ma c’è. Il motivo inespresso per cui a testa bassa chiunque continua a vivere, a mettere al mondo figli nonostante tutto. Impalpabile e nebulosa e diversa per ognuno, inconoscibile ma che c’è – ben aldilà della conservazione della specie. Anche se forse questa è solo un sogno, un’impressione, un fantasma sottile…

Ma a mio avviso -mio e non solo- l’utopia può essere un’altra cosa.

Outopeia, non-luogo; Eutopeia, buon luogo.
Secondo il grande filosofo nonviolento Aldo Capitini, l’utopia è necessaria innanzitutto all’interno di sé. Si può dire “da oggi, pace nel mondo”, ma non avrà luogo. Dire “da oggi pace nel mio cuore” è la scelta di un buon luogo in cui c’è tanto più della speranza, dell’augurio. C’è potere esercitabile su se stessi.
In altre parole, noi siamo una zona franca da utopie di sorta. Siamo il luogo dell’universo in cui l’utopia può essere già certezza esistente e viva. L’utopia può non essere evasione. Può essere l’intimo timone che dal non-luogo della nostra idea ci guida attraverso il tempo fino al buon luogo in cui possa crescere rigogliosa. Perché se non è evasione può essere lotta costante con in volto il sorriso di chi ama, devota resistenza che i nostri nonni hanno fatto coi fucili e che può essere condotta -da noi- in mille modi più nobili. Perché le utopie, talvolta, si realizzano. E questo è pur sempre un vantaggio – anche se a vederle non saremo noi, ma i nipoti dei nostri nipoti. Dopotutto…

Un nobile cinese chiamò a sé il suo giardiniere, e gli chiese di piantare il seme di un albero raro e bellissimo. «Ma mio signore» fece notare il giardiniere «ci vorranno cento anni prima che quest’albero fiorisca!» «Allora» rispose il nobile «è meglio piantarlo oggi stesso».

Questa è la nostra utopia. Il buon luogo. (Honolulu.)

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apr 19 2010

Grazie, vulcano

Sì, proprio tu. Gazie, Eyjafjallajokull, vulcano d’Islanda.

Perché?

Be’, sì, magari è un ringraziamento da spiegare. Perché tante, tante persone, per via della tua eruzioncella, adesso sono bloccate chissà dove senza quasi più soldi, con le famiglie preoccupate a casa, con gli aeroporti di mezza Europa bloccati, soldi che vengono bruciati dalle compagnie aeree e dalle agenzie di viaggi a velocità folli per rimborsi, riparazioni, stipendi, risarcimenti, senza il guadagno di un centesimo e senza contare le polveri che ci respiriamo (coff coff), e i guai ambientali. E di questo ne tengo conto. Ma volendo vedere il lato positivo…

Ti ringrazio perché col tuo enorme, primitivo espirar fumo, fumo caldo, immenso, pesante e bianco, che ha coinvolto e paralizzato il Vecchio Continente, tu che pure sei lontano mille e mille miglia, ci hai ricordato che siamo tutti sullo stesso pianeta. Che se ad Haiti la terra balla, non è una terra diversa: è l’identico pianeta che noi abbiamo sotto il culo. Se in Indocina il Coperchio dell’Inferno esplode e vomita infinite tonnellate di lapilli e cenere nell’aria, come inchiostro nell’acqua si spanderanno in tutta l’atmosfera. E se nel New England e a Shanghai un esercito di ciminiere erutta nubi bianche e dense come cotone mortale, siamo comunque sempre tutti sulla stessa barca. Anche se ce ne stiamo in panciolle in verandina a goderci il profumo dei glicini, il sole sulla pelle, il verde nuovo nuovo degli alberi, gli uccellini di ritorno dall’Egitto che cinguettano (clandestini infami).

Così, grazie, Eyjafjallajokull – posso chiamarti Eyja? – grazie perché ci ricordi che siamo tutti sulla stessa barca. Di cui non siamo che gli ultimi ospiti.

E grazie anche ad Anthony Sidney per l’idea

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apr 14 2010

E poi ti odio e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo e poi ti eleggo – ovvero, l’amore sotto il ponte

In questo periodo dell’anno il greto del fiume è splendido. Verdissimo, smeraldino, con l’erba soffice appena nata. L’acqua della cascatella, poco più a valle, scroscia piacevolmente, quasi cantando. La riva bassa viene sciacquata dalla corrente lenta. Nella trasparenza tremante delle polle ancora freddissime si vedono girini e granchietti di fiume.
Devono costruire un ponte, dicono. I mezzi dei contadini hanno bisogno di passare da una riva all’altra senza dover fare il giro lungo dal Ponte alla Badia, parecchi chilometri più a monte, che gli prende troppo tempo. E’ deciso, e i fondi ci sono.
Però adesso devono decidere a chi farlo costruire.

Io amo. Amo tante persone, a cui affiderei il mio cuore stesso senza batter ciglio. Mi fido di loro ciecamente e la mia vita futura dipenderà anche da loro. Averle o no accanto mi fa la differenza, danno un colore immenso alla mia esistenza, sono i battiti del cuore fraterni che mi rinfondono coraggio quando sono in ginocchio, sono le voci che riecheggio e che riecheggiano la mia, il mio fronte comune compatto che sfonda ogni muro di solitudine. Ma fra di loro non ci sono ingegneri né architetti esperti: quindi a nessuno di loro, nonostante tutto il mio amore, affiderei la costruzione di un ponte.
La affiderei invece volentieri all’ingegnere o all’architetto più burbero, freddo, arido, brutto, antipatico ma fottutamente bravo che la piazza possa offrire.
La costruzione di un ponte – evidentemente – non è una questione d’amore. Purtroppo, certo, perché sarebbe bello se sorrisi e belle speranze potessero tener su una mole mastodontica inarcata sopra un fiume impetuoso. Ma non ce la fanno. Almeno per ora. Funzionano molto meglio larghi pilastri squadrati di solida roccia, posti con perizia e conficcati profondamente nelle viscere del letto del fiume. Quelli sì che sono una garanzia. Immagino preferiremmo tutti camminare saltellando su un ponte romano serioso che sopporta agilmente la propria silenziosa fatica da venti secoli piuttosto che su un ponticello di legno marcescente ma messo con tanto amore. Fermo il fascino del ponticello amoroso.

Il paese si è separato in due gruppi. Uno propone di scegliere l’architetto fra i vari candidati attraverso un’elezione. Uno dice che per sceglierlo è meglio indire un concorso. I costi delle due soluzioni sono quasi identici.
I primi sostengono che è molto meglio far scegliere alla popolazione del paese in cui verrà costruito il ponte perché così sarà possibile assicurarsi che il lavoro venga svolto da una persona di fiducia, affidabile.
I secondi dicono che con delle elezioni verranno favoriti non gli architetti migliori, ma i più noti, i più ammanicati, che verrà premiata l’amicizia più che la capacità. Per questo è necessario bandire un concorso con cui far valutare imparzialmente da una commissione esperta la proposta tecnicamente migliore.
Sinceramente io mi schiero col secondo gruppo. Credo che si debba valutare il progetto oggettivamente migliore, a prescindere dalla persona che lo propone. Fare un ponte non è una questione di amore, né di amicizia, né di simpatia, né di notorietà. E’ una questione di capacità, di scienza, di tecnica, di arte.

Ha ovviamente prevalso la posizione del secondo gruppo.
Vincitore del concorso è stato un giovanotto scostante che parla poco e che non mette mai la camicia. Il suo ponte è favoloso. Lo vedi? Già… Una meraviglia.
Non ha nemmeno avuto bisogno di usare l’intero budget. I lavori sono finiti addirittura con venti giorni d’anticipo. Sono venuti tanti giornalisti, all’inaugurazione. E anche diverse persone incravattate coi capelli lunghi tirati indietro e gli occhialini a mezzaluna, che borbottando fra di loro sembravano dire cose molto belle sul conto del ragazzo. Quel ciccione del sindaco era tutto un fremito d’orgoglio. Dicono che quel giovanotto sarà chiamato anche da altre parti a fare lavori d’architettura. Anche lontano, oltremare.

E mi viene da domandarmi… in politica vanno bene le elezioni, ovviamente. Anche se la gestione della macchina di uno Stato è decisamente più simile alla costruzione di un ponte, non trovate?, piuttosto che ad un Festival musicale col televoto. Ma quali siano i limiti della democrazia rappresentativa lo sappiamo tutti. Quindi… lo so, non si può fare un concorso imparziale in cui una commissione neutra esperta valuti le liste dei partiti, scegliendo quella col programma migliore sotto ogni profilo alla luce della Costituzione (davvero non si può?), ma be’, almeno scendiamo ad un compromesso.
Almeno non parliamo d’odio e d’amore in politica. L’odio esiliamolo per sempre e senza appello dalla patria del nostro cuore, l’amore facciamolo verdeggiare in famiglia, con gli amici, con le fidanzate. Non nel governo. Perché è tanto bello. Ma l’amore non tiene su un ponte. Il fatto che ti ami non rende più abile a costruirlo. Il fatto che ti ami non ti rende più idoneo a guidare coscienziosamente uno Stato. Anzi. Mi offusca decisamente la vista. E il fatto che ti odi non ti rende meno idoneo. Quindi in politica parliamo in temini più distaccati, cinici, freddi e calcolatori, vi prego. Niente odio. Niente amore. Solo capacità, scienza, tecnica e arte.
Amiamo, sì, con tutto il cuore. Ma nei contesti opportuni. Perbacco.

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apr 9 2010

Voglio il tuo sangue!

Sei un lavoratore dipendente e stamattina ti fa fatica andare a lavoro?

Non vuoi prendere ferie ma vuoi essere pagato lo stesso?

E soprattutto, hai così tanta fame che mangeresti tua madre, ma non hai un soldo in tasca per pagarti la colazione?

Abbiamo la soluzione per te!

Ben nascosti nei centri sanitari, scherzosamente chiamati reparti di medicina trasfusionale, esistono dei luoghi in cui gente gentile, in cambio di un po’ del tuo sangue, ti ricompensa con un buono colazione e un foglio per l’esenzione da lavoro. E se ce ne fosse bisogno, nel pacchetto è compreso anche un buono per il parcheggio.

Cosa poi ne facciano di questo sangue è un mezzo mistero: c’è chi dice lo usino per girare i film horror/splatter, altri sostengono che venga usato come colorante per vestiti, moquette, rossetti, cartucce della stampante e candele, mentre i più eccentrici pensano che venga reimmesso in altre persone, tramite brindisi o endovena.

Ma questo è del tutto irrilevante.

E’ del tutto irrilevante che qualsiasi procedura medica complicata o impegnativa, dalle operazioni al trattamento dell’anemia, necessiti di trasfusioni di ingenti quantità di sangue, plasma e piastrine.

E’ del tutto irrilevante che l’intera procedura di donazione, tra scartoffie e prelievo, duri al massimo un’oretta.

E’ del tutto irrilevante che la quantità di sangue che ti viene tolta sia per te irrisoria, ma che per qualcun altro possa fare la differenza.

E’ del tutto irrilevante che ad ogni donazione ti vengano gratuitamente fatte e comunicate delle approfondite analisi del sangue.

E’ del tutto irrilevante che un giorno tu ti possa trovare a dover ringraziare un manipolo di persone senza nome, fra decine di migliaia di donatori, che col loro gesto – senza chiedere niente in cambio – hanno salvato te o qualcuno che ami.

E’ del tutto irrilevante che tu possa salvare la vita a qualcuno.

Scegli pure le tue motivazioni, l’importante è che tu vada a donare il sangue. Istituzionalmente esistono le giornate nazionali per la donazione del sangue, fa che la tua sia domani.

http://www.avis.it

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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